Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 01/2017

7 gennaio 2017

I Contrabbandieri di Birra – Capitolo 13

I Contrabbandieri di Birra – Capitolo 13


Giuseppe era lì, seduto al tavolo da pranzo di casa sua, la divisa ancora addosso.

Lo sguardo fisso su suo padre che, sporadicamente, altalenava per incrociare quello di sua madre e di suo fratello.

Il desco era vecchio, in duro e solido legno di castagno.

Qua e là buchetti sparsi, indice di sgraditi insetti rodilegno che avevano banchettato per decenni in quel tavolo su cui anche gli umani avevano mangiato.

Logoro, scavato ed a tratti con qualche scheggia in bella vista.

Avrebbe avuto bisogno di una bella piallata, proprio come il discorso che si accingeva a fare lui.

Nessuna tovaglia, nessun piatto.

Solo un tagliere, anch’esso visibilmente martoriato dall’incedere del tempo e dall’usura, su cui troneggiavano un salame artigianale ed un pezzo di formaggio vaccino.

Un coltellaccio ed una brocca di terracotta, corredata di bicchieri da osteria, di quelli piccoli, di vetro semplice dai motivi sciapi ed insulsi.

Il ragazzo afferrò la brocca per la terza volta da quando era seduto con i parenti e versò l’ennesimo bicchiere di vino.

Il terzo, appunto, nell’arco di dieci minuti.

Il monologo che stava per iniziare necessitava di una certa dose di coraggio.

Coraggio fornito dalla giusta dose della cara e vecchia medicina dei nonni… un po’ di alcol che avrebbe reso le parole più fluenti, pur non intaccando la sua lucidità.

«Giuseppe, non ti sembra giunto il momento di dirci perché siamo qui? Perché ci hai riuniti e quale cosa ti angustia a tal punto da berci su tre bicchieri di vino, prima di parlare?» per quanto comprensivo, suo padre si stava spazientendo, oltreché allarmando.

Sua madre, un canovaccio da cucina alla bocca, fece la domanda che le stava bruciando la gola da un po’:

«Non è che… non è che hai messo incinta qualche ragazza? Diccelo! Insomma, se vi sposate prima del parto… mio nipote non nascerebbe nel peccato…»

Giuseppe abbozzò un sorriso:

«Non ti preoccupare, Madre! Tuo figlio è ancora puro come quando lo partoristi… purtoppo!»

«E allora? Che cosa c’è che non va?»

Il giovane ripassò mentalmente il discorso che doveva fare.

Era giunto il momento di vuotare il sacco.

Inspirò.

L’alcol iniziava a svolgere il compito per il quale era stato bevuto, il coraggio iniziò a fluire nelle sue vene come una corroborante pozione magica:

«Inizierò dicendovi che ho commesso molti errori nella mia vita. Il più grande è stato quello di iscrivermi al Partito Fascista. Credevo che esso fosse la risposta a tutti i mali di questo Paese, credevo che fosse una sferzata di brezza nelle torride giornate estive… credevo male».

«Figlio mio… non che io sia scontento di questa tua ammissione, ma che cosa ti ha portato a ciò?»

«Padre. Io non sono rimasto impassibile di fronte ai patimenti che noi, come altri, viviamo in questo periodo. Il grano duro… Dio del Cielo, ma si può essere più stupidi? Comunque… ho pensato, l’ultima volta che sono tornato in caserma, che potevo chiedere aiuto ad un alto ufficiale.un uomo molto influente e vicino ai gerarchi fascisti che hanno messo in ginocchio la nostra famiglia, come le altre. Oltretutto lui viene da una famiglia contadina, come la nostra. Ho pensato che, se lui avesse intercesso per noi altri, forse quest’assurdità della coltivazione del grano al nord… forse sarebbe stata accantonata!»

«Quindi?»

«Quindi… lui stesso è un servo dei servi dei gerarchi! Uno smidollato che esegue solo! Un cane che si fa beffe del popolo, convincendolo che ne fa parte!»

«C’era da aspettarselo… cosa ti ha detto?»

«Mi ha raccontato di come le camice nere, di cui lui faceva parte, abbiano minacciato, pestato, ucciso… il tutto per far salire al potere Mussolini. E mi ha raccontato di come quei metodi barbari e crudeli siano ancora in auge! Quindi, dandomi del pazzo, graziandomi a modo suo… mi ha dato il benservito, rinnegando me ed il popolo a cui, evidentemente, non appartiene!»

Calde lacrime, amare come non mai, stavano solcando le gote di Giuseppe.

Tutti i presenti si resero conto della immane sofferenza che il ragazzo serbava nel cuore, di come si sentisse tradito, affranto, umiliato e calpestato!

La donna di casa, presa dall’istinto materno, protettivo e consolatore, abbracciò il figlio, l’uomo che in quel momento era divenuto nuovamente il suo bambino.

Con un groppo al cuore, singhiozzando, Giuseppe si riprese.

Si asciugò le lacrime, versò un altro bicchiere di rosso nettare ma questa volta iniziò a sorseggiarlo; non aveva più bisogno di bere avidamente, no! Aveva bisogno di gustare di quel calice, come se fosse quello della vendetta.

«Padre, posso chiederti se abbiamo della birra in casa?»

«Certo! Nonostante il fatto che noi non possiamo più produrla, i tedeschi di stanza qui l’adorano… ed anche tanti italiani! I crucchi, maledetti, la fanno arrivare dalla Germania ad un prezzo spropositato ed i ristoranti e le taverne che vogliono rifornirsene la pagano l’ira di Dio! E’ uno dei pochi prodotti esteri che il Duce sopporta, solo per  accontentare i Tedeschi… ma anche a noi piace! Però col prezzo che ha… beh, perdonami se ne ho solo una bottiglia… a noi poveri diavoli, che siamo i consumatori finali, la vendono ad un prezzo da salasso!»

«Ti prego, padre, prendila».

«La volevo tenere per una grande occasione…»

«Questa lo è, fidati!»

Un po’ titubante, l’uomo aprì un’anta della credenza e prelevò la birra tedesca che vi era all’interno, porgendola al figlio.

Con il vetro in mano, il giovane, quasi atono e serafico allo stesso momento, cominciò ad esporre la sua idea:

«Quello che vorrei fare, padre, è presto detto: io voglio riottenere quello che il Duce ed i suoi ci hanno levato! Io voglio che la nostra famiglia non patisca più la fame!»

«E come vorresti fare? Insomma, o ci mettiamo a coltivare oro e diamanti, oppure… oppure non so!»

«Oppure ricominciamo a produrre birra».

«Ma sei pazzo?ti ha dato di volta il cervello? E come faresti a nascondere l’orzo alle forze dell’ordine? Non so se te lo ricordi, ma l’orzo ha un aspetto ben diverso dal grano!»

«Lo so bene, padre! Ascolta la mia idea!»

«E’ una follia! Non voglio neanche sentirle certe cazzate! Sai che cosa rischiamo? Se ci scoprissero ci leverebbero tutto, la casa, i campi, tutto! Saremmo dei barboni!»

«E che cosa cambierebbe? Padre, non mentire a te stesso! Quante rate del mutuo non hai pagato? Tra quanti mancati pagamenti arriveranno quelli della banca, accompagnati dai Carabinieri, a cacciarci da qui? Su, avanti! Ad occhio e croce… direi che al massimo entro giugno saremo comunque dei barboni! Io vi prospetto una via di fuga!»

«Ah, cara!» disse ad alta voce suo padre, in tono sarcastico «Pensa! Nostro figlio ha trovato il modo di renderci ricchi a tal punto che cagheremo pepite d’oro! Lo sapevi, tu, che abbiamo generato un genio? GRAZIE SIGNORE DEI DONI CHE CI DAI!»

«ORA BASTA! ORA SIEDITI ED ASCOLTAMI! IN SILENZIO!» il tono autoritario che il figlio, l’uomo aveva appena usato nei confronti del padre spiazzò tutti, il vecchio compreso.

Ringalluzzito da sé stesso, con tono sicuro, Giuseppe iniziò ad esporre il suo piano:

«Coltiveremo il grano tenero, come da ordini del regime. Ma nel centro dei nostri campi pianteremo orzo. Inoltre, sarà faticoso, lo so, tra le piante di grano nel mezzo dei campi, pianteremo dell’orzo. Una pianta di grano ed una di orzo. Crescono insieme e, per quanto il grano qui cresca poco, cresce comunque più alto dell’orzo. Solo i perimetri dei campi saranno interamente coltivati a grano. Direi che un paio di metri dai confini basteranno per mimetizzare la nostra coltura principale. Alla raccolta setacceremo i chicchi. Nel frattempo io continuerò ad andare alle riunioni di Partito, per non destare sospetti e, perché no, per avere qualche informazione confidenziale di prima mano… produrremo la nostra birra e la commercializzeremo ad un prezzo molto alto ma concorrenziale e la venderemo alle osterie qua, nei dintorni. Ecco il mio piano. Che ve ne pare?»

Un minuto di silenzio permeò l’umile casupola.

Poi, con un filo di voce, fu suo padre a rispondere:

«Figlio mio… può anche funzionare…»

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.