Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 45/2017

9 novembre 2017

Birre di tutti i giorni – Viaggio tra gli scaffali del supermercato: Birra Laško

Birre di tutti i giorni – Viaggio tra gli scaffali del supermercato: Birra Laško


 

Continua l’approfondimento riguardante le birre che possiamo trovare direttamente al supermercato e che sono meno note, ma di qualità generalmente superiore rispetto ai prodotti proposti dai grandi colossi dell’industria birraria.

Con l’appuntamento di oggi andremo a conoscere la storia di uno dei birrifici in assoluto più presenti nei nostri negozi: facciamo tappa in Slovenia, e scopriamo com’è nata la Birra Laško.

Nel 1825, presso la cittadina termale di Laško, il signor Franz Geyer, produttore di idromele e pan di zenzero, decise di investire nell’apertura di un piccolo birrificio artigianale, in cui per tredici anni venne prodotta esclusivamente la “Steinbier”, consumata in larga scala all’epoca.

La Steinbier era una birra tipicamente tedesca di origini antichissime, e si otteneva immergendo nell’infuso di malto pietre riscaldate alla temperatura di 1200° C per farlo bollire. Non esistendo in tempi antichi tini in metallo, ma solo di legno, non era possibile portare i liquidi ad ebollizione mediante contatto diretto con il fuoco, quindi si immergevano queste pietre bollenti precedentemente scaldate su un rogo di legno di faggio. Le note caramellate e affumicate che caratterizzavano questa birra erano dovute al calore rilasciato dalle pietre stesse.

 

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Nel 1838 il birrificio, ormai ben avviato, venne acquistato da Heinrich August Uhlich, già proprietario di una spa: grazie alle sue attività e ai suoi commerci, la Steinbier Laško cominciò a diffondersi anche all’estero, arrivando in Italia, Egitto ed India; successivamente, nel 1867, Anton Larisch acquisì a sua volta il birrificio con lo scopo principale di migliorarne la qualità del prodotto e ingrandirne la struttura. Il birrificio Laško divenne così il più grande della Stiria.

Fu solo nel 1889 che cominciò a comparire la vera birra Laško, molto simile a quella che beviamo ancora oggi: il birrificio finì in bancarotta, e venne rilevato da Simon Kukec, un mastro birrario di Žalec, cittadina ad una ventina di km da Laško, famosa per le coltivazioni di luppolo (vi ricordate il nostro articolo riguardo la fontana di birra? ndr). Di grande talento e spirito imprenditoriale, Kukec cominciò la produzione di birra utilizzando la risorsa principale della città, ovvero l’acqua termale, creando la ricetta rimasta quasi del tutto invariata fino ai giorni nostri.

L’attività presso il birrificio di Laško riprese a pieno ritmo, e nel 1900 si iniziarono a produrre anche altre varietà di birra: una Maerzen e una Bavarese di ispirazioni tedesche, e una porter, che venne poi denominata Laško Dark ed è tutt’ora presente sugli scaffali della grande distribuzione slovena.

 

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Nel 1924, gran parte dell’attività venne rilevata dal maggiore concorrente della Laško in terra slovena, il birrificio Union. Nel giro di tre anni, il birrificio chiuse i battenti,e si concluse così, nel modo più triste, “l’era Kukec”.

Vista la grande importanza e il grande vantaggio economico che garantiva alla città, gli albergatori di Laško non si rassegnarono alla sua chiusura, e nel 1929 raggiunsero un accordo per costruire un nuovo stabilimento, di cui si nominarono tutti azionisti. Nel 1938, a 15 anni dalla chiusura del vecchio birrificio e quasi 10 anni dopo l’accordo siglato dagli albergatori, il nuovo stabilimento della Laško riaprì finalmente la produzione di birra, recuperando la ricetta originaria di Kukec, a cui vennero apportati dei piccoli aggiornamenti.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, precisamente nel 1941, il birrificio cadde in mano ai tedeschi, che ne assunsero il pieno controllo: nei quattro anni che seguirono venne prodotta solo birra da esportazione, e paradossalmente gli affari andarono alla grande, garantendo alla Laško una notorietà e una diffusione mai conosciute fino a quel momento. Nel 1944 un primo bombardamento da parte degli Alleati danneggiò parte dello stabilimento e nel 1945 un secondo bombardamento, avvenuto per sbaglio, rase definitivamente al suolo l’intera fabbrica, decretando un’altra pesante battuta d’arresto per la storia già alquanto travagliata del birrificio Laško.

Finita la Guerra, l’attività risorse piano piano dalle proprie macerie, ma altre nuvole si profilavano all’orizzonte: nel 1955 la crisi economica fece crollare le vendite di birra, e l’anno seguente la società fu sull’orlo del fallimento e della conseguente liquidazione.

Arrancando per quasi un decennio, nel 1965 ci fu la possibilità di compiere un grosso investimento economico, inserendo un nuovo impianto di maltazione all’interno dello stabilimento. La produzione riprese vigore, tanto da rendere necessaria nel 1968 l’installazione di nuovi serbatoi d’acqua. Per contenere gli ulteriori costi, si decise di sostituire le vecchie casse di legno con quelle di plastica, più economiche. Nel 1969 la richiesta di birra era talmente alta che vennero aggiunte altre due linee produttive, una per la Germania e una per l’Italia, e si raggiunse la cifra record per il tempo di 35 mila imbottigliamenti all’ora.

 

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Gli investimenti fatti negli anni ‘60 diedero a pieno i loro frutti nel decennio successivo: tra il 1970 e il 1980, la birra Laško raggiunse un nuovo importante traguardo: 500 mila ettolitri di prodotto venduti in un solo anno. Gli affari a gonfie vele resero possibile l’apertura di un nuovo impianto di imbottigliamento lungo il fiume Savinjia.

Gli anni ‘80 videro da un lato l’espansione del commercio di birra Laško anche nel mercato jugoslavo, e dall’altro il rinnovamento tecnologico dello stabilimento, garantendo un altro decennio di successi e ottimi affari: l’apice di questo periodo d’oro fu nel biennio 1988-1990, quando, dopo aver aggiunto ulteriori due linee di produzione all’interno dello stabilimento, si raggiunse il nuovo record di un milione di ettolitri di birra venduti in un anno.

La disgregazione della Jugoslavia nel 1991 comportò un drastico calo delle vendite, ma la solidità della società attutì al meglio i vari sconvolgimenti economici e politici del periodo, e già nel 1994 ricominciò a vendere il milione di ettolitri di birra raggiunto prima della guerra.

Nel 1995 la Laško divenne società a responsabilità limitata, con un numero totale di circa 15 mila azionisti, e nel 2000, in conseguenza dei nuovi miglioramenti tecnici e tecnologici apportati al metodo produttivo, avvenne un importante lavoro di restyling delle etichette e del packaging, rinnovando l’immagine in vista dell’ingresso nel Nuovo Millennio.

Nel 2002 il birrificio acquisì il 47,86% delle azioni di Birra Union e l’anno seguente si appropriò di un ulteriore 24,98% proveniente da una società minore ad essa collegata, la Delo, diventando così proprietaria della compagnia concorrente.

I grandi successi di vendita ed economici non fermarono le ambizioni di Laško: nel 2003 entrò in commercio una nuova linea di prodotti, “Bandidos”, tre varietà di drink fatti con birra, tequila e limonata, che ebbero particolare successo soprattutto in Slovenia e Bielorussia (dove poi venne trasferito l’impianto di imbottigliamento).

 

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Il triennio 2006-2009 vide consolidarsi il successo di Laško sul mercato nazionale e internazionale, con 5 milioni di ettolitri di prodotto venduti all’anno e 30 marchi minori controllati dalla società. Durante questo periodo, per rendere più riconoscibile il proprio nome, avvenne un ritorno alle origini per quanto riguarda la grafica delle etichette e delle lattine, che ricominciarono ad assomigliare alle vecchie bottiglie prodotte prima del rinnovamento del 2000.

Nel 2010 venne prodotta una nuova birra ambrata e più alcolica (7,6%) per celebrare i 185 anni dalla nascita del birrificio, chiamata Elixir; contemporaneamente entrarono in commercio anche una birra senza alcol, la Laško Malt (successivamente prodotta in diversi gusti), e un sidro dal nome IC Cider. Nel 2012 la gamma di prodotti Laško si arricchì ulteriormente: fecero la loro comparsa sui mercati nazionali la Radler, in due versioni, e la birra al frumento, che era già stata precedentemente prodotta per un breve periodo durante gli anni ‘90 del Novecento.

Per i 190 anni di attività, nel 2015, il birrificio sperimentò una linea ad edizione limitata di birre artigianali: 13 varietà, suddivise in rivisitazioni delle birre esistenti e nuovi esperimenti. Solo tre di queste hanno raggiunto anche il mercato italiano. Successivamente, tra il 2015 e il 2016, il 51,11% della società capitanata dalla Laško, venne rilevata da Heineken, e ad oggi, pur mantenendo la propria indipendenza a livello produttivo, il marchio è di proprietà del colosso olandese.

 

Nei nostri supermercati è assai facile reperire la birra Laško, nella sua versione classica, anche se bisogna stare attenti poiché in Italia ne vengono vendute due versioni: quella con la ricetta rivisitata, destinata principalmente all’esportazione, denominata Club; e quella prodotta seguendo la ricetta originaria di Kukec del 1889 utilizzando solo ingredienti sloveni al 100%, chiamata Zlatorog. Per trovare l’intera linea di prodotti bisogna recarsi presso un supermercato sloveno.

Termina anche per oggi il nostro appuntamento con i birrifici che troviamo tutti i giorni sugli scaffali dei nostri negozi.

 

Ci vediamo presto con nuove storie da scoprire!

Alessia Baruffaldi
Info autore

Alessia Baruffaldi

“Ero una quasi astemia qualsiasi, fino a quando, alla “tenera” età di 23 anni, ho fatto conoscenza con una giraffa di Augustiner Oktoberfest…”

Nasce così la mia passione per la birra, più o meno 7 anni fa. E da allora non si è più fermata.
Solitamente, le donne si emozionano e si entusiasmano di fronte ad un negozio di vestiti, di scarpe, di profumi… Io mi entusiasmo davanti ad una libreria, a qualsiasi cosa che raffiguri dei gufi o la Scozia… e davanti ad uno scaffale pieno di bottiglie di birra!
E’ più forte di me, appena entro in un supermercato, vado subito in direzione del reparto birre, che solitamente viene sempre diviso dal reparto “vini&liquori”, e proclamo il mio insindacabile giudizio: in questo supermercato vale la pena che io ritorni?
Comincio a passare in rassegna ogni cambio di colore delle etichette, ed esploro, esploro, esploro.
A volte con piacevolissime sorprese e scoperte di nicchia, e quando poi esco dalla cassa con 4-5 bottiglie mi sento soddisfatta e felice come una bimba che ha svaligiato un reparto di caramelle, o una fashion-addicted che ha trovato un paio di Louboutin al 90% di sconto.
Stessa sorte tocca ai locali che frequento: come decido se vale la pena ritornarci? Semplice! Do un’occhiata al listino delle birre che propongono alla spina o in bottiglia e, se possibile, faccio una perquisizione visiva diretta del frigo. Se tengono solo birre da supermercato, prendo un’acqua frizzante, e mentalmente pongo un bollino sulla porta dello sventurato pub con scritto “MAI PIU’”.
E’ decisamente snob come cosa, lo so, ma è più forte di me.
Ormai tra i miei amici sono considerata LA “birramaniaca” (anche se c’è chi beve molto più di me!). Vedono la passione che ci metto nel provare gusti nuovi, nell’informarmi sui vari birrifici, nel collezionare le bottiglie delle birre che ho assaggiato (al momento sono circa a 280, ma sarebbero molte di più se ogni volta che vado in un pub poi avessi il coraggio di chiedere di portarmi via il vuoto a perdere, ma non è molto carino girare fuori da un pub con una bottiglia di birra vuota in mano senza sembrare un’ubriacona!), leggo, sperimento, cerco di partecipare al maggior numero di fiere birrarie che la distanza (e ahimè,il mio portafogli) mi permettono…

Insomma, coltivo più che posso questa mia passione, forse un po’ insolita per una ragazza, ma che ci posso fare se mi trovo più a mio agio tra gli scaffali di un beer shop, piuttosto che in un negozio di vestiti?
Per questo ho aperto da qualche mese un mio blog sul fantastico mondo della birra artigianale (avventurebirrofile.altervista.org), supportato dalla pagina Facebook de Le avventure birrofile della Ale.