Numero 46/2019

14 Novembre 2019

Dalla spina del locale a casa vostra: il Growler lo può fare!

Dalla spina del locale a casa vostra: il Growler lo può fare!

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A chi non piace godersi una buona birra sul divano di casa propria in totale relax? E se la birra che steste bevendo non provenisse da una lattina o da una bottiglia di vetro ma da un recipiente in grado di contenere uno o due litri di birra presa direttamente alla spina del vostro bar o pub preferito? Immaginate quanti chilometri si fa la birra nei suoi contenitori da asporto standard, quanti sobbalzi, cambi di temperature, quante mani la spostano da uno stoccaggio all’altro. Immaginatevi ora, invece, mentre andate con il vostro bel recipiente al pub ad acquistare la vostra birra preferita che verrà spillata sul momento e dalle mani del publican passerà direttamente nelle vostre per arrivare, dopo un breve tragitto, nel frigo di casa.

 

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Stiamo parlando del growler, uno dei metodi più semplici e diffusi all’estero per acquistare birra sfusa da asporto. Il growler più comune non è altro che un bottiglione di vetro scuro da uno o due litri circa, che viene riempito al momento alle spine del pub o bar che si voglia e poi chiuso con un tappo a vite. Questo metodo è pratico e piacevole per l’uomo, ma per la birra e la sua conservazione presenta ovvi limiti. Il growler non può essere pressurizzato internamente ed il tappo a vite non consente una buona tenuta comportando un rapido decadimento del prodotto, causato da decarbonazione ed inevitabile ossidazione, ogni volta che, svitando il tappo per bere, la birra entra in contatto con l’aria. In oltre il recipiente una volta svuotato va ripulito con cura per evitare contaminazioni e formazioni batteriche che ancora una volta andrebbero a compromettere le caratteristiche organolettiche e dunque la qualità della birra che successivamente verrebbe spillata nel growler.

 

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Per ovviare a queste problematiche che rendono questo ottimo e pratico strumento un po’ difettoso sono state realizzate delle versioni più efficaci. Un’alternativa è la maxibottiglia versione familiare che viene riempita in un ambiente saturato di anidride carbonica. Il birrificio Birra del Borgo, all’avanguardia su questa modalità di consumo della birra artigianale, ha messo a puntounmacchinario simile ad una teca di vetro che permette di creare un sistema di imbottigliamento con l’aggiunta di CO₂. La birra viene spillata direttamente nel growler, una maxibottiglia appunto da 1 o 2 litri, posizionata all’interno di questo ambiente chiuso e saturo di anidride carbonica che permette di conservare la birra, spillata sul momento, fino a 10 giorni. Se siete curiosi di saperne di più e vedere con i vostri occhi questo è il link da visionare https://www.youtube.com/watch?v=xX8JAbEVMxU

 

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Andando fuori dai confini nazionali, a Portland, in Oregon, la GrowlerWerks ha brevettato l’Ukeg, un prototipo di growler pressurizzato che permette di avere una birra sempre fresca, organoletticamente parlando, fredda e carbonata. Dopo aver realizzato un prototipo in plastica ed aver autofinanziato il progetto, i quattro ideatori hanno lanciato una campagna di crowdfunding su internet raccogliendo in poco tempo dieci mila sostenitori e racimolando la cifra di un milione e mezzo di dollari. Numeri che magari dovrebbero far alzare le orecchie anche nel nostro bel Paese sull’argomento. L’ukeg è stato così realizzato: un contenitore in acciaio inox, dotato di una doppia intercapedine isolante, un rubinetto per la spillatura che evita problematiche legate all’apertura del tappo ed è in grado di regolare la pressione attraverso delle “cartucce” di anidride carbonica per alimenti. È molto facile da smontare e pulire, come un semplice thermos, e lo si può acquistare sul sito della ditta produttrice o sulle più famose piattaforme di e-commerce internazionali.Nel caso precedente che in questo il problema della conservazione della birra viene risolto, ma non quello della pulizia che andrebbe comunque effettuata con apposite pastiglie.

 

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Ecco, dunque, che arriviamo ad un’ennesima miglioria del growler: il crowler. Il nome deriva da una fusione di growler con il termine can, lattina. È infatti in tutto e per tutto una lattina di grandi dimensioni, circa un litro, la quale, mediante un apposito apparecchio, viene riempita, pressurizzata, sigillata ermeticamente e dotata di una linguetta a strappo. Gli ideatori sono due realtà del Colorado, la craft brewery Oscar Blues e la Ball Corporation, azienda leader per il confezionamento alimentare. Essendo realizzata in alluminio il crowler è leggero e resistente, la pressurizzazione permette di conservare al meglio la birra e la sua natura “usa e getta” ovvia al problema del lavaggio. Sembrerebbe il contenitore da asporto di birra sfusa più idoneo, peccato per la sua natura “usa e getta” e niente affatto green. 

Infine, tra i sistemi che permettono di vendere birra sfusa ricordiamo anche quello che garantisce il riempimento di bottiglie in PET. Nato nel 2004 da un brevetto di un’azienda russa, la Pegas, il sistema si è diffuso negli Stati Uniti a partire dal 2010, grazie ad alcuni miglioramenti che garantiscono l’utilizzo di bottiglie di plastica normali e tempi più rapidi, circa 2 litri in 60 secondi. Tutto sta nell’istallare uno speciale rubinetto dotato di una particolare tecnologia che garantisce un servizio sottovuoto direttamente dall’impianto di spillatura.

In America, come al solito precorrono i tempi e tutto questo è già realtà da molto tempo. Acquisti il tuo growler, più o meno sofisticato, vai al pub e lo fai riempire con ottima birra alla spina da portare a casa e gustare anche fino a due settimane. È una pratica così diffusa che sui menù dei locali si trovano sia i prezzi dei bicchieri che quelli della birra sfusa da asporto.

 

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E in Italia? Purtroppo, come al solito, siamo in ritardo sui tempi e la vendita della birra sfusa fa un po’ fatica a prendere piede, ma qualche passo in avanti con molta calma si sta muovendo. Forse a causa di una tecnologia che non rassicura ancora molto sulle capacità di conservazione della birra o magari a causa di una diffusa diffidenza nei confronti della birra sfusa da asporto, o forse, semplicemente, per una peculiarità tutta italiana di non lasciarsi troppo trasportare dalle mode estere, soprattutto quando vanno a toccare le nostre abitudini consumistiche. Bisogna anche dire che in Italia i costi finali della birra sfusa sono più alti che in America e anche questo non è un elemento da sottovalutare per la diffusione della pratica del growler.

Ci sono, però, anche altri punti di vista che potrebbero favorirla. Ad esempio, in un momento storico come questo in cui poniamo molta attenzione alla salvaguardia ambientale, il growler permetterebbe di ridurre la produzione e di conseguenza lo smaltimento di lattine e bottiglie di vetro, con grandi vantaggi per il nostro pianeta. Inoltre, si potrebbe acquistare birra sfusa direttamente nei birrifici, visto che ormai hanno quasi tutti una tap room dove gli appassionati potrebbero farsi fare un rifornimento immediato della loro birra preferita.Inoltre, considerato l’aumento costante delle persone che si avvicinano alla birra artigianale, il growler potrebbe essere un’ottima alternativarispetto ai classici imballaggi, andando ad esaltare ancora di più la qualità della birra prodotta dal birraio vicino a casa. Un po’ come già si fa in campo enologico con le famose bag in box che si acquistano in cantina e contengono vino sfuso.

Dovremmo solo cambiare la mentalità, prima ancora che le modalità relative ai consumi, ma per questo non credo proprio che basti un semplice growler.

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Info autore

Maria Giulia Ruberto

La mia passione per la birra nasce esattamente due anni fa, quando per la prima volta mi sono cimentata nella spillatura dietro al bancone di un bar. Non so se si possa definire una vera e propria passione, ma so che quando sono lì a “creare” le mie birre, mi sento al posto giusto. Così ho deciso di chiudere in un cassetto i cinque anni investiti nel prendere la laurea in Comunicazione per seguire la mia nuova strada di barista. Da lì è stato un vortice, mi sono trasferita dalla Toscana al Trentino, ho seguito corsi formativi sulle birre e ho deciso di rispolverare la mia passione per la scrittura, chiaramente in ambito birrario. E da qui in poi: avanti a tutta birra!