Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana
6 luglio 2015

DOKI E LA BEVANDA DEGLI DEI: sedicesimo capitolo

DOKI E LA BEVANDA DEGLI DEI: sedicesimo capitolo

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Doki era stato sbattuto nuovamente in prigione.

Quella segreta umida e lurida sarebbe stata l’ultima cosa che avrebbe visto.

L’ultima prima di giungere al patibolo.

La legge imponeva che il condannato a morte fosse condotto sul patibolo con una specie di cappuccio calato in volto. Una specie di sacco di cotone dai molteplici strati che impedivano al condannato di vedere.

Doki a malapena avrebbe intravisto la luce del giorno una volta uscito dalla cella…

Il giovane era rannicchiato contro il muro scavato nella roccia, quello portante.

Quello più tenebroso.

Quello più resistente…

Quello al quale erano piantate saldamente delle catene che terminavano con delle manette… oggetti metallici che cingevano i polsi del prigioniero.

Il ragazzo stava sospirando; sapeva di esser giunto alla fine dei suoi corti giorni.

Una vita breve e neppure troppo intensa, in vero.

Eccezion fatta per gli ultimi mesi.

Quelli sì che erano stati grandiosi!

Aveva viaggiato in lungo ed in largo per l’Egitto intero, aveva inventato una nuova, buonissima bevanda, aveva vissuto giorni da Eroe e Generale dell’esercito e poi… poi aveva conosciuto l’amore della sua vita, Meryt-Ra; con lei aveva fantasticato sul futuro, con lei aveva trovato un feeling che con nessun altro aveva, con lei…

Con lei aveva fatto l’amore.

Lei…

Certo, l’epilogo della loro storia d’amore non  era esattamente quello che si aspettava ma, comunque, Doki ne era convinto: il loro amore valeva la pena di essere vissuto.

Lui sarebbe morto nel tentativo di preservare la vita della sua amata.

C’era forse atto più eroico?

Eppure, nel suo cuore, vi era un dubbio…

Un dubbio atroce che lo tormentava nel suo più profondo, intimo “se stesso”: e se quel cane, l’ignobile essere che portava il nome di Am-Nefer, avesse ucciso la sua bella dopo aver freddato il Faraone?

Ma ormai era troppo tardi.

Ormai lui, Doki, l’eroe di Men-Nefer, aveva confessato dei crimini mai commessi.

Ormai lui era condannato.

Nessuna frase, nessuna parola, nessun gesto in punto di morte, avrebbe potuto modificare il suo destino o quello della sua amata.

Ormai, l’unica cosa che poteva fare, era morire con dignità, sperando che gli Dèi gli dessero la possibilità di poter perseguitare l’anima dei due Visir del Re, qualora non avessero rispettato il patto: Meryt-Ra doveva sopravvivere a qualunque costo.

Assolutamente.

Mentre sospirava, ancora una volta, emettendo il suono della rassegnazione, percepì un rumore.

Più di un rumore.

Un suono sordo, gutturale…

Straziante.

Strozzato.

Poi più nulla.

Passarono degli attimi che a Doki sembrarono eterni.

Ore ed ore in attesa.

Era giunto già il giorno?

Era forse giunta l’ora di affrontare il suo ultimo viaggio?

Il patibolo lo stava già attendendo?

Sentì un respiro pesante penetrare dalle sbarre della pesante porta che lo isolava dal mondo esterno.

Ne percepì l’affanno.

Anche il respiro del giovane si fece concitato.

Aveva pensato mille e mille volte al momento in cui i soldati del Re sarebbero giunti, infine, a prenderlo.

Aveva immaginato di guardarli in volto, lo sguardo fiero da Generale quale era stato.

Aveva ipotizzato di non provare nessuna emozione, di affrontare il suo ultimo viaggio con onore ed orgoglio.

Doki aveva visto più e più volte la scena nella sua mente: il passo fiero di un leone per affrontare quel suo ultimo viaggio.

Aveva ripercorso la strada che l’avrebbe condotto alla morte per più di mille volte nell’arco della notte.

Si sentiva pronto ad affrontare quella ultima, estrema, situazione.

Ma ora stava sentendo che il suo cuore aveva cominciato a battere all’impazzata.

Ed aveva paura.

Una paura veramente indescrivibile.

Era letteralmente terrorizzato.

Il giovane sentì che il suo corpo stava avvampando, il calore era intenso, sudava copiosamente.

Il respiro gli si fece affannato, quasi rantolante.

Forse era una crisi di panico, forse era l’adrenalina che aveva cominciato a circolare nelle sue vene…

Si era preparato tanto per quel momento.

Credeva di essere pronto.

Credeva di essere preparato ad andare incontro alla morte.

Ma la realtà di cui ora lui era conscio era una ed una soltanto: nessuno, mai, nonostante tutto, è in grado di prepararsi alla propria dipartita.

Si può rimuginare, accettare, o perfino desiderare, la dipartita di un amico, di un caro o di un familiare.

Ma nessuno può prepararsi adeguatamente alla propria morte.

Ora aveva solo un desiderio, uno soltanto: non voleva piangere come un infante.

Pregò gli Dèi tutti di donargli la forza per evitare quella figura barbina, quel gesto codardo.

Inspirò profondamente, come per ricacciarsi in gola i singhiozzi e le lacrime.

Non fu molto efficace, come gesto.

Il singhiozzo ed il tremolio del labbro inferiore cominciarono a dimostrare al giovane che non era più in grado di  controllare la tensione e l’apprensione che ormai si erano impadronite del suo corpo.

Perepì la vista offucarsi e gli occhi riempirsi di calde e salate lacrime.

Le mani incatenate iniziarono ad avere spasmi, tremori inconsulti ed incontrollabili.

Doki attese ancora eterni secondi, prima di capire che qualcuno si trovava al di là della porta di accesso della cella.

Trasalì quando sentì il chiavistello emettere il tipico suono metallico che ne preannunciava l’apertura.

Il clangore si interruppe dopo che furono sboccati cinque chiavistelli con altrettanti suoni metallici.

La pesante porta fu tirata dall’esterno.

Il cigolio dei cardini squarciò l’aria e penetrò nei timpani di Doki come un’infinità di spilli lanciati con un arco.

Una sola figura sull’uscio.

Un solo individuo illuminato in parte dalla fioca e tremolante luce della torcia posta a lato della cella.

Doki decise di affrontare con dignità il tutto; inspirò e poi, con voce che avrebbe preferito più calma e sicura, esordì:

«Finalmente siete giunti! Forza, andiamo. Facciamola finita!»

«Ragazzo, è inutile che tu finga con me. Te la stai facendo sotto!»

«Vuoi schernirmi? Ma che cosa onorevole!»

«Voglio salvarti la vita, idiota!»

«Che cosa?»

«Già. Porgimi le mani, che te le libero».

Doki, una volta che porse le mani al misterioso individuo, iniziò a comprenderne la fisionomia.

Nella penombra, Doki, lo riconobbe.

Relativamente anziano, la barba mal rasata e lo sguardo arcigno ma al contempo dolce ed intelligente.

«Ma tu sei…»

«Sì, giovane sfacciato! Sono il povero cuoco che lavorava nella cucina di Elefantina! Tu sei S…» Doki non si ricordava il nome di quel vecchio.

Ma era la stessa persona che gli aveva suggerito di addizionare l’impasto “madre” del pane nella sua bevanda.

Colui il quale gli aveva svelato il primo, rudimentale, segreto della fermentazione alcolica.

«Tu mi conosi come Senhar, il cuoco. Ma io ti sto osservando da quando hai fatto quella pessima figura durante la battaglia di Men-nefer!»

«Che cosa? Tu…»

«Io sono una spia. Sono un membro dell’esercito diciamo… nascosto… del Faraone».

«Cioè mi hai spiato?»

«A sufficenza per poter sapere che tu e la principessa vi amate alla follia e che avete avuto la splendida idea di seguire quei due infami dei Visir all’incontro con un sicario che ucciderà il nostro Faraone».

«Ma cosa?»

«Senti, ragazzo! Ora stai zitto e pensa a seguirmi. Tutto ti sarà chiaro, ma ora… seguimi o morirai!»

 

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.