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2 marzo 2015

DOKI E LA BEVANDA DEGLI DEI: settimo capitolo

DOKI E LA BEVANDA DEGLI DEI: settimo capitolo

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Doki non pensava ad altro che a lei.
A Meryt-Ra.
Alla figlia del Re.
Anche in quel momento, mentre si stava per svolgere la cerimonia nella piazza di Abu, in quel momento di grande responsabilità, lui la pensava.
Era una follia, in vero, ma Doki la amava.
Fin dal primo istante in cui l’aveva vista.
Fin dal primo momento in cui aveva visto il suo leggiadro corpo, perfetto e sinuoso, nudo nel Nilo.
Ed il giorno prima….
Ahhhh, il giorno prima!
Si erano posseduti vicendevolmente, in un lungo abbraccio, un amplesso lungo un sogno.
Era lei che Doki voleva per sé.
Era Meryt-Ra che lui avrebbe desiderato per tutta la sua vita.
Lui lo sapeva.
Lei condivideva.
Un unico grande, insormontabile ostacolo: il Re.
Come tutti i padri, anche Narmer si sarebbe sentito morire nel momento in cui avesse saputo che la propria figlia era innamorata, ed ancor di più la fitta al cuore si sarebbe espansa se avesse saputo… se avesse saputo che lei aveva una vita sessuale.
Era la normale natura di un padre.
Ma un padre normale non avrebbe avuto il potere di comandare la morte di un fianzato senza pagarne il dazio… Narmer sì.
Lui era il Re.
Meryt-Ra era la principessa e lui…
Lui era solo un agricoltore divenuto una pedina in un gioco più grande di lui.
E di certo Narmer non avrebbe permesso che sua figlia sposasse un semplice plebeo!
Il suo cuore la voleva, ma la sua testa sapeva che, il loro, era un amore impossibile.

La cerimonia iniziò.
Il Re, sua moglie e sua figlia erano seduti al centro del palco.
Più a lato, sulla destra del pubblico che guardava il palco, vi erano i due Visir del Re.
Doki si era accomodato su di uno scranno, il più piccolo di tutti quelli che erano stati dislocati sul palco, sulla sinistra rispetto agli spettatori; alla destra del Re.
Narmer si alzò in piedi e si avvicinò al bordo del palco:
«Popolo di Abu» iniziò «io sono Narmer, il Re di tutto l’Egitto. Io sono il benedetto di Amon il Nascosto e di Ra! Io ho unito le terre bagnate dal Grande Nilo sotto ad un unico vessillo. Da oggi Io sono il vostro Re».
Tutti erano in silenzio, le orecchie ben tese ad ascoltare le parole del sovrano e le gambe pronte a scattare per fuggire, qualora Narmer avesse ordinato lo sterminio della popolazione conquistata.
«Non temete, miei sudditi. Io sono stato un Re giusto per il mio popolo e lo sarò anche con il mio nuovo popolo! Nessuno verrà torturato o ucciso solo perché il vostro vecchio sovrano ha perso la battaglia decisiva, a Men-nefer».
Il popolo cominciò a vociare sottovoce.
Il Re proseguì ed il vociare cessò quasi istantaneamente.
«Il vostro nuovo Sovrano è magnanimo e, per dimostrarlo, ho deciso di nominare il vostro vecchio Re e mio vecchio nemico, Visir dell’Alto Egitto. Oggi, dopo che lui avrà giurato eterna fedeltà a me, un nemico diverrà un amico. Due popoli diverranno uno solo. Questo è il volere del Re. Vieni avanti, Am-nefer e comunica al nostro popolo ciò che il tuo cuore desidera».
Il sovrano decaduto si alzò dal suo scranno, la corona dell’alto egitto in testa, vestito dell’armatura da battaglia.
Il passo marziale e sicuro, lo sguardo alto e fiero.
«Io, Am-nefer, re dell’Alto Egitto riconosco in te, Narmer, l’unico legittimo Sovrano delle Due Terre. Gli Dei tutti ti arridono e, quindi, chi sono io per ergermi contro gli stessi Dei che mi hanno creato? Io, qui, dinnanzi al mio popolo, giuro eterna fedeltà a te, Narmer, Signore d’Egitto».
Detto ciò fece un passo verso il Re, sguainò la sua spada. Gli occhi del popolo fissi sulla scena, le mani sulle bocche; tutti trattennero il fiato.
La mano del sovrano decaduto si aprì mentre l’altra sollevava la lama. Quando l’arma fu in posizione orizzontale, lui si inginocchiò, porgendo la spada a Narmer.
Il re delle Due Terre prese la spada del Sud e la ritirò nel fodero che aveva sulla parte destra della sua cintura di cuoio. Era stata cucita apposta per l’occasione rituale. Ora Narmer possedeva due spade: la sua, posta nel fodero di sinistra e quella di Am-nefer a destra.
«Un Re non è un Re senza la sua corona» proseguì il sovrano decaduto «ed è per questo che io ti dono la corona dell’Alto Egitto, ciò a simboleggiare che sei tu l’unico sovrano delle Due Terre».
Il suddito porse a Narmer il proprio copricapo: un oggetto bianco, tondo, rigonfio con l’estremità tendente all’alto, tendente agli Dei.
Narmer la afferrò e, secondo il rituale da lui stesso inventato, si sfilò la propria corona, quella del Basso Egitto e le mise una a fianco dell’altra; una per mano.
La sua corona era rossa, una specie di diadema di rame che cingeva la sua fronte, vuota in mezzo. Un Ureo, un cobra magico di legno intagliato e rivestito di rame fuso svettava a difesa dai nemici invisibili del Re. Era la sua protezione contro la magia.
Le osservò, ritualmente.
Era come un teatrante che doveva ammaliare gli spettatori.
La sua era una scenetta che, ad insaputa dello stesso Narmer, sarebbe stato usata e ripetuta per millenni.
«Io sono il Signore delle Due terre» prese la corona rossa e la infilò dall’alto in quella bianca.
Il diadema si incastrò nella corona bianca, perfettamente.
Con quel gesto, Narmer aveva unito insieme le sue due corone.
Le due Terre.
Si pose il copricapo composito sulla testa e poi alzò le braccia verso il cielo.
I cittadini di Abu si lasciarono andare in un’ovazione gioiosa, liberatoria.
«Ed ora, per unire ancor di più il regno, dichiaro che da oggi, il simbolo del Re non avrà solo più il giunco del Nord! Avrà anche la laboriosa ape del Sud. Il nome del Re sarà, da oggi in poi, l’unione di questi due simboli. Io, Narmer, sono il Faraone d’Egitto!»
In quel momento nacque l’istituzione faraonica, forma di governo che sarebbe durata per millenni.
«Ed ora» proseguì il Faraone,« voglio mostrarvi l’uomo che ha reso possibile questa storica unione. Vieni avanti, Doki, Eroe della battaglia di Men-nefer».
Il ragazzo si alzò dal suo scranno. Splendido nella sua armatura di cuoio ricoperta di scaglie di rame:
«Ecomi dinnanzi a te, Re dei Re. Io sono Doki. Vengo dal villaggio di Men-nefer, e sono un agricoltore».
Gli spettatori cominciarono a bibigliare.
L’effetto della presenza di un agricoltore, un ragazzo del popolo, vestito in alta uniforme chiamato “eroe” dal Re, aveva sortito l’effetto desiderato da Narmer.
L’arte della propaganda.
Il Faraone aveva dimostrato la propria lungimiranza.
«No, Doki. Tu non sei più solo un agricoltore. Tu sei un Eroe, e da oggi sarai un mio Generale e consigliere militare».
«Faraone… tu mi onori!»
«Tu hai onorato le Due terre. Tu hai reso possibile questa unione. Grazie al tuo coraggio tante mogli possono abbracciare di nuovo i propri mariti, tanti figli, padri e fratelli hanno riabbracciato i propri cari. Tu hai posto fine a questa guerra, questa mattanza che divideva due popoli destinati da sempre ad unirsi. Ma dimmi, Doki, qual’è il tuo segreto? Ti ho visto lanciarti nella mischia per primo e, da solo, falcidiare orde di guerrieri ben più esperti di te».
«Mio Faraone, Horus mi è apparso in sogno la notte precedente la battaglia. Mi ha donato questa spada» ed estrasse la sua spada dal fodero, arma cerimoniale creata apposta per l’occasione dai fabbri del Re.
Uno splendido oggetto di rame, l’impugnatura finemente decorata da bassorilievi ed incastonata di opali, le pietre sacre che la leggenda descriveva come le gocce di sangue del Dio.
«Lui mi ha dato la forza. Horus stesso ha guidato la mia mano».
«Tu sei veramente benedetto dagli Dei. Popolo di Abu, rendi onore all’eroe di Men-nefer, l’umile contadino che è stato elevato al rango di Eroe!»
Grida di giubilo e di festa si levarono alte fino all’azzurro cielo.
Doki levò in alto la spada.
Si godette quel momento di gloria.
Poi, quasi istintivamente, il suo sguardo di direzionò verso la sua amata principessa.
Chissà che cosa stava facendo lei…
Stava applaudendo?
Stava sorridendo?
Si voltò e la vide. Seria, austera, lo sguardo fisso nella folla.
Ma anche lei, in quel momento si girò verso il giovane; abbozzò un sorriso.
Doki sapeva che qullo era il massimo che avrebbe ottenuto da lei quel giorno. La sua posizione ed il protocollo le impedivano di comportarsi come una normale ragazzina.
Narmer aveva notato questaloro complicità?
Doki, rinsavito in quel momento, sperò di no.
Il Faraone lo avrebbe condannato a morte per aver colto il frutto acerbo della figlia.
Ne era certo.
Si ripromise che, se il loro segreto fosse restato celato all’occhio da falco del Re, avrebbe usato più discrezione, in futuro.
Ne andava della sua vita.
«Popolo di Abu!» il Re riprese in mano le redini della folla «ho un annuncio da farti! Ecco a te il nobile Akar, che da oggi governerà Abu e i suoi territori in vece mia. Abu sarà il primo Noma dell’Alto  Egitto e questi è il vostro Nomarca».
Il nobile Akar fece la sua comparsa sul palco d’onore. Il popolo lo acclamò.
La folla fu completamente rapita da quella manifestazione rituale.
Narmer aveva ottenuto un successo su tutta la linea.
Ed ora mancava solo la ciliegina sulla torta.
Il Faraone proseguì:
«Ma non temere, popolo di Abu, non sarai solo suddito di provincia! Amon il nascosco mi ha parlato. Erigerò una nuova città, proprio laddove l’Egitto si è unito! Men-nefer diverrà la nuova Capitale dell’Egitto unito! Abu sarà una delle provincie più vicine ad essa… Questo Noma sarà uno dei più floridi! Esulta, Abu!»
Il boato che si scatenò fu udito dagli Dei tutti.
La prima cerimonia di insediamento del Faraone si concluse con un banchetto offerto dal Re.
Anche questo rito fu ripetuto per millenni; quando un Faraone succedeva al precedente, durante il suo primo anno di Regno doveva visitare tutte le maggiori città del Regno. Quel viaggio fu compiuto per primo da Narmer, ed ogni Faraone dopo di lui lo ripeteva come rito di unione delle Due terre che, ogni volta, nutriva il popolo ed infondeva speranza nel futuro.
Quel giorno si scrissero le prime, vere tradizioni di un Impero.
Quello Egizio.
E lui, Doki, non solo fu partecipe di quell’evento storico, no!
Lui, la Storia, la plasmò.
Lui, l’Eroe di Men-nefer.

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Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.