Numero 06/2020

5 Febbraio 2020

Lervig Brewery tu mi hai fatto innamorar!

Lervig Brewery tu mi hai fatto innamorar!

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Dopo aver letto il codice etico del Giornale mi sono domandato cosa potessi offrire in questo nuovo e bellissimo ambiente in cui mi trovo a scrivere, ma nel giro di una manciata di minuti la risposta era lì davanti a me. Perché quella che segue è una storia, una piccola scoperta, un’esperienza e non una scheda degustativa, utilissima ma pur sempre suppellettile.
Vi racconterò di come incontrai per la prima volta, alle prime armi, il birrificio Lervig e di come, senza saperlo, bevetti una bomba alla spina che è già difficile da trovare in lattina! Però prima qualche accenno su questo birrificio artigianale
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Lervig, dove sei?
Siamo in Norvegia, in una piccola cittadina che Wikipedia dice di avere circa 19.000 abitanti: Hillevåg, vicino alla più grande Stavanger (che possiede uno scalo aereo, qualora vi interessasse farci una visita).
Lervig viene fondata nel 2003, ma è solo nel 2005 che si sposta definitivamente a Hillevåg, dove inizia a produrre una semplice Pilsner per sopperire alla mancanza del birrificio Tou che, da poco, si era trasferito ad Oslo.
Ma è nel 2010 che inizia la vera e propria svolta e che porterà Lervig nel 2014 ad essere in testa alla classifica RateBeer, grazie all’assunzione del mastro birraio americano Mike Murphy. Il decennio appena trascorso, per quanto riguarda la birra, non è stato un decennio come gli altri ed ha infatti segnato la nascita di una vera e propria ondata di birre artigianali, partita dagli Stati Uniti.
Una bevanda che, pian piano, era diventata appannaggio dell’industria cerca di risollevarsi in ambiente artigianale proprio in questi anni fino a diventare qualcosa di veramente importante: basti pensare che la metà di Lervig è stata acquistata da Orkila Capital per più di 15 milioni di dollari.
Quindi con Mike Murphy il birrificio inizia a sperimentare ancora di più, dalle Sour alle Imperial Stout, mantenendo sempre lo spirito di semplicità ed innovazione, come si può leggere dal loro sito Internet. Il loro intento è quello di fare buona birra, semplice, ma allo stesso tempo di sperimentare e spingersi oltre la loro comfort zone

Come hai scoperto Lervig?
Una sera d’estate (notare bene “estate”) mi trovo a passeggiare per Roma ed abbastanza scoraggiato per il fatto di non riuscire a trovare qualche birra “scura” come piacciono a me, ero quasi deciso di accontentarmi di una fresca e sempre-verde IPA, magari una Double.
Ma è come per magia che, entrando in un locale a Trastevere, leggo Imperial Stout di un certo birrificio norvegese. Io, alle prime armi, penso: “ma da quando i norvegesi fanno le birre”? eppure decido di tentare, attratto dal suo nome 3 Bean Stout.
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Il risultato è eccezionale e, come un gancio mancino, mi sorprende e mi lascia a bocca aperta: una birra da 13° con l’utilizzo di tre fave, il cacao, la vaniglia e la tonka, con un mouthfeel, come preferiscono dire gli anglosassoni, entusiasmante.
Riguardo immediatamente il nome del birrificio per non dimenticarlo, e scopro che in realtà è una collaborazione con Waybeer, ma poco importa: mi segno ‘sti norvegesi perché sono sicuro che mi regaleranno altre gioie. E così è stato!
Il caso volle che la sera stessa che assaggiai questa birra decisi di dare vita ad un progetto, Beata Birra, con il mio amico Federico e che da lì la bevanda di Ninkasi non mi avrebbe più lasciato un singolo giorno. In ultima analisi, notare bene, mi ha portato a scrivere di birra, anche qui sul Giornale.
Questo è quello che sa dare una birra, indipendentemente dalle valutazioni: la capacità di stupire e la voglia di approfondire, di conoscere, di provare, di sputare se fa schifo, di innamorarsi se ci emoziona.
Una birra è molto più di una bevanda ed ognuna sa darci qualcosa. Ma Lervig non è l’unico che mi ha lasciato di stucco, quindi segnatevi il mio profilo autore ed iscrivetevi alla newsletter del Giornale per leggere tante altre storie!

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Info autore

Marco Piacentini

Sono nato l’8 Gennaio del 1990, il giorno di Elvis Presley, ed amo la birra artigianale da quando la legge mi ha consentito di berla.

Non ho mai bevuto con consapevolezza e mi sono sempre avventurato, sbagliando e provando, nei vari locali che Roma e provincia potevano offrire.

Ho bevuto birre che non ero pronto a bere, alcune le ho detestate, altre le ho amate e porto sempre con me un sottobicchiere a mo’ di portafortuna. Quale?

Quello della Tripel Karmeliet, la prima birra “artigianale” che mi ha fatto avvicinare al mondo delle belga.

Nel 2018 con il mio amico Federico abbiamo dato vita ad un progetto amatoriale, Beata Birra, e da lì è aumentata la consapevolezza, i corsi di degustazione, le scoperte!