Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 47/2016

26 novembre 2016

I Contrabbandieri di Birra – Capitolo 9

I Contrabbandieri di Birra – Capitolo 9


 

Giuseppe respirò a fondo l’aria umida e fredda del mattino fossanese.

L’alba che stava giungendo, il sole rosso che sconfiggeva la notte stava facendo capolino dall’orizzonte ed i suoi tenui raggi stavano irradiando il cielo a spezzoni.

Giusto qualche bianca nuvoletta di passaggio; quella giornata sarebbe stata una tersissima e tiepida giornata primaverile.

L’estate, ancora ben lungi dall’imporsi, lasciava che la primavera le spianasse la strada.

A terra, sui fili d’erba e tra le foglie degli arboreti una cristallina rugiada ancora semi-ghiacciata dalle temperature notturne scricchiolava sommessamente sotto l’incedere dei passi umani di Giuseppe, del padre e del fratello.

Erano uomini di campagna, la sveglia all’alba era un’abitudine, non un tormento come lo era per gli uomini di città.

Forgiati da tante primavere, ma soprattutto inverni, i tre avevano indosso degli scarponi da lavoro, un paio di pantaloni marroni di cotone spesso ed una camicia di flanella invernale.

Finché il sole non avesse prepotentemente squarciato il cielo, sopra alla flanella vi sarebbe stato un maglione di lana tessuto con amore dalla donna che governava la casa in assenza degli uomini, la madre di Giuseppe.

Suo padre, troppe rughe rispetto agli anni che aveva, indossava un copricapo tipico dell’Italia contadina, una specie di coppola, ma molto più calda e sgraziata rispetto alle coppole di città.

Il campo che stavano visionando era coltivato ad “erba medica”, ossia un vegetale atto all’alimentazione animale, particolarmente a quella bovina.

In seguito sarebbero andati, Giuseppe ne era certo, a vedere il frumento che tanto lo aveva indispettito il giorno precedente.

Suo padre tirò fuori dalla tasca anteriore destra dei calzoni un portasigarette in alluminio, un metallo che stava spopolando a quei tempi, per via della grande versatilità, della leggerezza e dell’economicità.

Estrasse dal luccicante contenitore una sigaretta senza filtro, una di quelle che si compravano anche sfuse dai tabaccai.

Si voltò verso i figli:

«Volete?»

«Sì» risposero i due in coro.

Tutti fumavano.

Da quando si compivano 12 anni era quasi uno status simbol, una forma di riflessa virilità paragonabile al bere alcolici.

Vi erano perfino degli studi risalenti alla fine del 1800 che affermavano con certezza che il fumo era salutare, soprattutto per le persone di sesso maschile!

Tutti fumavano.

Giuseppe, come primogenito educato, accese un cerino e, proteggendola tenue fiammella con la mano, si sporse verso il genitore che accese il rotolino cancerogeno.

Accese anche lui dalla stessa fiammella, per poi spegnere con un rapido movimento del polso il pezzetto di legno zolfato che era carbonizzato fin quasi all’altezza delle sue dita.

Lanciò in aria il pacchetto di cerini, in modo che l’oggetto compiesse una parabola per caracollare tra le mani di Pietro, divertito da quel gesto infantile.

Il milite in licenza trasse una boccata, fermandosi in mezzo al campo.

Espirò.

Nessuno aveva ancora parlato prima di quel momento, da quando erano usciti di casa per andare nei campi.

Espirò.

Fece un lungo respiro, squesta volta di purissima aria mattutina poi, appoggiandosi la sigaretta alle labbra, tirando sù una seconda boccata e parlando tentando di imitare la voce sicura di un importante uomo d’affari, si rivolse al padre:

«Padre, credo che sia giunto il momento di dirmi che cosa sta succedendo qui».

«Figliolo… è piuttosto complicato… sicuro di non voler attendere l’ora di pranzo? Tua madre ci ha preparato delle leccornie che sono sul carro che…»

«Se non ti conoscessi bene direi quasi che hai paura di dirmi come stanno le cose in realtà…»

Il genitore, colto in fallo, sospirò rumorosamente e, sommessamente, si sedette sull’erba bagnatata.

Lo scricchiolio fu imperioso.

«Per la prima volta in vita mia, Giuseppe, sì ho una specie di paura a parlarti».

«Deduco che la faccenda è più grave di come me la sono immaginata. Spiegati, magari posso fare qualcosa per…»

«Non puoi fare nulla per cambiare le cose».

«E allora perché hai paura di parlarmene? Sembrate tutti intimiditi da me! Da me! Giuseppe! Sono sempre io, lo giuro! E non ho nella tasca una pistola, se questo vi fa paura! Sono andato semplicemente a svolgere il servizio militare, nulla di più! Non sono diventato un delinquente, non sono un disertore, né un omicida! Sono un giovane uomo che sta prestando il prprio servizio, anima e corpo, per la gloria dell’Italia, del Re e soprattutto di  quel Sant’uomo del Duce! Lo stesso che ha fatto in modo di dare a noi agricoltori la terra che una volta coltivavamo sotto il giogo crudele dei nobili altezzosi! Ora, grazie a lui, dobbiamo solo pagare delle tasse allo stato ed una quota ai nobili per l’accantonamento! Come avrei potuto esimermi dal giurare Fedeltà ad un uomo così nobile? Con che coraggio avrei potuto sputare nel piatto che lui ci ha dato e che ci ha reso, finalmente, delle persone degne e rispettabili e non degli schiavi come eravamo prima?»

Il silenzio calò.

Pietro e l’uomo sulla sessantina stavano guardando a terra, visibilmente in imbarazzo…

«E’ proprio per questo che non volevamo parlarti, Giuseppe!»

«Per questo… cosa?»

«Per l’enfasi che metti nelle tue parole, per non deludere le tue ferree convinzioni…»

«Ovvero?»

«Il duce, per lo meno con noi agricoltori, non è … non è la persona che credi…»

«Cioè? Padre, non sono forse vere le parole che ho detto poco fa?»

«Spiegami, allora! Ma non essere irrispettoso o, peggio, incoerente con il Duce e non insultarlo!»

«E’ proprio di questo che sto parlando! Il Duce, che tu ammiri così tanto, quello che adori come se fosse Nostro Signore Gesù Cristo incarnato nuovamente, ha obbligato tutti noi a cambiare il nostro modo di lavorare!»

«Cosa vuol dire? Non ci credo che sia venuto qui, nel Fossanese, ad ordinarvi di abbandonare le nostre colture a favore del grano duro!»

«Non è venuto lui, personalmente, ovvio! Ma i Carabinieri su disposizione del Prefetto! E così in tutto il Nord Italia!»

«Non ci credo… io…»

Pietro interruppe il dialogo, intromettendosi:

«Per Dio, Giuseppe! Non li leggete i giornali in caserma?»

Giuseppe non ebbe il tempo di rispondere; la pesante mano del padre si abbatté sul volto di Pietro che cadde riverso a terra dopo aver subìto il manrovescio:

«Ti ho detto già una volta che in casa mia le bestemmie sono bandite!»

«Come se Nostro Signore mi fulminasse… almeno folgorasse Mussolini per le idee malsane che ci costringono nuovamente alla povertà! Se non folgora lui, capirai che cosa gli importa di me! »

Giuseppe riprese in mano la situazione:

«Ora ascoltatemi TUTTI E DUE: in caserma non vogliono che leggiamo i giornali e quindi non so di cosa state parlando!» sbottò, «Pietro, non imprecare e non insultare il Duce! Padre ora esigo di sapere tutto, per filo e per segno! »

«E sia… è giusto.»

«Sono tutt’orecchi!»

Una nuova pausa, Pietro che si rialzò dolorante da terra, ed il capofamiglia che iniziò a spiegare:

«Giuseppe, è iniziato tutto poco dopo la tua partenza: una notizia sui quotidiani che gettò subito nello sconforto la nostra famiglia come altre. In quella notizia veniva riportato che, per decreto del governo, avvallato dal Duce in persona, veniva aumentata la sovvenzione Statale alle aziende vitivinicole per aumentare la quantità e migliorare la qualità dei vini italiani. Essendo la birra un prodotto di origine straniera, anche se amatissima dai tedeschi con cui Mussolini sembra avere una solida amicizia, essa sarebbe stata, da quel momento in avanti… rinnegata, se così si può dire. Boicottata, insomma, non più sovvenzionata!»

«Non ci credo….»

«C’è di più! Dopo che lo Stato ha tolto le sovvenzioni alle fabbriche, anche il contratto che noi, come altri, avevamo in essere, ha subito delle drastiche modifiche! Io mi sono fatto dei calcoli, ce li siamo fatti tutti… produrre orzo per fabbricare birra non sarebbe più stato economicamente valido. È un mercato che il Duce ha condannato a morte!»

Giuseppe si corrucciò, riflessivo.

Dopo poco rispose:

«Se questo fosse vero, che diavolo vi è saltato in mente, a te come a tutti gli altri, di coltivare Frumento duro? Qui nella pianura padana? Qualunque demente sa che è una follia! Con il clima che abbiamo qui, quella pianta da pochi chicchi, piccoli, malconci e pieni di muffa! Cazzo, io non darei da mangiare quella porcheria neppure ai porci, figurati a dei Cristiani!»

«Certo, figliolo! Pensi che io e gli altri non lo sappiamo? Ma siamo stati obbligati!»

«Obbligati? Da chi?»

«Da mussolini e dal Governo stesso! Non lo hai ancora capito?»

«Perché?»

«Lo sai che Mussolini è indispettito da tutto ciò che non è italiano, no? Ed allora ha deciso che l’Italia non deve importare più nulla dall’Estero! Quindi, con quale cereale si produce la pasta, l’alimento più comune in Italia? Con il Frumento duro! Dov’è che non  è coltivata questa pianta? Qui, nel Nord Italia! Quindi? Qual è stata la geniale soluzione ideata dai Gerarchi Fascisti che di agricoltura ne capiscono meno del Re e dei suoi Nobili? “facciamo coltivare nella Pianura Padana il grano duro, così non dovremo più importarlo!” ed ecco che ora, per decreto del Governo, dobbiamo categoricamente coltivare il grano al posto di tutte quelle colture che non siano frutticole, viticole, orticole o destinate alle bestie! Ed eccoci qua! A COLTIVARE GRANO CHE TANTO SARA’ MARCIO, NON CI DARA’ NE’ CIBO NE’ SCORTE PER L’INVERNO E CHE HA FATTO SALTARE IL NOSTRO CONTRATTO PER PRODURRE ORZO DA BIRRA! CONTENTO?» urlò suo padre «IL TUO DUCE CI HA ROVINATO LA VITA! CON UNA MANO CI HA DATO E CON L’ALTRA CI TOGLIE! NOI NON VOLEVAMO DIRTELO PERCHE’ SAPPIAMO QUANTO AMI MUSSOLINI, QUANTO LO IDOLATRI! MA E’ SOLO PER COLPA SUA CHE NOI, QUEST’ANNO COME I PROSSIMI, RISCHIAMO DI PATIRE LA FAME E DI PERDERE LA PROPRIETA’ DELLA CASA E DEI CAMPI! OPPURE VUOI DIRMI CHE IL TUO STIPENDIO DA SOLDATO PAGHERA’ IL PRESTITO CHE LA BANCA CI HA FATTO PER RISCATTARE LE TERRE DEI NOBILI?»

Giuseppe stette in silenzio.

Non sapeva che cosa rispondere.

Non aveva mai visto suo padre altero come quel giorno.

Giuseppe ancora non lo sapeva, ma quel dialogo, in mezzo alla campagna che tanto amava, all’alba di un giorno qualunque, non più importante di altri, avrebbe cambiato per sempre le sue convinzioni e la sua intera esistenza.

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.