Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana
21 novembre 2015

La morte ha il gusto del luppolo: il nuovo romanzo a puntate!

La morte ha il gusto del luppolo: il nuovo romanzo a puntate!


PREFAZIONE

Cari amici, visto il grande successo riscosso da Doki, come promesso, ecco a voi un’altra entusiasmante (spero) storia!

Ci trasferiamo di epoca, facciamo un salto in avanti di un po’ di secoli, per finire nel Medioevo, durante quelli che vengono definiti “Secoli Bui”.

Secondo il mio modesto parere, questi anni di “buio” non hanno proprio nulla.

È vero, l’ostracismo della Chiesa nei confronti della Scienza ha, in teoria, rallentato l’evoluzione tecnologica dell’Uomo, ma questo è giusto solo in parte…

Società Segrete di uomini di Scienza sono comunque esistite e tante invenzioni sono state comunque messe a disposizione delle Masse.

Teniamo conto che tutte queste scoperte sono avvenute durante il perpetrarsi di nefandezze e gli obbrobri compiuti dai Barbari giunti da ogni Dove a spartirsi le ceneri dell’Impero Romano d’Occidente!

Quindi, se in una situazione Socio-politica e Culturale-religiosa di questo tipo, gli Europei sono stati in grado di creare ed inventare, direi che l’appellativo “Secoli Bui” ha ben poco senso…

In quest’epoca, ricordo, che sono nate molte tra le più buone Birre che oggi consumiamo!

Quindi, per mettere d’accordo tutti, per noi di www.giornaledellabirra.it, sicuramente non sono stati secoli bui, anzi!!!

Ed ora tuffiamoci insieme in questo nuovo romanzo, non dimenticando che, prestissimo, il nostro amico Doki tornerà con una nuova, appassionante avventura!

Bando alle ciance, ecco il

 

PRIMO CAPITOLO

Quella landa verdeggiante di pascoli era sferzata tutto l’anno da un vento forte ed incessante proveniente dall’oceano.

L’aria trasportava con sé il tipico e gradevole profumo di mare, quell’odore di salsedine misto ad alghe e pesce fresco.

Era l’unica nota gradevole in quel concerto stonato che era il clima di quell’Isola.

Gran Britannia la chiamavano…

Per esser grande era grande, almeno a giudicare dalle mappe che aveva avuto modo di osservare e studiare in Patria.

Alberico De Giunti, questo era il suo nome, De Giunti il suo Nobile lignaggio.

Nobile, ma non ricco… quartogenito di sette tra fratelli e sorelle, era figlio di Sir Guastaldo De Giunti, cavaliere al servizio dello Stato Pontificio, di stanza ad Ostia, una piccola città laziale.

Caduto in miseria per via del gioco d’azzardo e dell’alcolismo, a suo padre non era rimasta altra scelta se non quella di destinare tutti i figli , primogenito compreso, alla vita ecclesiastica.

La sua casata in rovina ed il suo nome, senza eredi, perso nell’oblio della dimenticanza.

La Storia non avrebbe ricordato né lui, né i suoi figli.

E così Alberico, dopo anni di studio al seminario era rinato con il nome di Fratello e poi Padre Alberico.

Intelligente, vispo ed obbediente, non aveva avuto difficoltà a scalare le gerarchie, pur restando un semplice prete.

Non aveva danari o proprietà terriere per poter divenire Vescovo, ma lo spiccato acume di cui Dio lo aveva dotato, aveva fatto in modo da renderlo Vicario del Santo Padre per tutto ciò che riguardava gli omicidi insoluti a danno dei prelati di tutta la Cristianità.

Era un antesignano degli investigatori e lui, conformemente al giuramento di Obbedienza pronunciato il giorno in cui aveva vestito gli abiti del Prete, viaggiava in lungo ed in largo per l’Europa, incurante delle difficoltà, per indagare sui misteri che avvolgevano la morte innaturale di preti, frati, suore, finanche a quelli di Vescovi e Cardinali.

Era il migliore nel suo campo.

Alberico aveva all’attivo dodici casi risolti ed ora, in quell’isola sperduta nel Nord, si accingeva ad indagare sul tredicesimo.

“O Signore, che freddo che fa da queste parti!”pensò mentre si stringeva nella cappa di lana marrone, camminando quasi per inerzia lungo quella strada bianca.

Era immerso nelle campagne inglesi, a circa cento chilometri da Londra, la Capitale del Regno che molti autoctoni continuavano a chiamare Londinum, il nome che i Romani, quasi cinquecento anni prima, avevano dato al loro accampamento.

Alberico credeva sciocco chiamare una città con il suo nome desueto, antico.

Ma riflettendo sulla cultura inglese, all’uomo, risultava ancor più strano che ancora molti, in segreto, coltivassero i culti pagani risalenti addirittura a prima della conquista romana!

Poco male, in fondo.

Lui era lì per uno scopo: occuparsi dell’omicidio di un Frate.

Padre James, l’Abate del monastero di Christ’s Mercy, un piccolo angolo di paradiso immerso nel verde della campagna al confine di Bullhorns town, una buco dimenticato da Dio, zeppo di trogloditi da sangue mezzo Sassone e mezzo Celtico.

Alberico non aveva mai visto quel luogo, ma Padre Frank, un suo amico di Roma, proveniva proprio da lì.

Sperava che le sue parole, che suonavano più come una minaccia rispetto che ad una descrizione, si rivelassero errate, ma in cuor suo, Alberico, non nutriva troppe speranze.

Fin dal suo arrivo in quell’Isola, si era reso conto che i nativi del luogo non brillavano certo in cortesia né, tanto meno, in ospitalità.

E pensare che Frank gli aveva confidato che i suoi compaesani erano ancor più scontrosi degli altri inglesi, lo faceva sentire a disagio.

Come avrebbe fatto a carpire le informazioni utili alla sua indagine da gente che, presumibilmente, aveva la bocca più serrata di un lupo quando azzanna una preda?

Mentre procedeva per quel sentiero desolato, decise di scacciare dalla sua mente quei nefasti pensieri recitando mentalmente i Salmi.

Il viaggio durò altri due giorni, per un totale di sette giorni di marcia.

L’ultima notte, Alberico, non aveva trovato nessuna locanda lungo la via e si era dovuto accontentare di dormire all’addiaccio.

Per fortuna non aveva piovuto!

In quell’isola nordica vi erano solamente tre condizioni climatiche: pioggia, nebbia o cielo terso e vento gelido e sferzante.

Dalle descrizioni ottenute in Patria, il prete era conscio che di lì ad un mese, ed in particolare a Novembre, una coltre candida di neve avrebbe tenuto compagnia ai villici fino a marzo inoltrato, intervallando la propria permanenza con la glaciale nebbia accompagnata dall’immancabile pioggia.

Com’era diverso lì, rispetto all’Italia, rispetto a Roma!

Nella città del Papa il sole splendeva per buona parte dell’anno e quando il freddo inverno giungeva, raramente si arrivava al punto di veder precipitare dal cielo i candidi fiocchi!

Quel clima, quello inglese, sembrava quasi inadatto ad ospitare la vita umana, eppure da millenni e millenni l’uomo dimorava in quelle zone incurante delle difficoltà.

Giunse infine, circa a mezzogiorno, nella “famosa”, o per meglio dire “famigerata” cittadina di Bullhorns Town.

Definirla cittadina, ad un primo impatto, era un eufemismo: una cinquantina di casupole ad un piano costruite in rocce sgraziate, non lavorate e tenute insieme da schizzi di malta qua e là. I tetti in paglia, ad ogni angolo recinti tirati su alla bell’e meglio con rami, frasche e fronde, per tenere al riparo dalle intemperie le bestie da coorte.

Una via principale, lastricata in malo modo, con pietre acuminate laddove vi sarebbero dovuti essere sassi di medie dimensioni levigati o intagliati.

Quando un pezzo di quel precario manto stradale schizzava via, magari dissotterrato dallo zoccolo di un bue, i bravi cittadini di Bullhorns Town, sicuramente poco avvezzi alle più elementari regole dell’urbanistica e dell’estetica, riempivano il buco formatosi con semplice terra che, dopo la prima pioggia (che non tardava più di un paio d’ore a sopraggiungere) si trasformava in insalubre fanghiglia.

Un odore nauseabondo emanava dal ciglio della strada, un misto di escrementi umani ed animali, unito allo scarto organico di bucce di verdure e marciume di paglia.

Non un posto dove un uomo del calibro di Alberico avrebbe vissuto volentieri, insomma!

Nel mezzo della via principale sorgeva uno spiazzo, anch’esso semi-lastricato sul cui lato si ergeva, se così si poteva dire, una chiesa in mattoni poco più grande di una Cappelletta romana.

Spoglia, scarna, per non voler insultare la Casa di Dio in quei luoghi… essenziale.

Di fronte ad essa vi era una villa che voleva rassomigliare ad un piccolo maniero, senza però riuscirci: piccole torrette si ergevano ai lati di essa ed un muro di pietra a secco alto poco più di due metri e profondo neanche cinquanta centimetri fungeva da difesa per il nobile locale, tale Lord Charlie McOwen.

Mc… era un prefisso al cognome di origine scozzese, quindi Alberico si convinse che l’origine di quel signorotto che puzzava sicuramente di fame, quasi al pari del proprio popolo, fosse proprio scozzese. In fondo, il confine di quel regno assoggettato agli inglesi non distava da Bullhorns Town più di quattro giorni di cammino.

Ma Alberico non doveva andare a presentarsi al signorotto locale, lui era un Messo Papale, aveva un compito ben preciso ed ogni futilità era da bandire.

«Mi scusi, buon uomo, sono…» chiese ad un villico, per informarsi su dove si trovasse il monastero.

«Non ho tempo, viandante. Vai per la tua strada, che io prendo la mia!»

Un po’ sorpreso, ma neppure troppo, Alberico cercò di fermare un altro abitante, che gli rispose con un grugnito.

Anche con il terzo villico non ebbe fortuna.

Abbattuto, fece per rimettersi in marcia per perlustrare la cittadina; non era una metropoli, quindi un monastero al suo limitare non sarebbe certo stato invisibile!

Mentre stava per muovere il primo passo, qualcosa tirò la manica della sua cappa di lana verso il basso.

Lui si voltò e vide una bambina bionda, splendida nella sua magrezza e sotto al lerciume che la ricopriva:

«Signore, se vuoi andare al monastero, ti accompagno io».

«Saresti così gentile?»

«Sì… se mi paghi però».

«Piccola mia, non credo che i tuoi genitori sarebbero contenti di sapere che ti fai pagare per dare informazioni… la Carità Cristiana dov’è finita?»

«Nella pancia del branco di lupi che ha sbranato i miei genitori ed il mio fratellone, suppongo».

Il commento, acido perfino per un adulto, lasciò di stucco il prelato che mai si sarebbe immaginato di udire simili parole da labbra così giovani!

«Non ho molto denaro con me, ma sarò felice di offrirti il pranzo, se mi aiuterai! Da quant’è che non mangi?»

«Quattro giorni… se ho contato bene… e, sì, accetto il tuo pagamento!»

“I bambini, con la loro innocenza sono la manifestazione più pura del Divino! Odio vederli soffrire!” pensò.

E mentre guardava quella giovinetta che teneva per mano, saltellare allegra all’idea del pasto caldo conquistatosi, una grande struttura in pietra, questa sì, degna del suo nome, si erse dinnanzi a lui da dietro le casupole più marginali della cittadina.

Il Monastero di Christ Mercy.

Il luogo in cui doveva giungere.

Il luogo in cui doveva indagare.

Il luogo che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.