Numero 42/2020

14 Ottobre 2020

Oktoberfest: birra e sangue. La serie TV

Oktoberfest: birra e sangue. La serie TV

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Chi si sarebbe mai aspettato una serie dedicata all’Oktoberfest e disponibile su Netflix? Ecco che invece esiste, messa in onda nel 2020, creata da Christian Limmer, Ronny Schalk e Alexis Wittgenstein.

“Oktoberfest: birra e sangue”, tolta l’ansia da prestazione iniziale finisce per risultare una serie abbastanza godibile, anche se del tutto innocua e fin troppo stereotipata, con un intrigo alla mercé della malizia di uno spettatore medio, maturata grazie alla dieta streaming durante i lunghi mesi di quarantena. Non c’è nulla che lasci davvero sbalorditi, niente che possa spingere un fruitore con un briciolo d’esperienza televisiva a esclamare frasi avventate sulla capacità narrativa dei tedeschi, i quali dopo Dark… Eh, già, dopo Dark uno potrebbe anche aspettarsi qualcosa di interessante, ma il sangue non garantisce nulla, altrimenti avrebbe ragione qualche spauracchio dittatoriale di molti anni fa. Invece eccovi un’epica al luppolo che ricalca il modello Trono di spade in modo così esplicito che è forte la tentazione di ribattezzare la nuova serie crauta “il trono di birre” o magari “il malto di spine”.

 

 

Non è neanche necessario perdere byte a rilevare le somiglianze: chiunque può accorgersi che la povera famiglia Hoflinger è ricalcata sugli Stark e che nonostante la storia sia ambientata nel ‘900, Monaco ricordi più le fangose contrade di Grande Inverno che una città operosa “di Cermania” e quel fluido che guizza, schizza e deborda da ogni parte appare più come vomito di drago che birra “di Bavària”.

Sesso brutale? C’è! Omicidi efferati? Anche. Doppiogiochisti che fanno a gare sodomitiche? Pure. Cosa mancherebbe? Una visione morale credibile e un movente davvero valido per tutta questa tiritera di potere e corruzione ambrata. A poco vale la scritta iniziale che le vicende narrate si basino su fatti reali, dopo Fargo una cosa simile ha perso completamente di significato, ma è vero, esiste un Oktoberfest e di sicuro, dalla fiera bonaria di metà Ottocento, devono esserci stati bei giochi di potere per giungere alla mutazione turistica e internazionale del secolo successivo, ma non il feuilleton di vendette e seduzioni, prepotenze gotiche e crudeltà neoliberiste che gli sceneggiatori hanno infilato tra un banco e l’altro. Oktoberfest: birra e sangue ha un cast di buon livello, un budget notevole e una regia solida, con il finlandese Salonen al timone e il mattatore Misel Maticevic a far da primo marinaio nel ruolo dell’arrivista Curt Prank, ma alla fine sembra raccontarci ancora una volta le giostre disumane di House Of Cards, la decadenza orgiastica di Versailles e Roma, la volgarità fumettona di Deadwood, la ricostruzione storica fighetta di Penny Dreadful e non aggiunge nulla di più. Sarà ricordata come un tipico prodotto Netflix di questi anni. Finirà per fare volume. Probabilmente avremo una seconda stagione, ma prima dell’annuncio bisognerà aspettare le conferme del network, capace di abbattere il cavallo Bojack e rilanciare una terza volta l’inguardabile Suburra per ragioni imperscrutabili a parte che sia la mediocrità a trionfare sul gusto.

 

 

I presupposti al fine di continuare la mattanza ci sono tutti: i due promessi sposi manzoniani, Roman e Clara (rispettivamente Klaus Steinbacher e Mercedes Müller) potrebbero sorbire umiliazioni e diaspore ulteriori, il signor Prank magari ricomincerà la sua ascesa mefistofelica, tenendo presente che ormai ha praticamente finito per incarnare il look del suo defunto sicario Alfred Glogauer (Martin Feifel) ma l’impressione è che la serie abbia già sparato le sue cartucce e che siano state da principio tutte a salve. Oktoberfest: birra e sangue ci vorrebbe mostrare le infinite gradazioni del nero che impesta l’animo umano, mescolando la consueta danza del potere con i risvolti storici della scienza evoluzionistica e la fiducia nel progresso, ma la sua denuncia spietata è solo intrattenimento sornione, ordito da mestieranti con tanta voglia di vezzeggiare l’Io pessimista e ipercalorico del pubblico Covid. L’avido spietato, è ormai il solo protagonista per cui siamo costretti a parteggiare in questa nuova TV, che affoga i cuoricini del pubblico nel patetico ego di questi mostri breakingbadiani? Ego malati come laghi di tenebre ghiacciate da cui finiscono per emergere, neanche fossero teste e braccia di corpi occultati, infantili rivalse e patetici ripensamenti. Su tutto questo sfacelo passa la funivia del bisogno d’amore.

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