Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana
5 dicembre 2015

La morte ha il gusto del luppolo: terzo capitolo

La morte ha il gusto del luppolo: terzo capitolo


Alberico sbatté il battente di ottone del pesante portone in legno.

Le mura del monastero erano alte circa due metri ed il portone era composto di due ante, alte poco meno delle mura e sovrastate da esse.

Incastonato in quella barriera e chiuso dall’interno, fungeva da protezione verso i nemici esterni e contro i ladri.

I monasteri, d’altronde, erano pieni di ornamenti sacri e di calici ed oggetti in oro ed argento. In più nei giardini di quelle strutture dimoravano una moltitudine di piante da frutto ed erbe officinali, oltre agli animali da corte.

I cittadini, per prassi, consegnavano delle questue particolari, ossia una percentuale di farina e prodotti della terra come affitto dei terreni.

La grande maggioranza dei terreni attorno alle città europee erano, infatti, proprietà della Chiesa. Questo per via della consuetudine di lasciarli in eredità al Clero per potersi garantire un posto in Paradiso alla propria dipartita.

I villici, pertanto, erano costretti a coltivare la terra della Chiesa ed a pagare un congruo, anche se spesso esagerato, affitto.

I poveri, gli indigenti e i rifiuti della società, quindi, sapevano che nei monasteri vi era abbastanza ricchezza per risolvere tutti i propri problemi. Dal canto loro, i frati, i preti e tutti i prelati si erano industriati per meglio proteggere le proprie ricchezze.

Perfino Alberico era riuscito ad accumulare abbastanza danaro da poter acquistare una casa in Roma.

Ma i Frati erano un’eccezione nell’opulento mondo della Cristianità; loro avevano anche “l’obbligo di Povertà”.   Potevano, quindi, accumulare ricchezze esclusivamente per il monastero e non per sé stessi.

In più, per la natura stessa del loro voto, avevano l’obbligo morale di aiutare i poveri, cosa che, evidentemente, a Bullhornes Town non avveniva.

Alberico, grazie al potere di cui era investito a Roma, avrebbe sanato quella deprecabile situazione.

Nessuna risposta dall’interno della struttura, ed allora il prete batté di nuovo il pesante oggetto in ottone.

Il riverbero del rumore era sicuramente udibile all’interno, dunque attese.

Altri cinque minuti trascorsero prima che Mery parlasse:

«Te lo avevo detto… i frati non aprono a nessuno».

«Io ho pazienza. Vedrai che apriranno».

Il battente venne fatto rintoccare incessantemente per più di dieci minuti finché, esasperato, un frate vecchio e burbero giunse all’uscio.

Solo lo spioncino venne aperto, quel tanto che bastava per vedere chi fosse così insistente:

«Per l’amor di Dio! Vi sembra il caso di disturbare in questo modo i servi di Dio?»

«E a voi sembra il modo di trattare chi viene a bussare alla porta di un luogo di Fede?»

«Chi siete? I viandanti non sono ammessi qui. C’è una locanda nel centro della città. Potete pernottare lì».

«Io ho deciso di pernottare qui, all’interno del Monastero e…»

«Sprecate il vostro tempo! Ora sparite, prima che Dio vi fulmini per aver osato interrompere il lavoro dei suoi servi prediletti!»

«Da quando i frati sono i servi prediletti di Dio?»

«Volete farmi perdere la pazienza, barbone?»

«E che cosa farebbe un frate, se perdesse la pazienza?»

«Screanzato! In ginocchio per tutta la notte, fino all’alba di domani! Prega, prega Dio che io ti perdoni e non gli chieda di fulminarti!»

Alberico non riuscì più a trattenersi.

Come osava, quel frate, minacciare un Cristiano di farlo fulminare da Dio? Non ne aveva il potere, non era certo il Papa!

Ed anche il Papa non poteva chiedere a Dio di fulminare una persona, quindi figurarsi un vecchio frate della più sperduta campagna del nord!

«Vecchio, come osi tentare di convincere i forestieri di un tuo rapporto prediletto con Dio? Sei ammattito, frate?»

«Chi sei tu per parlarmi in questo modo? Guardie! Guardie!» il frate suonò un campanaccio che Adalberto non potè vedere, poiché celato dalle mura, ma capì che la guardia cittadina, come tutti gli abitanti di Bullhornes Town, avevano udito quell’intenso e stridulo suono.

«Fermati, Frate! Io te lo ordino! Sono un messo Papale, vengo da Roma!»

«Certo, allora inginocchiati dinnanzi a San Pietro resuscitato, sono io!» Rispose in modo ironico, con tono di scherno, il vecchio.

Le guardie cittadine, tre, ed una cinquantina di villici erano giunti lì, alle spalle di Alberico.

«Ehi, tu!» lo apostrofò un soldato, la mano sull’elsa della spada corta «Che cosa stai facendo? Padre, vi ha insultato? Ha tentato di entrare nel monastero per rubare?» chiese poi al frate che, sentendosi al sicuro, aveva aperto la pesante anta sinistra del portone.

Tutti i frati, o per lo meno una discreta percentuale, era giunta trafelata al portone, ed ora campeggiava dinnanzi all’ingresso, come un grasso e stanco scudo umano vestito di lana marrone.

Alberico stette immobile, circondato com’era da quella moltitudine di persone.

«Allora, chi sei? E perché ti accompagni a quella piccola stracciona? Siete forse in combutta per derubare i frati?»

La ragazzina, che si era stretta nelle proprie spalle e nella cappa troppo umida e logora per proteggerla o nasconderla, si rese conto di non essere passata inosservata.

Ci aveva sperato, per un attimo, ma così non era stato.

Sicuramente, dopo che le guardie avessero arrestato quello straniero, si sarebbero occupate di lei…

forse se la sarebbe cavata con un paio di calcioni sulle reni, o forse sarebbe stata sbattuta in cella assieme allo straniero…

Alla piccola Mery si gelò il sangue nelle vene, all’idea!

«Gentili cittadini, calmatevi, vi prego! Non sono né un ladro né uno straccione».

«Quest’uomo ha insultato me e tutti i Frati! È un blasfemo! Che sia condannato alla gogna su pubblica piazza!» inveì pieno d’odio il vecchio frate.

Il vociare generale si fece intenso, tanto che le frasi ingiuriose del frate, che si trovava a pochi metri da Alberico, vennero coperte dallo sbraitare del popolo.

Alberico doveva dimostrare a tutti che era veramente un uomo importante, e l’unico modo che aveva per farlo era iniziando a parlare in Latino, la lingua del Clero e dei Nobili europei, e mostrando la Bolla Papale che lo insigniva del titolo di Messo Pontificio nella funzione di “investigatore”.

Alzò lentamente le mani e fece cenno di concentrarsi su di lui, abbassando il volume della voce. Poi, in un latino perfetto, attirò realmente l’attenzione di tutti su di sé:

«Fermi, cittadini di Bullhornes Town! Io sono Alberico De Giunti, Nobile Messo Papale! Giungo qui direttamente da Roma per incontrare i Vescovi della Gran Bretannia».

Alberico mentì sul reale scopo della sua venuta, ma non poteva certo dire che era lì per indagare su un omicidio! L’assassino sarebbe scappato in un battibaleno, prima che lui potesse identificarlo!

«Sono qui,» proseguì il prelato Romano «solo di passaggio, ed ho intenzione di soggiornare qui solo per alcuni giorni. Sono stanco ed affamato e la mia condizione di povero viandante fa parte di un mio giuramento. Perché la mia missione abbia buon fine, sto svolgendo un vero e proprio pellegrinaggio! Fratelli e sorelle, volentieri vi mostrerò la Bolla Papale, sicché tocchiate con mano la veridicità delle mie parole!»

Tutti guardarono i frati; il volgo ed i soldati di basso lignaggio non conoscevano il Latino. Sentivano e riconoscevano a stento i suoni tipici della funzione religiosa, ma non la lingua degli Antichi Romani.

I frati, nonostante non avessero ancora visto la bolla papale, decisero di credere alle parole appena udite: nessuno che non fosse un Nobile di elevato lignaggio oppure un Prelato, conosceva il Latino in modo così accurato.

Sicuramente non stava mentendo, quello straniero.

«Cari cittadini di Bullhornes Town, abbiate pazienza se vi abbiamo allarmato in questo modo. Frà John è anziano, e non ha sentito correttamente le parole di quest’uomo. Egli è un frate come noi ma, per la sua sordità, Frà John ha interpretato le parole di questo forestiero come ostili, quando non lo erano. Chiedo scusa a tutti, ma in questo periodo siamo tutti un po’ scossi e ci allarmiamo per nulla. Tornate alle vostre occupazioni, e che Dio vi benedica».

A quelle parole di commiato, tutti, soldati compresi, eseguirono un cenno, un lieve inchino, e tornarono in città.

Mery non credeva ai propri occhi.

«Comincio a pensare che tu sia veramente in grado di farti dare del cibo dai frati!»

Alberico sorrise; ora doveva svolgere le sue indagini, sperando che quel siparietto da cui non aveva potuto esimersi dal farsi “notare” non le avesse già compromesse!

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.