Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 11/2017

18 marzo 2017

I Contrabbandieri di Birra – Capitolo 23

I Contrabbandieri di Birra – Capitolo 23


 

Giuseppe e suo padre si erano recati nell’albese.

Erano lì per acquistare delle botti usate per la vinificazione da poter riconvertire in botti da utilizzare per la birrificazione.

Le trattative furono rapide e veloci, l’acquisto si concentrava su oggetti dalle caratteristiche inequivocabili: botti a “fine carriera”, ormai private di ogni tannino utile per dare corposità e gusto caratteristico ai pregiati vini delle langhe, venivano smaltite, perché non più utili, dai viticoltori.

E l’idea di poter rivendere quegli inutili oggetti, ricavando ancora dei denari, piacque non poco ai colleghi di Giuseppe.

Pertanto, come il giovane aveva ipotizzato, i vecchi viticoltori non fecero domande sulla motivazione per la quale della gente di Fossano voleva acquistare delle botti esauste.

I soldi erano buoni, il guadagno era superiore al previsto, quindi… perché fare delle domande delle quali a nessuno interessava la risposta?

Fu una giornata produttiva.

I campi erano stati tutti seminati a quel misto di frumento ed orzo.

Le piante crescevano e quelle “illegali” si stavano mimetizzando perfettamente con quelle “legali”. Le botti erano state comprate, nessuno sospettava di loro per ciò che concerneva la spartizione delle pentole alla festa di paese a Centallo.

Pochi ingredienti mancavano ancora all’appello: lo lievito, che sarebbe stato acquistato prima della prima produzione ed il luppolo.

Il luppolo è una pianta dalle spiccate caratteristiche “amarificanti”, ossia, quando messa in soluzione, rilascia nella soluzione idroalcolica (la futura birra) delle sostanze amare molto gradite al palato, se ben dosato.

Il Piemonte era una Regione, come l’Italia intera, d’altronde, con una grande varietà botanica e nelle sue campagne cresceva una specie di Luppolo selvatico.

In dialetto prendeva il nome di “Luvertin”.

A Giuseppe venne l’idea di utilizzare proprio quella pianta, così abbondante lungo i muretti che delimitavano i binari delle ferrovie, come sostanza amara da usare in fase di fermentazione.

La vasca da bagno di casa sarebbe servita per la maltazione, un po’ come si usavano negli Stati Uniti per la produzione di super alcolici di contrabbando.

«Direi che siamo a buon punto, Padre, non credi?»

«Già. Ora non ci resta che sperare che non ci scoprano…»

«Hai qualche timore?»

«Giusto quelli che attanagliano tua madre dal momento in cui hai tirato fuori questa idea».

«Padre, te l’ho già detto… io lo farei comunque. Ma in questo modo saremo in grado di provvedere a tutte le nostre necessità. Siamo con l’acqua alla gola. Ho visto le lettere della banca…»

«Sì, lo so… ma sarà proprio la strada corretta?»

«Non so se sia la strada giusta, Padre… so che è l’unica percorribile. Ormai siamo in ballo!»

«Allora balliamo!»

Il viaggio verso casa fu lento, spossante ed alquanto silenzioso.

Anche Giuseppe aveva dei dubbi sulla validità di quell’impresa.

E se li avessero scoperti?

E se avessero arrestato tutta la sua famiglia per un’idea sua?

E se suo fratello fosse morto in qualche strana circostanza?

Già, erano tutti “se” plausibili.

Ma non era forse vero che senza un sostentamento economico tutti loro si sarebbero trovati in mezzo ad una strada o sotto ad un ponte entro il Santo Natale dell’anno successivo?

Ed allora, ancora una volta, il giovane scacciò dalla sua mente i dubbi.

Troppo complesso immaginare l’interezza dello scenario.

Troppo ipotetico immaginare soluzioni che non dessero adito a dubbi.

Impossibile vagliare tutte le possibilità per non incappare in errori fatali.

Giuseppe, però, era più preoccupato per un altro grande dubbio: e se loro non fossero stati in grado di produrre della birra decente?

Al ragazzo non interessava produrre una birra di qualità sopraffina, beninteso…

Gli interessava solo che fosse “bevibile”.

Poi, in realtà, avrebbe giocato sul prezzo.

Una birra di contrabbando, essendoci birre perfettamente legali prodotte da industrie per i tedeschi, non poteva avere un prezzo spropositato, anzi!

Doveva essere abbastanza beverina, relativamente buona ma, soprattutto, a basso costo!

Quindi, la ricerca della qualità era bandita.

Finalmente, dopo interminabili ore di viaggio, padre e figlio giunsero a casa.

La famiglia li accolse a braccia aperte.

L’inverno stava incombendo.

Le loro attività sarebbero state ridotte ai minimi termini.

Per il momento, nessuno avrebbe più dovuto pensare in modo particolare all’orzo ed alla birra.

Giuseppe si sentiva, finalmente, rilassato.

Erano passati dieci giorni da quando aveva conosciuto Beatrice.

Aveva voglia di vederla.

Mangiò cena con la sua famiglia restando muto, taciturno.

Teso all’obiettivo.

Beatrice.

Quella sera le avrebbe fatto una sorpresa che, sperava, sarebbe stata gradita.

Raccolse dei fiori di campo e prese un bottiglione di vino buono dalla cantina della cascina.

Salutando i suoi, gli disse che doveva uscire con dei suoi amici.

Pietro, sornione, lanciò una battutina:

«A quale dei tuoi amici vuoi regalare dei fiori?»

Giuseppe arrossi, incapace di rispondere.

Dentro di sé, seppur complice, giurò vendetta verso il fratello: gli avrebbe restituito il favore una volta che anche lui avesse trovato la fidanzata.

«Vai, figliolo! E rendimi orgoglioso!» lo incoraggiò scherzosamente il padre.

«Non far soffrire quella povera ragazza, mi raccomando! Ed attento, non ho voglia di diventare nonna in questo momento, con tutti i progetti che abbiamo imbastito!» lo ammonì amorevolmente la mamma.

«Ciao!» rispose imbarazzato e seccato il giovane.

Centallo lo stava aspettando.

Mezz’oretta e fu lì.

Giunse dalla casa di lei, la luce scoppiettante e vibrante del camino faceva intuire che la casa non era vuota, in quel momento.

Lui bussò, nervoso come uno scolaretto il primo giorno di scuola.

Attese.

Bussò nuovamente.

Attese ancora.

Sopraffatto dall’emozione, il ragazzo fece per voltarsi e tornare verso il trattore vecchio e scalcinato con il quale era giunto fin lì.

«Mi chiedevo se ti saresti più fatto vivo!» una dolce voce, conosciuta ed angelica, lo fece fermare.

Lui si voltò.

Lei era stupenda, i capelli sciolti.

«Belli quei fiori, sono  per me?»

«Sì… ho pensato che…»

«Hai pensato bene! E quel vino?»

«Bere piace a tutti e due, quindi…»

«Hai pensato bene, nuovamente! Beh, fa freddino, ormai l’autunno si sta facendo rigido… ti va di entrare? Il gradino è scomodo…»

Lei sorrise, lui la seguì.

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.