Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 25/2017

24 giugno 2017

I Contrabbandieri di Birra: Capitolo 36

I Contrabbandieri di Birra: Capitolo 36


Trascorsero due settimane.

Due settimane dove il giorno e la notte erano scanditi solamente dall’arrivo dell’unico pasto giornaliero a cui Giuseppe e Pietro avevano diritto, essendo stati relegati nelle segrete, in isolamento.

Erano uno in una cella e l’altro in un’altra.

Separati da spesse mura in pietra e malta, rinchiusi in angusti antri scavati nella nuda roccia.

La stessa roccia che faceva da basamento, da fondazione dell’intera struttura carceraria.

Impossibile anche solo ipotizzare di evadere da lì.

L’isolamento era forse la punizione più crudele a cui un detenuto poteva essere sottoposto.

Era una vera tortura psicologica, che per alcuni aspetti minava il detenuto più della tortura fisica.

Chi era sottoposto a tale regime carcerario, era rinchiuso in uno spazio, una conca dalle dimensioni ridotte, dalle dimensioni apposta studiate perché nessuno potesse sdraiarsi comodamente ed al contempo non potesse stare in piedi senza curvare la schiena.

Il detenuto doveva stare scomodo per tutto il tempo, immerso nel buio più profondo, senza la possibilità di parlare o di comunicare con nessuno.

Le mura, troppo spesse per far trapelare qualsiasi suono, rendevano quel buio ancor più lugubre.

Qualcuno lo chiamava “il luogo in cui il silenzio urla”, per Giuseppe era solo un posto scomodo in cui passare molto tempo.

Di gabinetti o di una latrina neppure l’ombra.

Il detenuto era costretto a convivere costantemente con i propri escrementi in un lercio sodalizio che portava, oltretutto, ad un mal di testa persistente, dovuto all’azione che le sostanze puzzolenti degli escrementi hanno quando respirate.

A seconda dei casi l’isolamento aveva una durata variabile, da un giorno a qualche giorno, ma normalmente quel periodo di privazione non superava la settimana.

Un uomo immerso nel buio e nel silenzio più totali, scomodo per ventiquattro ore al giorno, denutrito, impossibilitato in ogni forma di comunicazione con chiunque e costretto, giocoforza ad insudiciarsi costantemente con i propri escrementi, non poteva mantenere la propria lucidità mentale a lungo.

Ma Giuseppe era diverso.

Un uomo che, nonostante la giovane età, aveva un controllo di sé stesso notevolmente superiore alla media.

Due settimane…

Per lo meno credeva che fosse stato quello il tempo trascorso, visto che aveva ricevuto quattordici pasti.

Ma potevano essere trascorsi molti più giorni, questo non gli era dato saperlo.

Due interminabili settimane…

Anche Giuseppe si accorgeva di parlare, a volte, da solo…

Cominciava a mostrare cenni di cedimento, momenti di squilibrio psichico.

Era giunto al limite.

Forse avrebbe resistito ancora qualche giorno, ma perfino lui stava cedendo a quella tortura.

Si sentiva debole, spossato, febbricitante.

Forse per lo scarso nutrimento, forse per le condizioni igieniche in cui era costretto, forse per i dolori ossei e muscolari dovuti alle posizioni inumane che assumeva, ma più probabilmente per l’insieme di questi fattori, era giunto, veramente, al punto di non ritorno.

Dormiva tutto il tempo, solo quando aveva delle esigenze fisiologiche, ormai sempre più rare, e quando arrivava il secondino a portargli il rancio, solo in quei momenti era sveglio, ma quasi mai lucido.

Era un attimo, qualche secondo.

Il secondino apriva lo spioncino posto alla base della porta metallica, spingeva dentro un piatto con dentro qualcosa da mangiare ed una borraccia in pelle piena di acqua e poi, nuovamente, il buio ed il silenzio.

A tentoni, tastando il terreno in battuto, il giovane raggiungeva con le dita il piatto e l’acqua, mangiandone poi il contenuto avidamente, con le mani luride di chi non si lavava da settimane intere.

In quei pochi istanti, il giovane percepiva la fioca luce della torcia posta al di fuori della sua cella: il fastidio che provava nel vedere la luce faceva aumentare il suo costante mal di testa fino ai limiti umani di sopportazione.

Giuseppe pensava spesso, nei momenti di veglia a Pietro.

Era ancora in isolamento?

Stava bene, era ancora sano di mente oppure aveva già ceduto?

Era in salute?

Una volta usciti da quegli antri, sarebbero stati nuovamente vicini di cella oppure sarebbero stati trasferiti in due alee completamente diverse?

Quando sarebbe terminata quella tortura?

Due settimane…

Li stavano tenendo lì per un tempo quasi disumano…

Ma loro, i due fratelli, avevano commesso un grave atto, un reato che portava con sé numerose conseguenze.

Avevano ucciso O’Gigante…

Un personaggio di spicco, anche in galera…

Un uomo che, in America, negli USA, la gente avrebbe chiamato “Boss”!

Un uomo la cui morte avrebbe portato conseguenze…

Conseguenze di diversa natura…

Magari le morti misteriose dei poliziotti che non avevano fatto una buona guardia, uccisi dai camorristi ancora a piede libero appartenenti al clan di O’Gigante…

Magari, se i giornali ne fossero venuti a conoscenza, il trasferimento del Direttore del carcere, o del Comandante…

Magari…

Giuseppe riacquistò la propria lucidità, mentre quel pensiero prendeva forma nella sua debole e provata mente: forse, la conseguenza più probabile, direttamente verificabile sulla sua stessa pelle era anche la più logica: lui e Pietro sarebbero andati incontro ad una morte lenta e dolorosa in quelle segrete!

Giunto a tale, tremenda, determinazione, il giovane riacquisì un barlume di energia, quel tanto che bastava per sbattere colpi sul metallo della pesante porta, urlando e piangendo per alcuni minuti.

L’energia consumata fu troppa; svenne pochi minuti dopo, precipitando nuovamente nell’oblio.

 

Un clangore diverso da quello dello spioncino che veniva aperto lo destò di scatto.

CLANG!

CLANG!

Il suono non gli era nuovo…

CLANG!

Tutto fu improvvisamente chiaro, nitido: dall’esterno stavano aprendo la porta.

Come per un istinto di conservazione, misto al terrore che provava un topo in trappola, Giuseppe si appiattì alla parete che considerava più lontana dalla porta.

Il metallo venne trascinato, l’uscio aperto.

La luce penetrò violenta: fu come un fulmine, il giovane riusciva a distinguere ombre in mezzo ad un bagno di luce.

Non capì cosa stesse succedendo.

Sentì di essere sollevato e trascinato via.

Per la prima volta da giorni il suo corpo si trovò in posizione distesa.

Tutte le ossa scrocchiarono contemporaneamente.

Un dolore misto a sollievo, una sensazione strana, indescrivibile.

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.