Numero 28/2019

12 Luglio 2019

Concetti del marketing applicati al luppolo 100% italiano: l’analisi SWOT

Concetti del marketing applicati al luppolo 100% italiano: l’analisi SWOT

Tweet


Possono gli strumenti del marketing essere utili a chi ha deciso di puntare forte sulla realizzazione di una filiera del luppolo italiano, e di conseguenza di una birra “100 % Made in Italy”? Questa domanda non fa altro che andare a rendere chiaro il bisogno, in questo caso per nulla “latente” che necessita di essere soddisfatto.

Cercheremo di trarre dati necessari a capire se davvero tutto ciò possa essere più o meno utile a questo sviluppo tramite l’applicazione di uno strumento chiamato “Analisi SWOT”, che andrà a mettere in evidenza quali siano internamente i “punti di forza”, “punti di debolezza” di questo progetto e quali “opportunità” e “minacce” possano invece minare lo sviluppo ed utilizzo del luppolo italiano sul nostro territorio.

 

.

.

 

Il sistema interno: punti di forza del progetto “luppolo italiano”.

Il luppolo è da sempre presente sul nostro territorio, anche se per la maggior parte sotto forma selvatica. Oggi ci si stia impegnando per la selezione di varietà autoctone, come già era peraltro avvenuto nel corso del 1800 in special modo nella zona dell’Emilia Romagna.
Questo ingrediente è visto dagli addetti ai lavori come il possibile ingrediente distintivo per la ancora giovane birra artigianale italiana, che sta man mano rivelando di puntare molto forte sulla coltivazione delle materie prime in loco per cercare di regalare ai consumatori un prodotto unico, interamente realizzato tramite l’utilizzo delle risorse disponibili sul nostro territorio. A spingere la birra artigianale italiana in questa direzione, oltre alla buona qualità delle materie prime ottenute, è anche la crescente tendenza da parte dei consumatori italiani a rivolgere le proprie attenzioni di acquisto a prodotti tipici del territorio. Ecco allora che si è ritenuto di potere e volere rischiare su investimenti che riguardino lo sviluppo di una filiera di trasformazione completa, dall’orzo al luppolo. Investimenti che non riguardano solamente gli aspetti più pratici di “pre” e “post” coltivazione della pianta, non dimenticandosi della sua cura nel corso del suo ciclo di vita, ma interessavano ed interessano tuttora tutte le questioni che possiamo definire più “burocratiche”, per far sì che il luppolo italiano possa poi essere commercializzato. Parlando invece di mercato di riferimento, è facile immaginare come l’offerta sia rivolta in particolar modo alle realtà artigianali operanti sul nostro territorio, che potrebbero così vedere un ulteriore punto di forza per il loro prodotto nell’utilizzo di questo ingrediente, salvo il fatto che le caratteristiche conferitegli consentano effettivamente di ottenere un vantaggio sia sotto l’aspetto della qualità finale, sia al momento della messa sullo scaffale. Si dovrà dunque ricorrere all’utilizzo di una strategia di marketing “concentrata”, che possa permette al settore di coltivazione del luppolo italiano di essere presente e distribuire in modo capillare su tutto il territorio nazionale. Solo il tempo ci dirà se questo progetto sia totalmente realizzabile, o se lo sarà solo in parte, ma le premesse si sono create, e sembrano essere anche piuttosto buone. Importante sarà dunque riuscire a creare un buon rapporto tra aziende coltivatrici, istituzioni impegnate in tal senso e birrai, in modo da poter sempre migliorare l’offerta al consumatore.

.

.

 

Ma qualche mancanza intralcia la realizzazione di questo progetto: i punti di debolezza.

Oltre a tutti questi passi in avanti compiuti in un così breve periodo, è bene comunque anche sottolineare anche quelli che sono ancora i “punti di debolezza”, sui quali poter lavorare per arrivare ad un sistema sempre più efficiente. Oltre all’ancora basso numero degli impianti produttivi oggi presenti sul nostro territorio, e alla presenza di un solo ente certificatore (l’Università degli Studi di Parma), sono da registrare la mancanza di prodotti fitosanitari specifici da utilizzare per i trattamenti del luppolo, nonché le basse competenze e conoscenze di chi decide di dedicarsi a questa coltura, l’assenza di un registro varietale, nonché tutte le difficoltà inerenti l’accesso ai fondi previsti dall’Unione Europea e dal Piano di Sviluppo Rurale. Sarà dunque necessario fare più chiarezza in merito a questi aspetti, anch’essi fondamentali per la realizzazione di un sistema che speriamo possa presto camminare con le sue gambe. Questo per quanto concerne il “sistema interno” del luppolo italiano, ancora tutto in via di definizione.

Quali opportunità offre invece il contesto in cui sta avvenendo questo sviluppo?

Lo sviluppo del luppolo sul nostro territorio potrebbe essere anche favorito da un apporto concreto da parte del contesto esterno. Un’ottima opportunità ad esempio, per la riqualificazione di aree oggi abbandonate, perché no, magari situate vicino a torrenti o corsi d’acqua. Studiando un piano di sviluppo che tenga conto anche dell’impatto ambientale, potrebbe portare ad ottenere produzioni ad alto tasso qualitativo, utilizzabili non solo in campo birrario, ma anche in campo cosmetico piuttosto che fitoterapico, avendo così anche un’opportunità di smaltimento di un’eventuale produzione in eccesso. Ultimo, come già detto a più riprese, la possibilità di arrivare a creare un vero proprio marchio “made in Italy” anche in ambito brassicolo.

 

.

.

 

 

Cosa invece potrebbe rappresentare una minaccia?

Tutte le prospettive positive appena elencate, potrebbero verificarsi nel caso, come ci auguriamo, il progetto del luppolo italiano continui ad avanzare a gonfie vele e senza intoppi. Ciò significa che sarà impossibile non tenere conto della possibile oscillazione della domanda di luppolo da parte dei birrifici, oggi decisamente molto importante, ma da cercare poi di stabilizzare e mantenere nel corso del tempo. Un’altra grossa incognita è rappresentata dal fenomeno oggi più che mai attuale dei cambiamenti climatici, che potrebbero andare a modificare in modo significativo qualità e volumi delle produzioni. E ancora, si riuscirà ad ottenere una normativa che regoli tutti questi aspetti sui quali oggi è ancora posto un grosso punto interrogativo.

Tweet


Info autore

Marco Marcigot

Leva 1993, crescendo ad Udine ho respirato Mitteleuropa: Austria a nord e Slovenia ad est.
In una terra di vino che scuola potevo fare? La scelta era facile: scuola enologica di Cividale del Friuli. Il sessennio fu molto interessante, con tirocini, studi, visite e parecchi approfondimenti sul campo.
A un certo punto scopro per caso le birre artigianali, in un pub cittadino: da lì con qualche amico facevamo delle vere e proprie degustazioni, cercando di assaggiare ogni volta stili differenti.
Qualche mese dopo mi regalarono un kit per la produzione casalinga e da lì inizio una vera e propria ricerca e approfondimenti dell’ambito. Ciò che mi attirava di più della birra erano le migliaia sfumature di colori, aromi, stili e storie che si celano dietro questo mondo.
Anni universitari: la scelta ricadde su Scienze e tecnologie alimentari a Udine dove all’interno della facoltà c’è il corso di Tecnologie della Birra. L’ultimo anno il tirocinio l’ho fatto in un birrificio agricolo, il primo in regione, che coltiva sia orzo che luppolo; la tesi è sulla produzione e promozione della birra artigianale friulana.
Nel 2017 un’esperienza molto interessante e formativa di 7 mesi nel Birrificio Antoniano a Padova.
In tutti questi anni, dal 2012, mi diletto come homebrewer partendo dal kit, passando all’E+G e arrivando all grain: da qualche mese gestisco anche una pagina Facebook per far conoscere ai miei amici cos’è per me la produzione brassicola casalinga e raccontando loro le mie avventure. Infine sono socio dell’associazione homebrewers Friuli Venezia Giulia.
Sono innamorato delle basse fermentazioni tedesche e delle alte fermentazioni inglesi.
Bitter e Marzen, una coppia strana, ma che mi fa impazzire.