Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 26/2016

1 luglio 2016

Cosa ci dicono le etichette delle birre artigianali italiane? – Parte 2

Cosa ci dicono le etichette delle birre artigianali italiane? – Parte 2


 

Continua il nostro approfondimento sulle etichette delle birre artigianali italiane: leggi il primo articolo!

Bionda, rossa o bruna? Chiara o scura? No, non stiamo parlando di ragazze ma di birra! In Italia, infatti, le birre sono identificate dal colore piuttosto che dallo stile brassicolo.

Anche in questo caso il problema è una tradizione birraia mancante nel nostro paese: le etichette italiane infatti devono riuscire a “tradurre” diciture estere in parole comprensibili agli italiani che hanno scoperto da poco questa bevanda. Quindi ad esempiostout, dubbel, pils, triple diventano “scura” (o addirittura “nera”), “rossa”, “bionda” e “bionda doppio malto”.

Alcuni birrifici decidono di mettere comunque la dicitura in lingua originale per poi accompagnarla a una traduzione cromatica in pieno italian style.

Vediamo di seguito alcuni esempi.

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La “Celtic mater” del Birrificio ELAV viene presentata come unagolden ale, spiegando poi al pubblico italiano che si tratta di una “bionda chiara”. Il colore biondo della birra è ripreso anche dal colore del testo: questa è una caratteristica che si ritrova anche in altre etichette.

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La Cucunera, presentata semplicemente come “rossa” nell’etichetta, viene definita “birra bock rossa” nella controetichetta, dando inoltre alcuni dettagli tecnici per far capire la fedeltà alla tradizione brassicola d’origine di questo prodotto. Insomma, la tradizione teutonica viene presentata in termini comprensibili ai bevitori del nostro paese.

Un esempio estremo, ma significativo, del legame birra-colore lo si trova in un concept dello studio grafico “Dry design” che ha progettato le etichette di una fantasiosa linea “Beera” , parola veneta con grafia inglese.

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Concept

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Le quattro birre vengono presentate quasi esclusivamente dal punto di vista cromatico sia attraverso il colore stesso dell’etichetta sia attraverso la scritta in corsivo, posta sopra il nome del prodotto. Questo progetto grafico coglie in pieno il modo di vedere la birra del consumatore medio italiano che classifica le birre secondo il colore e non secondo il metodo di produzione. Solo per la Margherita, la bianca, c’è un’indicazione sullo stile brassicolo: è una “weizenbier”.

Le Weizenbiere sono birre di origine bavarese realizzate con una percentuale variabile di frumento, detto appunto Weizen in tedesco; sono chiamate ancheWeißbiere. Weiß significa “bianco” ma il nome di questo stile non ha nulla a che fare con il colore della birra, se non per una certa opalescenza dovuta alla mancata filtrazione; vi sono, comunque, anche Weiß scure che possono essere persino chiamate schwarze Weiße (“bianche nere”). Il termine, infatti, è, semplicemente, una storpiatura della parola Weizen. L’innovazione bavarese dell’aggiunta del frumento arrivò anche in Belgio dove si sviluppò uno stile a sé che venne detto blanche (o wit), traducendo il tedesco weiß. In italiano (e in inglese con white) si parla, talvolta, di “birra bianca”, come si è visto con il concept de “La bianca”. Questa espressione, però, include il significato di entrambi gli stili: sia quello bavarese-tedesco, come per l’etichetta della “Beera”, sia quello belga, come si può osservare per la prossima etichetta.

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La “Fiordalisa” viene prima presentata come una blanche, per poi spiegare al possibile acquirente che si tratta di una “birra bianca di stampo fiammingo” e riporta inoltre anche la denominazione in nederlandese “witbier”: insomma, in questo caso, è impossibile non capire di che birra si tratti. Aggiunge poi che questa birra presenta il “tipico colore lattiginoso” che si collega al nome di questo stile brassicolo legato al bianco.

 

Abbiamo iniziato questo articolo fingendo di voler parlare di donne. Il paragone tra “birre” e “donne”, infatti, è sfruttato da più etichette nelle quali entra in gioco una vera e propria personificazione al femminile di questa bevanda. I produttori italiani sono fortunati a poter fare questo gioco di allusioni, perché infatti il termine italiano “birra” e di genere femminile: ci dispiace per i tedeschi dato che Bier appartiene al triste genere grammaticale neutro…

Il colore della birra interviene anche proprio a favore di questo gioco di ruoli, come si capisce bene nell’etichetta della “Grundge IPA”.

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La metafora della “birra come donna” può essere ancora più palese, attraverso etichette che rappresentano direttamente una figura femminile e che hanno un nome di donna. Queste caratteristiche sono presenti, ad esempio, in alcune birre del birrificio Monte Amiata.

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Un’immagine di questo tipo può essere accattivante e seducente ma vi invito a non giudicare una birra solo dal decolté che vi è rappresentato in etichetta né tantomeno dal suo colore. Dall’etichetta di una birra si possono capire molte più informazioni di quanto crediate, come avrete capito da questi due articoli. Vi invito perciò a leggere la terza e ultima parte di questo studio sulle etichette che uscirà su Giornale della Birra il prossimo venerdì 8 luglio.

Lorenzo Donati
Info autore

Lorenzo Donati

Studente universitario (ancora per poco!), originario della provincia di Bergamo, ho imparato ad apprezzare la mia terra natale e i suoi prodotti da quando mi sono allontanato da essa. Mi sono trasferito prima a Pavia per conseguire la laurea in Lettere Classiche, poi a Shanghai, dove ho vissuto per quattro mesi imparando il cinese mandarino, e infine a Siena, dove sto per laurearmi in Linguistica.
Mi piace molto cucinare i piatti tradizionali della mia terra e sto imparando a cucinare cinese; a volte unisco le due cose per creare qualcosa di innovativo ma armonioso.
Altra mia grande passione, naturalmente, sono le birre! Poco dopo aver avuto l’età legale per bere, mi sono imbattuto per caso in alcune birre belghe e da lì è nato il mio grande amore. La prima volta che assaggiai una birra trappista, la cameriera del pub, rispondendo a una mia domanda, mi disse che “trappista” significava “triplo malto”!! Per fortuna, successivamente, ho avuto l’occasione di frequentare birrerie nelle quali sono stato educato da gestori estremamente competenti ed appassionati.
All’interno del vasto panorama brassicolo belga, le mi birre predilette sono le trappiste di Orval, Chimay e Westvleteren, e i lambic in ogni forma (evitando magari quelli che sembrano più dei succhi di frutta…). Fuori dai confini belgi, apprezzo molto le pils boeme e le weizen bavaresi, specialmente dopo una camminata in montagna!
Sono felice di collaborare con il Giornale della Birra, condividendo ricette, studi e esperienze birraie. 干杯!(asciugate i bicchieri!)