Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 31/2016

6 agosto 2016

Bere birra o non bere birra?

Bere birra o non bere birra?


 

Bere birra o non bere birra? Una domanda esistenziale posta a una bottiglia accarezzata dalla spuma. Così Amleto affogava i suoi dubbi, le sue ansie, le sue preoccupazioni, le macchie della sua coscienza. Attraverso la luce ambrata, filtrata dalla birra, sapeva leggere il passato, sapeva riviverlo. Più che le chiare, amava però le birre scure: una sottile affinità legava il suo carattere alla bevanda. L’amaro ostinato ma gentile del luppolo coccolava il palato porgendogli alla mente piccoli dispiaceri o contrattempi poi risolti. Il malto robusto rendeva più intenso il senso del tempo trascorso, le stagioni passate, le esperienze compiute. Il fresco della bevanda dava sollievo, erano momenti belli, soddisfazioni, vittorie. Poi la schiuma che s’incastrava tra i baffi lasciando una sottile traccia di sapore: ecco ciò che rimane, le cose importanti, le scelte decisive. Ogni bevuta era un confronto con se stesso, una discesa nei meandri più privati, negli intimi inferi. Era fatto così, Amleto, troppo, troppo riflessivo. Perché, del resto, prendere tanto sul serio una birra? A chi gli poneva questa domanda era solito rispondere con un sorriso, senza aggiungere altro. Poi nessuno glielo chiese più. Era fatto così, Amleto: c’era ben poco da fare. In gioventù era abitudinario: sempre quei due amici, sempre in quella bettola con un nome americano, da cavalli selvaggi per bolsi borghesi vagamente malinconici, con le luci basse, con i televisori inesorabilmente spenti dopo l’avvento del digitale terrestre, con improbabili decorazioni alle pareti, con i soliti quadri da finta Irlanda. La ciotolina dei salatini finiva subito e i sottobicchieri venivano sempre fatti a pezzi come per sfogare nervosismi della quotidianità. La musica di sottofondo, inutile e banale, era bassa, soffusa, già che c’erano potevano anche spengerla. Decenni e decenni uguali, dall’università in avanti, passavano da quel locale fuori moda. L’aria opaca all’interno attutiva come un abbraccio sereno la fine delle giornate. Nella maturità, Amleto conservava le sue abitudini, ma assaporava con più consapevolezza ciò che beveva: dentro la birra trovava se stesso. La sua vita era appagante benché amarognola, ed ora la pinta era quasi finita. Per questo il dilemma era se bere o non bere quell’ultima birra: terminarla sarebbe significato terminare se stesso. Ne era assai convinto. Cedere alla curiosità? Provare l’ebbrezza di essere ebbri? Tentare la sorte sfidandola, come facevano gli incliti eroi? Lasciava sempre, nel bicchiere, il fondo. Due, tre o quattro dita: uno spreco, probabilmente. Superstizione o premonizione, forse, ma temeva di morire nell’ultimo sorso. I suoi pochi amici non ci facevano più caso, era fatto così, dicevano. Non finiva mai una pinta iniziata, qualcuno lo faceva per lui o andava giù nello scolo del lavandino. Un discreto lucro per il titolare svogliato del locale, che così poteva incassare quattro euro e mezzo in più. Una fissazione che non riuscì mai a togliersi nemmeno dopo lunghe sedute di vaniloqui professionali e ben pagati. Non la viveva male, conosceva la sua fragilità e ordinava una seconda pinta dopo aver lasciato un quarto della prima. Ci sono manie ben peggiori, tutto sommato. Nella senilità confermava il suo amore per la consuetudine, era più stanco e giudicava con irritazione ogni modifica o aggiornamento alla sua vecchia bettola. Le olive ascolane, oh sì, le olive ascolane con quella birra scura e torbida, dal vago sapore di caffè, erano per lui il massimo della vita. Anche le crocchette di pollo, poi, non erano tanto male. Ma le olive ascolane vincevano sempre… Visse lunghi anni dissetanti e amari, piacevoli e intensi, scuri e profondi. Ma anche per lui, come per tutti, venne il tempo dell’ultima birra. Pochi rimpianti, pochi rimorsi, un bilancio nemmeno così disastroso. La sua anima vagò per qualche tempo e poi si ritrovò nel posto in cui saremo tutti. Niente male, pensava, qui poteva terminare interi boccali senza paura, perché eternamente dentro la birra.

Umberto Pasqui
Info autore

Umberto Pasqui

Nato a Bologna il 19 agosto 1978, vivo da sempre a Forlì dove lavoro come professore. Ho pubblicato racconti, raccolte di racconti, manuali e saggi, molti pubblicati anche su riviste e antologie. Ho conseguito la laurea magistrale in Giurisprudenza e sono dottore summa cum laude in Scienze religiose con specializzazione pedagogico-didattica. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti, ho collaborato e collabo ad oggi con alcune testate locali. Grazie ad alcuni studi condotti, ho contribuito a far rinascere l’antico marchio familiare (dal 1835) della Premiata Fabbrica di Birra Gaetano Pasqui – Forlì®. In tema brassicolo, ho pubblicato “L’uomo della birra” (CartaCanta, 2010) ed ho curato l’antologia di racconti “Dentro la birra” (BraviAutori, 2012). Per saperne di più su di me: www.birrapasqui.blogspot.com