Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 43/2016

28 ottobre 2016

Il primo sorso non si scorda mai?

Il primo sorso non si scorda mai?


 

Io non credo che i lettori siano d’accordo, ma per Philippe Delerm, scrittore francese, “la prima sorsata di birra” è “l’unica che conta”. L’autore del libro curioso (Frassinelli Editore, 1998) intitolato, appunto: “La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita” (sorsata, poi, perché? Non suona meglio sorso?) ne è sicuro. Perché sarebbe l’unica che conta? Ecco come risponde:

Le altre, sempre più lunghe, sempre più insignificanti, danno solo un appesantimento tiepido, un’abbondanza sprecata. L’ultima, forse, riacquista, con la delusione di finire, una parvenza di potere…
Ma la prima sorsata! Comincia ben prima di averla inghiottita. Già sulle labbra un oro spumeggiante, frescura amplificata dalla schiuma, poi lentamente sul palato beatitudine velata di amarezza. Come sembra lunga, la prima sorsata. La beviamo subito, con un’avidità falsamente istintiva. Di fatto, tutto sta scritto: la quantità, né troppa né troppo poca che è l’avvio ideale; il benessere immediato sottolineato da un sospiro, uno schioccar della lingua, o un silenzio altrettanto eloquente; la sensazione ingannevole di un piacere che sboccia all’infinito… Intanto, già lo sappiamo.

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Riappoggiamo il bicchiere, lo allontaniamo un po’ sul sottobicchiere di materiale assorbente. Assaporiamo il colore, finto miele, sole freddo. Con tutto un rituale di circospezione e di attesa, vorremmo dominare il miracolo appena avvenuto e già svanito. Leggiamo soddisfatti sulla parete di vetro il nome esatto della birra che avevamo chiesto. Ma contenente e contenuto possono interrogarsi, rispondersi tra loro, niente si riprodurrà più. Ci piacerebbe conservare il segreto dell’oro puro e racchiuderlo in formule. Invece, davanti al tavolino bianco chiazzato di sole, l’alchimista geloso salva solo le apparenze e beve sempre più birra con sempre meno gioia. E’ un piacere amaro: si beve per dimenticare la prima sorsata”.

La descrizione, comunque, evoca suggestioni. A questo punto sorge la domanda: chi si ricorda quando avvenne la propria, personale, prima “sorsata” di birra? Credo che sia una domanda difficile: io, per esempio, non saprei rispondere. Mia nonna materna, in casa, aveva delle bottiglie di Prinz e di Dreher, forse ai tempi delle elementari ci ho bagnato il becco. Ma proprio non ricordo. Correvano, però, altri tempi (metà anni ’80) e non c’era certo tutto quel fiorire di tipi e di sapori che oggi si sono fatti conoscere. Non so se ad altri, invece, il primo sorso è rimasto impresso. Sicuramente rimane impresso il primo sorso della prima birra fatta in casa, nel bene e nel male. Nell’attesa che torni la memoria (del resto, come dice l’Autore: “si beve per dimenticare la prima sorsata”), ho trovato questa foto del mio primo compleanno. Nella scena, si vedono mia mamma, io, il fratello di mio nonno: lo zio Paolo Pasqui (che tra l’altro, di secondo nome faceva Gaetano, come di un antico birraio di cui si è già parlato…). In primo piano, sul tavolo del festeggiato, una confezione di bottiglie Dreher d’annata: del resto era il 1979.

Umberto Pasqui
Info autore

Umberto Pasqui

Nato a Bologna il 19 agosto 1978, vivo da sempre a Forlì dove lavoro come professore. Ho pubblicato racconti, raccolte di racconti, manuali e saggi, molti pubblicati anche su riviste e antologie. Ho conseguito la laurea magistrale in Giurisprudenza e sono dottore summa cum laude in Scienze religiose con specializzazione pedagogico-didattica. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti, ho collaborato e collabo ad oggi con alcune testate locali. Grazie ad alcuni studi condotti, ho contribuito a far rinascere l’antico marchio familiare (dal 1835) della Premiata Fabbrica di Birra Gaetano Pasqui – Forlì®. In tema brassicolo, ho pubblicato “L’uomo della birra” (CartaCanta, 2010) ed ho curato l’antologia di racconti “Dentro la birra” (BraviAutori, 2012). Per saperne di più su di me: www.birrapasqui.blogspot.com