Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 38/2016

22 settembre 2016

Quando la fermentazione era una questione di stregoneria

Quando la fermentazione era una questione di stregoneria


 

La birra, come il vino e molte altre bevande fermentate, è un prodotto spontaneo della natura, di cui l’uomo nel tempo ha imparato a conoscere e gestire il processo di fabbricazione.

Ma il fenomeno della fermentazione alcolica, fino ad un passato non poi così lontano, era legato ad un ambito magico, quasi esoterico, ricco di superstizioni e segni allegorici.

Lémery, storico scienziato ed indagatore dei fenomeni della natura, nel 1684 così definì la trasformazione degli zuccheri del mosto in alcol: “la fermentazione è una ebullizione causata da spiriti che, cercando una via di uscita da qualche corpo e incontrando delle parti terrestri e grossolane che si oppongono al loro passaggio, fanno gonfiare e rarefare la materia fino a quando essi si siano staccati. Ora, in questo distacco, gli spiriti dividono, assottigliano e separano i principi, rendendo così la materia di natura diversa da quella che era precedentemente”.

.

lemery

.

Se questa era la definizione erudita dei processi di trasformazione delle bevande alcoliche, viene facile comprendere come il fenomeno potesse essere rielaborato in termini soprannaturali e paranormali  dalla cultura popolare, soggiogata peraltro dalle credenze e dalle intimidazioni del potere religioso dell’epoca.

Nelle  culture nordiche, le donne erano le principali responsabili della produzione del mosto, ma veniva bandita loro la possibilità di predisporre e gestire la fermentazione, in quanto si riteneva che a causa del ciclo mestruale potessero influenzare negativamente la vita dei misteriosi spiriti.

L’andamento della fermentazione era considerato un importante segno premonitore del destino della famiglia: se la fermentazione fosse stata stentata in fase di avvio erano attesi dispiaceri e brutte notizie; qualora il mosto avesse subito delle gravi alterazioni si temevano gravi disgrazie.

Le turbe del processo di fermentazione erano attribuite dalla tradizione popolare all’influsso negativo di spiriti malefici e streghe: per questo i locali di fermentazione erano chiusi con attenzione, in modo da preservare l’accesso ai maligni, così pure sarebbe stato nefasto l’ingresso di un gatto, soprattutto se dal manto nero.

.

260px-The_Brewer_designed_and_engraved_in_the_Sixteenth._Century_by_J_Amman

.

Durante la fermentazione era, inoltre, necessario camminare con dolcezza, possibilmente in punta di piedi, evitare di provocare rumori, vibrazioni e tremolii perché avrebbero potuto disturbare il lavoro degli spiriti prima della loro caduta nel sonno profondo a cui erano destinati una volta terminati gli zuccheri del mosto.

Un insieme di credenze che, di fatto, sono regole empiriche che trovano ragioni oggi scientificamente spiegabili: porte e finestre chiuse permettevano di limitare gli sbalzi termici, evitare le vibrazioni determinava una miglior sedimentazione del lievito e una più valida chiarificazione della bevanda.

Solo dopo circa due secoli, grazie agli studi di Luis Pasteur, la comunità scientifica e popolare prese coscienza che la fermentazione non era una stregoneria, ma un processo condotto da veri e propri esseri viventi con esigenze e caratteristiche vitali ben precise, studiabili, prevedibili e governabili.

.

pasteur

.

In seguito si scoprì che esistono varie specie di microrganismi, capaci di svolgere trasformazioni differenti, in alcuni casi utili, spesso nefaste per la commestibilità e la serbevolezza della bevanda.

Il microbiologo Spallanzani attorno alla fine del Settecento riuscì ad isolare al microscopio una singola cellula di lievito e a produrne una coltura pura, ma fu Hansen quasi un secolo più tardi a sviluppare ed introdurre l’uso degli starter microbici per la produzione delle bevande fermentate.

Massimo Prandi
Info autore

Massimo Prandi

Un Albese cresciuto tra i tini di fermentazione di vino, birra e… non solo! Sono enologo e tecnologo alimentare, più per vocazione che per professione. Amo lavorare nelle cantine, sperimentare nuove possibilità, insegnare (ad oggi sono docente al corso “Mastro birraio” di Torino) e comunicare con passione e rigore scientifico tutto ciò che riguarda il mio lavoro. Grazie ad un po’ di gavetta e qualche delusione nella divulgazione sul web, ma soprattutto alla comune passione e dedizione di tanti amici che amano la birra, ho gettato le basi per far nascere e crescere questo portale. Non posso descrivere quante soddisfazioni mi dona! Ma non solo, da qualche mese ho avviato un mio blog dedicato al vino
www.enologoin500.it, nel quale racconto dei vini, delle cantine e dei magnifici luoghi di Langhe e Roero, in cui ho il privilegio di vivere, in compagnia della mia vecchia Fiat 500 L gialla!