Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 10/2017

9 marzo 2017

Birrifici artigianali italiani: un bilancio sui trend degli ultimi anni

Birrifici artigianali italiani: un bilancio sui trend degli ultimi anni


 

E’ tempo di bilanci per l’artigianato birrario italiano. Un anno, il 2016 che ci lasciamo alle spalle, che ha indicato una serie incoraggiante di segni positivi, in termini di salute complessiva del movimento, nonostante le non poche storiche difficoltà che gli operatori del settore sono costretti ad affrontare.

Secondo le ultime rilevazioni compiute dal portale www.microbirrifici.org, il trend del settore conferma la sua costante crescita, con un 2016 che ha fatto segnare un numero di aziende attive superiore a quello degli anni precedenti: 660 i birrifici, 220 i brewpub, 361 le beerfirm, per un totale di 1241 unità.
Di queste risultano con cessata produzione 167 unità, per un totale di 1074 aziende attive e di 743 impianti operativi.

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Per comprendere i numeri del fenomeno basti pensare che nel 2014, anno che fece registrare il picco più alto in termini di nuove aperture, gli impianti attivi erano solo, si fa per dire, 700.

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Quanto rilevato non può che avere positive ripercussioni sul mercato del lavoro italiano, con circa 3.000 addetti impiegati che salgono a 5.000 considerando pure l’indotto, molti dei quali under 35.
La crescita costante del settore è più facilmente comprensibile se prendiamo come riferimento la produzione: sul totale della birra prodotta in Italia, la quota di “artigianale” è salita dall’1,1% del 2011 (450.000 hl) al 3,5% del 2016 (500.000 hl), stimando un valore di 4,5 €/l, per un fatturato complessivo dell’artigianato birrario italiano che si attesta sui 225 milioni di €.
In tutto questo uno spazio sempre più rilevante è occupato dalla voce Export, aumentato del 144% in dieci anni, per una quota pari al 15-20% sul fatturato complessivo.
Secondo le ultime rilevazioni di Coldiretti, le esportazioni vengono stimate in un valore attorno ai 180 milioni di € nel 2016 con ottimi risultati nei paesi del nord Europa, dalla Germania (+17%) all’Irlanda (+8,1%) fino alla Gran Bretagna (+2%). La nuova produzione artigianale Made in Italy, spiega la Coldiretti, è molto diversificata, con numerosi esempi di innovazione particolarmente apprezzati dai curiosi palati stranieri.

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Il fermento registrato negli ultimi anni nel nostro paese non può e non deve distrarre dalle problematiche, di cui abbiamo parlato, parliamo e parleremo sicuramente in futuro, insite nel movimento birrario artigiano, evidenziate dalle più importanti associazioni di categoria, quali Unionbirrai.
Passata la sbornia, in senso figurato s’intende, per il successo della recente edizione di Birra dell’Anno da poco conclusa, i vertici dell’associazione sono subito tornati al lavoro per porre all’attenzione della politica quelle che sono le ormai solite richieste del settore: maggiore equità fra piccoli e grandi produttori.
Grazie al rafforzamento delle tipicità locali e dei marchi territoriali, soprattutto tra le nuove generazioni, la birra ha assunto la stessa dignità del vino. Ma con una differenza non da poco per i produttori: sul vino non gravano accise, sulla birra sì. In 13 anni, il peso dell’accisa sulla birra è passato da 16,8 €/hl a 36,2 €/hl segnando un + 117%.
Dal 1 gennaio 2017 l’inarrestabile peso del fisco si è attenuato, sia pure appena di 0,02 €: uno sconto che non fa differenza tra multinazionali e micro realtà produttive e che non fa che confermare una situazione aliena rispetto a quel che accade nel resto d’Europa.
Ma il fisco non è l’unica zavorra a frenare la birra artigianale italiana: ci si mette anche la burocrazia e una legislazione tarata sui colossi del settore. A causa di un meccanismo burocratico perverso nell’introduzione del contatore fiscale digitale, quello che sarebbe dovuto essere un efficace strumento di semplificazione ha iniziato a produrre i suoi effetti distorti, imponendo ai birrai un pagamento anticipato sul mosto, e non alla fine del processo produttivo e all’effettivo momento dell’imbottigliamento della birra. Il mosto, nel diventare birra, perde intorno al 10% del suo volume: il produttore, quindi, è costretto a pagare l’accisa su una quantità maggiore rispetto alla birra che potrà effettivamente mettere in vendita.

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“Una doppia, amara beffa”, sostiene Unionbirrai, un sistema insostenibile, ribadiamo noi, che si
rivela essere prima causa del fallimento precoce di tantissime nuove iniziative: analizzando le attività cessate, calcolate come già detto sulle 167 unità per il 2016, si evidenzia come il picco di chiusure avviene entro il secondo anno di attività, con una durata media di apertura che si attesta attorno ai 4 anni e mezzo.

Quali sono le conclusioni che possiamo trarre?
Sicuramente il segmento della birra artigianale in Italia gode di buonissima salute, nonostante le problematiche fiscali e burocratiche fin qui esposte. Uno stato reso possibile dallo spirito d’iniziativa di vecchi e nuovi attori della scena birraria, dal desiderio di affermarsi anche e soprattutto fuori dai confini nazionali, dalla volontà di coltivare e mantenere vivo un settore fatto ancora oggi da persone che vivono e condividono in una sorta di rete, reale prima che virtuale, la loro esperienza.
E’ su queste solide basi che si può spiegare la crescita della birra artigianale in Italia, una crescita che da un lato non può più essere derubricata a semplice moda, dall’altro merita maggiore attenzione e considerazione da parte di chi scrive le regole del gioco, per mettere tutti gli addetti, grandi e piccoli, nelle medesime condizioni di poter operare sul mercato nel rispetto indiscutibile delle regole sulla concorrenza leale.

Redazione Giornale della Birra
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