Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana
10 agosto 2015

Birre artigianali vs industriali: facciamo il punto

Birre artigianali vs industriali: facciamo il punto

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All’inizio fu la Budweiser: lo scorso febbraio, durante la finale del Superbowl negli Stati Uniti, il colosso della birra industriale americana fece mandare in onda una pubblicità nella quale veniva pesantemente (e forse per la prima volta apertamente) criticato il consumatore di birra artigianale, chiamando a raccolta il patriottismo tutto americano per la quale i veri uomini bevono solo Bud. 

Negli ultimi mesi, alcune tra le più grandi marche birrarie della grande distribuzione hanno iniziato un completo restyling di marketing, etichette e packaging, rendendoli più accattivanti e simili nell’aspetto a birre artigianali.

Nelle scorse settimane, Heineken, proprietaria di Birra Moretti, si è scagliata contro il microbirrificio sardo Lara, reo, a suo dire, di aver palesemente copiato il nome della birra del Baffo per una sua creazione, la Moretta per l’appunto.

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A cosa stiamo assistendo? Come mai solo ultimamente le grandi multinazionali della birra sembrano accorgersi dell’esistenza dei birrifici artigianali? Perché i grandi colossi industriali cominciano a sentire la necessità, in alcuni casi, di mettere i bastoni tra le ruote alla produzione artigianale, o a sminuirne il valore?

Negli ultimi anni, il mercato della birra artigianale ha visto un enorme e rapido incremento dei propri affari (rimanendo comunque sempre molto distante, a livello di introiti, dall’universo delle birre industriali): basti pensare al numero di birrifici nati anche solo qui in Italia, ai molteplici beer shops sorti in tutto il territorio che trattano solo di prodotti artigianali, ai festival e alle fiere della birra artigianale che hanno cominciato a farsi strada nelle varie città, e che ogni anno attirano sempre più visitatori…

Il lavoro e la passione di molti mastri birrai hanno finalmente dato i loro frutti, trovando anno dopo anno un sempre maggior consenso da parte del pubblico che, nonostante la crisi economica, si è dimostrato disponibile e propenso a spendere un po’ di più per poter gustare ed assaggiare birre particolari, magari create a km zero, con ingredienti naturali e selezionati e senza additivi e conservanti.

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Probabilmente, negli ultimi tempi, i numeri hanno cominciato ad essere troppo alti per non attirare l’attenzione delle grandi industrie birrarie. Alcune hanno messo in atto un processo di rinnovamento verso i nuovi gusti dei consumatori di birra, accostando ai loro prodotti “classici”, nuove linee che strizzano l’occhio all’universo delle craft beers; altre hanno preferito dire la loro (impietosa) opinione riguardo gli amanti della birra artigianale. Scelte, che hanno tracciato due tipi di risposta differenti degli addetti ai lavori davanti al fenomeno dell’espansione della cultura della birra artigianale: da un lato l’accettazione della presenza di un nuovo tipo di offerta e il conseguente tentativo di adattamento, con i dovuti limiti, alle nuove richieste dei consumatori; dall’altro una sorta di cecità e di rifiuto verso il mondo dei (micro)birrifici e della loro utenza, visti quasi come minaccia al proprio business.

Ma davvero il mercato dei microbirrifici può essere in grado di mandare in crisi l’egemonia delle industrie di birra, nonostante le quantità limitate di bevanda prodotte e i prezzi delle bottiglie necessariamente più alti per far fronte ai vari costi di produzione?

Gli estimatori della birra a quanto pare hanno preso una direzione ben precisa, nel corso degli ultimi anni: è meglio preferire la ricerca e la qualità, a discapito della quantità. Il consumatore ha cominciato ad interessarsi alla provenienza dei vari luppoli e malti, agli eventuali ingredienti aggiuntivi che danno un gusto specifico e diverso a particolari tipi di birre, e al processo stesso di produzione della birra: curiosità che prima, prendendo un pacco di birre dallo scaffale del supermercato, non c’erano e non sorgevano spontanee.

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Un grande merito della birra artigianale e dei loro produttori è stato quello di coinvolgere pubblico e curiosi nella creazione stessa delle birre, trasmettendo un entusiasmo che difficilmente una qualsiasi pubblicità di birra industriale riuscirebbe a fare: vi basti parlare anche soli 5 minuti con un mastro birraio della sua birra. La passione che ne traspare è talmente coinvolgente da invogliarvi a provarla seduta stante. Perché è su questo che si basa il mercato dei microbirrifici; non esistono campagne pubblicitarie milionarie, né pesanti nomi di industria alle spalle a spianare la strada del successo; ma soltanto la forza di volontà e l’amore per ciò che viene fatto da parte dei produttori. E questo viene percepito, ed apprezzato, dal numero sempre maggiore di persone che si avvicina al mondo della birra artigianale. E il mercato sta premiando sempre di più questa filosofia.

Tutto ciò, più che come affronto, dovrebbe essere preso come momento di riflessione da parte delle grandi fabbriche di birra. I profitti sono importanti, e su questo, ahimè, non ci piove. Ma se invece dei grandi numeri, si cominciasse a guardare (di nuovo) alla passione?

Alessia Baruffaldi
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Alessia Baruffaldi

“Ero una quasi astemia qualsiasi, fino a quando, alla “tenera” età di 23 anni, ho fatto conoscenza con una giraffa di Augustiner Oktoberfest…”

Nasce così la mia passione per la birra, più o meno 7 anni fa. E da allora non si è più fermata.
Solitamente, le donne si emozionano e si entusiasmano di fronte ad un negozio di vestiti, di scarpe, di profumi… Io mi entusiasmo davanti ad una libreria, a qualsiasi cosa che raffiguri dei gufi o la Scozia… e davanti ad uno scaffale pieno di bottiglie di birra!
E’ più forte di me, appena entro in un supermercato, vado subito in direzione del reparto birre, che solitamente viene sempre diviso dal reparto “vini&liquori”, e proclamo il mio insindacabile giudizio: in questo supermercato vale la pena che io ritorni?
Comincio a passare in rassegna ogni cambio di colore delle etichette, ed esploro, esploro, esploro.
A volte con piacevolissime sorprese e scoperte di nicchia, e quando poi esco dalla cassa con 4-5 bottiglie mi sento soddisfatta e felice come una bimba che ha svaligiato un reparto di caramelle, o una fashion-addicted che ha trovato un paio di Louboutin al 90% di sconto.
Stessa sorte tocca ai locali che frequento: come decido se vale la pena ritornarci? Semplice! Do un’occhiata al listino delle birre che propongono alla spina o in bottiglia e, se possibile, faccio una perquisizione visiva diretta del frigo. Se tengono solo birre da supermercato, prendo un’acqua frizzante, e mentalmente pongo un bollino sulla porta dello sventurato pub con scritto “MAI PIU’”.
E’ decisamente snob come cosa, lo so, ma è più forte di me.
Ormai tra i miei amici sono considerata LA “birramaniaca” (anche se c’è chi beve molto più di me!). Vedono la passione che ci metto nel provare gusti nuovi, nell’informarmi sui vari birrifici, nel collezionare le bottiglie delle birre che ho assaggiato (al momento sono circa a 280, ma sarebbero molte di più se ogni volta che vado in un pub poi avessi il coraggio di chiedere di portarmi via il vuoto a perdere, ma non è molto carino girare fuori da un pub con una bottiglia di birra vuota in mano senza sembrare un’ubriacona!), leggo, sperimento, cerco di partecipare al maggior numero di fiere birrarie che la distanza (e ahimè,il mio portafogli) mi permettono…

Insomma, coltivo più che posso questa mia passione, forse un po’ insolita per una ragazza, ma che ci posso fare se mi trovo più a mio agio tra gli scaffali di un beer shop, piuttosto che in un negozio di vestiti?
Per questo ho aperto da qualche mese un mio blog sul fantastico mondo della birra artigianale (avventurebirrofile.altervista.org), supportato dalla pagina Facebook de Le avventure birrofile della Ale.