Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana
26 dicembre 2015

La morte ha il gusto del luppolo: sesto capitolo

La morte ha il gusto del luppolo: sesto capitolo


Alberico aveva sistemato i documenti riguardanti l’omicidio e le indagini della guardia cittadina di Bullhornes town nella propria cassapanca in legno.

La carta usata per gli appunti dei soldati era grezza e brutta: si vedevano le fibre di pasta di legno tenute insieme da troppo collante. Si potevano addirittura contare le fibre usate, se uno avesse avuto la pazienza ed una enorme quantità di tempo da gettare; Alberico, certamente, non ne aveva.

I documenti ufficiali, quelli nei quali si certificava la morte, erano invece di filigrana abbastanza fine, anche se il timbro in ceralacca era sgraziato. Si capiva al primo sguardo che l’ufficiale a capo delle guardie non era abituato a redigere documenti formali: troppa ceralacca, troppo densa e il bassorilievo del timbro era sbavato in basso a destra.

“Errore comune per chi non è avvezzo alla burocrazia”, pensò l’investigatore pontificio.

Vide, invece, che la comunicazione dell’accaduto, inviata al Vescovo da parte dell’Abate era perfetta in ogni dettaglio. Vi erano perfino le decorazioni ed i colori tipici del tratto di un amanuense a formare le prime lettere dei paragrafi.

Sembrava come se il documento fosse stato preparato tempo prima, visto che per creare un’opera d’arte come quella un buon amanuense impiegava almeno quattro giorni a pagina.

Alberico notò anche che il nome di “Fratello Malcom” sembrava scritto con un inchiostro non comune; la china aveva una tonalità diversa, più scura.

Era come se… come se fosse più nuova, più recente rispetto a quella usata per stilare il documento ufficiale.

Inoltre, la distanza che intercorreva tra le parole ante scritte alla parola “Fratello”e quelle successive a “Malcom” era nettamente diversa da quella che c’era tra tutte le altre parole.

Un’imperfezione da poco, per un qualunque osservatore, forse perfino per Sua Santità in persona!

Ma per Alberico, quegli insignificanti dettagli assumevano un’importanza non trascurabile nelle sue indagini.

Era come se l’Abate avesse preparato da tempo comunicazioni Ufficiali da inviare al Vescovo. Comunicazioni di un avvenuto omicidio…

Alberico avrebbe dovuto indagare a fondo senza destare i sospetti dell’Abate. Il suo mestiere era quello nel quale si doveva, giocoforza, sospettare di tutti, perfino di un Abate Reverendissimo.

Diede ancora uno sguardo a quegli incartamenti e, appoggiandoli delicatamente all’interno della cassapanca, la chiuse con un grosso lucchetto in ferro battuto.

Girò la chiave nel chiavistello per 3 volte.

Saggiò la resistenza del pesante baule in pesantissimo e resistentissimo legno di quercia delle Alpi Piemontesi e, tirando una rumorosa pacca su di esso, si alzò in piedi.

Si scrollò la polvere di dosso ed afferrò la sua scarsella porta monete in cuoio marrone ed uscì dal monastero, direzione “Black Horse”, la taverna dove il compianto Frà Malcom amava peccare, concedendosi ai piaceri umani, tralasciando gli obblighi divini.

Uscendo dal monastero, il prelato fece un incontro inatteso e quanto mai gradito:

«Mery, piccola cara! Qual buon vento?» Alberico salutò la bimba che qualche giorno prima lo aveva condotto al monastero; vide che con lei c’era un altro ragazzino e aggiunse «e tu devi essere il piccolo…»

«James… sono suo fratello… e non sono piccolo!»

«Oh, scusami, giovanotto! Non volevo mancarti di rispetto».

« Va ben, hai fatto in modo che i frati ci dessero da mangiare, quindi… credo che ti perdonerò!»

«Grazie, caro James! Mery, James, vorreste accompagnarmi in un posto?»

«Dove?»

«Alla taverna Black Horse. Naturalmente vi offrirò un ottimo stinco di maiale, se volete».

«Se vogliamo? Se offri tu, certamente!»

«Ovviamente, ragazzi».

I tre si incamminarono per i vicoli stretti ed umidi del piccolo borgo.

Lunghe strisce di muffa verde e bianca calavano dai rustici tetti come se fossero delle colonne portanti delle case, ad eloquente monito per chiunque delle precarie condizioni igieniche cittadine.

Le strade in terra battuta, odore di urina e di qualsivoglia escremento umano ed animale, insudiciavano i vestiti e permeavano ogni respiro.

La taverna “Black Horse” era sita in un vicoletto del tutto anonimo.

L’ingresso della taverna faceva angolo ed il locale occupava tutto il piano inferiore della struttura.

Non una struttura povera, in vero: costruita in solida pietra, la parete frontale sgraziata, ma, comunque, caratteristica.

Un’insegna in legno intagliato e dipinta di colori che un tempo furono sicuramente più vividi, conservava comunque il fascino intatto del luogo del divertimento per eccellenza.

L’insegna recava la scritta “Black Horse” ed uno stupendo cavallo nero campeggiava su di uno sfondo giallo e verde. La forma del legno era quella di uno scudo dai contorni grezzi, delimitato da un solco lungo tutto il perimetro.

Una porticina in legno con vetri opachi sull’infisso facevano trapelare la calda luce del camino e delle lanterne appese qua e là per il locale.

Alberico entrò nella taverna con al seguito i due fratellini che, manco a dirlo, scorrazzavano e saltellavano come due scoiattoli sopra ad un noce.

«Ragazzi, cercate di fare le persone educate e sedetevi a quel tavolo. Io arrivo subito» li redarguì il prete.

Come se quell’uomo venuto da lontano fosse divenuto il padre che avevano perso, i bambini smisero di saltare e si accomodarono su due panche poste sui lati lunghi del tavolo indicato da Alberico, uno di fronte all’altro.

L’investigatore Vaticano si appoggiò al bancone: un brivido di freddo e disgusto salì lungo tutto il suo braccio; birra mista a briciole di pane e scaglie di formaggio, oltre che ciccioli di grasso dei salumi, inzuppò il saio.

Un mix di alimenti che erano stati serviti su quel bancone e che, con un’evidenza quasi disarmante, non veniva lavato via da inizio serata.

Alberico scrollò con faccia schifata quell’insana pappoccia dal proprio indumento di lana che, com’era prevedibile, in quella frazione di secondo in cui era stato a contatto con quel sudiciume, se ne era già impregnato.

«Credo che dovrai lavarlo, frate!»

«Vi ringrazio, buon signore».

«Buono, forse sì… Signore, proprio no! Senti, in questa locanda non sono solito trattare i clienti in modo differente l’uno rispetto all’altro. La gente, qui, rispetta il mio lavoro ed io rispetto la loro persona, qualunque sia il loro mestiere e la loro estrazione sociale. Basta che paghino regolarmente ed io li rispetto tutti. Mi chiamo John e, se vuoi continuare a frequentare questa taverna, ti dico subito che qui dentro non c’è il “Vostra Signoria”, “Vostra Grazia”, “Padre” o “mio buon Signore”. Qui c’è solo John e… » gli occhi dell’oste indicarono al prete di dire il suo nome.

«Alberico, piacere!»

«Oh, vedo che ci intendiamo! Sai com’è… taverna mia, regole mie. Tieni, questo è omaggio! Il mio personale benvenuto!» l’oste spinse sul lurido bancone una pinta di birra scura, ideale durante quelle fredde ed umide giornate.

Alberico bevve un gran sorso: una squisitezza.

Aveva un sapore strano, inconsueto.

Una nota amara estremamente marcata che, però, non risultava sgradevole o allappante.

Al contrario, al prete dal palato fine, come si conviene ad un membro della Curia Romana, venne in mente che quella bevanda si sarebbe sposata benissimo con un bel pezzo di carne grassa e succulenta.

Si ricordò che non era giunto da solo lì, in quel locale:

«Senti, John. Potresti portare a quel tavolo lì, quello dove ci sono quei due ragazzini, tre porzioni di stinco di maiale ben cotto? Porta anche una brocca di acqua ed un’altra di queste birre squisite!»

Il prete levò dalla scarsella una moneta d’argento, conio Pontificio: in tutti gli Stati Cristiani quelle monete avevano un valore immenso:

«Basta, per il tuo disturbo?»

«Credo che io e te andremo molto d’accordo! Per questa moneta puoi svuotare tutte le mie botti ed annegarti nella birra!» l’oste rise, mettendo in mostra un sorriso sdentato; tre denti marci e neri sbucavano dall’arco superiore, mentre sotto una specie di macchia marrone formava una specie di insieme non meglio definibile di denti.

Alberico dovette trattenere un conato di vomito, ma il suo piano stava prendendo forma:

«Ti dirò, di morire di ubriachezza non ne ho voglia, stasera… preferirei fare quattro chiacchiere con te».

«Quattro chiacchiere? Su cosa?»

«Frà Malcom».

John si irrigidì, come se gli avessero puntato una lama alla schiena:

«Senti, prete… voglio essere gentile con te, perché sei nuovo di queste zone e perché hai l’aria simpatica, oltre che la scarsella zeppa di monete che vorrei ottenere: non so assolutamente nulla della morte di quel beone di Malcom».

«Ed io non ti sto accusando di nulla, giuro! Sono solo un pellegrino di passaggio, ma conoscere le tristi vicende di questi luoghi sarebbe per me importante».

«Perché? Tanto tra pochi giorni te ne andrai, dico bene?»

«Sì, dici bene. Ma non credi che la preghiera di un uomo di Dio in pellegrinaggio possa salvare un’anima perduta come quella di Malcom e, magari, spingere l’assassino a costituirsi?»

«Come dici tu, prete…»

«Alberico, mio caro John… non eravamo d’accordo così?» il prete sorrise.

«Tu mi piaci, mi piaci davvero! Ma ti giuro che non c’entro nulla con questa brutta storia».

«Ah, ne sono certo! E poi, sono solo un prete, mica un soldato che investiga!» mentì.

«Eh, già! Ad ognuno il suo, dico bene!»

I due risero sguaiatamente poi, Alberico, riprese le redini della discussione:

«Mi dicevi che Frà… perdonami, che Malcom era un beone, giusto?»

«Sì. Veniva qui quasi tutte le sere, per ritornare al convento solo in tarda notte. Era uno dei primi che arrivava ed uno degli ultimi che ero costretto a cacciar via perché troppo sbronzo per alzarsi da solo dallo sgabello».

«Doveva spendere una fortuna, in questo locale!»

«Sì, ma diceva che ne valeva la pena. In fondo, io servo le sue birre!»

«Le sue birre?»

«Sì, quell’alcolista maledetto, che Dio lo abbia in gloria, era il mastro birraio del convento. E ti giuro, nonostante tutto, non ne ho mai visti di più bravi! E faccio questo lavoro da vent’anni, ormai!»

«Quindi tu compri le birre dal convento, giusto?»

«Sì. Ma credo che Malcom, in vero, mi restituisse la maggior parte del pagamento consumando la sua stessa birra qui».

«Ma… i soldi che lui di dava in pagamento non erano quelli del monastero? Insomma, le monete sarebbero dovute finire nei forzieri del monastero, non nelle sue tasche!»

«Guarda, come ti ho detto: io non faccio domande né mi faccio problemi; se un cliente paga il dovuto sull’unghia, io sono contento e soddisfatto. Non è un problema mio, se l’Abate gli concedeva una cospicua somma di danaro che lui sperperava in birra e donne!»

«Donne? Ma lui era un frate!»

«Ma al suo membro credo che non interessasse minimamente!»

«Oh, Signore! E con chi…»

«Jesse, quella bionda che sta servendo proprio al tuo tavolo! Giuro, in vita mia un seno così grosso ed un’inventiva così stuzzicante sotto le lenzuola, non l’ho mai vista!»

«Devo dedurre che anche tu…»

«Come quasi tutti gli uomini di Bullhornes Town! Chi prima, chi dopo, chi una volta sola, chi tre volte alla settimana… quasi tutti dai tredici anni in su hanno approfittato delle sue grazie! La differenza tra me e gli altri è che io non la pago, visto che le do il lavoro che le consente di vendersi e di incontrare tutti i clienti che vuole!»

«Capisco… e credi che…»

«Oh, lei è come me: se paghi non si pone domande, né ne pone a te. Potresti essere il Papa in persona e lei ti…»

«Per l’amor di Dio, non essere così blasfemo! Anche se siamo amici, ti ricordo che sono un prete!»

«Hai ragione, ti chiedo scusa. Se vuoi te la chiamo».

«Ti ringrazio, accetto volentieri! Per favore, servi a quei ragazzini tutto quello che vogliono, ma fai in modo che non escano da qui ubriachi. Pagherò tutto io più tardi».

«Come vuoi, Alberico! E non ti preoccupare per il conto: con quella moneta hai pagato già tutta la serata! Se ne tiri fuori un’altra, davanti alla bella Jasse, potresti anche sposartela!»

Alberico rise in modo forzato.

«Sali per la scala, la prima porta a destra: tra qualche minuto Jesse sarà da te».

«Molto gentile. Posso sperare che gli avvenimenti di questa serata restino tra noi?» Alberico fece strisciare in mezzo al lordume sul bancone un’altra moneta d’argento.

«Certamente, amico caro! Sarò più muto di una tomba!»

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.