Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 31/2018

1 Agosto 2018

Coltivazione idroponica del luppolo: sogno irrealizzabile o prospettiva di successo?

Coltivazione idroponica del luppolo: sogno irrealizzabile o prospettiva di successo?

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La coltivazione del luppolo in Italia si sta diffondendo rapidamente, seppur in modo ancora frammentario e poco organizzato lungo tutto lo Stivale: il nostro Paese, infatti, pur non avendo una tradizione culturale e colturale rispetto a tale essenza vegetale, risulta microclimaticamente idoneo alla crescita della pianta. È, infatti, tutt’altro che raro ritrovare piante spontanee di Humulus lungo i torrenti, nei pressi delle zone umide, perfettamente sviluppate e dal grande vigore vegetativo. Anche se ad oggi i luppoleti realizzati e coltivati professionalmente sono solo qualche decina, l’interesse e le prospettive di sviluppo per l’introduzione di cultivar ad uso birrario desta sempre maggiore interesse. Parallelamente al tentativo di coltivare la pianta secondo i dettami tradizionali, non mancano gli innovatori e gli sperimentatori: tra questi non si può non citare Alessio Saccoccio ed il suo impianto sperimentale di luppolo in sistema idroponico.

 

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Per i non addetti ai lavori, ricordiamo che tale sistema prevede la gestione della pianta in serra, quindi in un sistema strettamente controllato a livello climatico e difeso dagli agenti patogeni ambientali, nonché la crescita in substrato inerte, dove la nutrizione della pianta è gestita somministrando accuratamente dosi di acqua e fertilizzante in adeguati rapporti. I vantaggi “sulla carta”, oltre alla quasi sterilità che garantisce maggiore prevenzione fitopatologia, risiedono nella possibilità di gestire ed accorciare il ciclo produttivo, permettendo la fioritura destagionalizzata.

Per approfondire il tema, abbiamo incontrato, in esclusiva per Giornale della Birra, Alessio, che ci ha accompagnato in visita alla sua serra e spiegato gli aspetti attuali e le potenzialità future del suo progetto.

 

Alessio, come è nato il tuo interesse per il luppolo e perché hai deciso di investire in tale progetto? Quali sono i partner?

L’interesse nasce circa un anno fa da alcuni miei amici, emigrati in Inghilterra hanno deciso di aprire un birrificio artigianale, lamentavano scarsità e costo elevato di questo ingrediente fondamentale. Approfondendo ho scoperto un mercato, in Italia,  di recente regolamentazione (2015) e povero di impianti produttivi di spessore, ma caratterizzato da capacità e innovazione, i birrifici italiani oltre a posizionarsi bene sul mercato nazionale esportano moltissimo all’estero.  Data la formazione ingegneristica, ho sempre cercato la strada più complessa ma più fruttuosa,  ho iniziato a progettare la produzione idroponica in serra cercando di eliminare i punti deboli di quella tradizionale. Dopo una breve presentazione dell’idea presso Lazio Innova , lo staff e il  coordinatore dello spazio attivo di Latina Maurizio Andolfi hanno subito creduto nella mia idea permettendomi di partecipare a vari concorsi per start-up innovative e di conoscere i miei attuali partner tecnologici Agronova e Dipartimento di biologia dell’Università degli studi di Tor Vergata Roma.

 

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Coltivare il luppolo in idroponica è una impresa unica al mondo, forse la prima sperimentazione di cui si parla: quali sono i vantaggi e le prospettive verso cui tendi nell’immediato?

E’ una grande sfida, i vantaggi sono molti sia economici  che ambientali, con il io processo tutelo la coltivazione dalle continue variazioni atmosferiche assicurando il raccolto; i sistemi informatici permettono di gestire la crescita ed i nutrienti, possiamo sapere in qualsiasi momento in che stato si trova ogni singola pianta e di cosa ha bisogno per ottimizzare la produzione; modificando la soluzione nutritiva possiamo a potenziare/variare capacità aromatiche, amaricanti e nutraceutiche per creare birre uniche nel panorama internazionale; sarà possibile ridurre lo spazio tra le piante e moltiplicare la produzione riducendo il consumo di terreno; le coltivazioni saranno possibili su qualsiasi terreno (anche inquinato) il tutto senza l’impiego di agrofarmaci e pesticidi.

Le prospettive nell’immediato sono quelle di effettuare il raccolto entro gli inizi di agosto per realizzare la prima birra idroponica Europea e presentarla al salone del gusto di Torino in programma dal 20 al 24 settembre per testare l’interesse verso la mia innovazione.

 

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Nel dettaglio: come è strutturato il sistema attualmente attivo? Da quanto tempo sono a dimora le piante?

Attualmente ho realizzato nei pressi di Terracina (LT) una serra di 100mq, all’interno della quale ho posizionato 90 vasi da 20 litri contenenti una miscela studiata ad hoc di substrato inerte che sostiene altrettante piante di quattro diverse varietà che vengono nutrite con un sistema idroponico a goccia.  I luppoli sono stati piantati il primo giugno, e dopo un mese di fase vegetativa a luglio abbiamo cominciato a somministrare la soluzione nutritiva per la fioritura, ad oggi le piante stanno fiorendo in maniera copiosa e si presentano molto vigorose per essere al primo anno, questo ci fa ipotizzare che potremo raccogliere a fine luglio inizio agosto e tentare una nuova fioritura date la latitudini favorevoli.

 

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La mia esperienza come coltivatore di luppolo in pieno campo, secondo i dettami dell’agricoltura biologica, mi ha portato a verificare un differente comportamento tra le varietà, ma una generale rusticità della pianta e la sua tendenza ad un grande sviluppo vegetativo in tempi molto ristretti: quali varietà hai introdotto in coltura? Come pensi di gestire la difesa fitopatologia (se necessaria)? E soprattutto quali le strategie per ridurre lo sviluppo radicale e della vegetazione in ambiente confinato?

Le colture che ho introdotto, viste le temperature nella provincia di Latina, sono di tipo americano, chinook, cascade, centennial e magnum. Per la difesa fisiopatologica dato che la nostra attuale serra non è sterile abbiamo riscontrato solo la presenza su pochissime piante di ragnetto rosso che è stato prontamente trattato con prodotti biologici. Lo sviluppo radicale è un incognita, per ora le piante sono in ottima forma e la produzione sembra molto promettente, data la caratteristica innovativa del progetto non abbiamo alcuna evidenza scientifica, ma abbiamo elaborato diverse ipotesi. Innanzi tutto valutiamo anno per anno la crescita radicale e la produzione per valutare se agire o meno con questo piano di intervento:

  • modulare la soluzione nutritiva per stabilizzare la crescita delle radici mantenendo la produzione;
  • intervenire manualmente per ridurre l’apparato radicale;
  • trapiantare in suolo o vendere l’apparato radicale quando maturo;

 

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Dal punto di vista economico, ritieni il luppolo una coltura redditizia? Quali plus di mercato rispetto ai maggiori investimento della coltura in idroponica ritieni di poter spuntare?   

Ritengo che il mercato del luppolo abbia molto da offrire, sia in ambito brassicolo che farmaceutico. Negli ultimi anni si nota un forte trend positivo di crescita dei birrifici artigianali, in Italia ora sopra quota 1000 (Assobirrra), il consumo procapite di birra come le esportazioni sono in costante crescita. La produzione attuale è affidata a gradi multinazionali che trattano il luppolo sia con abbondanti pesticidi che con  sistemi meccanici, favorendo la quantità a discapito della qualità. Idroluppolo sarà concorrenziale sia sul lato quantitativo con 10 T prodotte ogni 500 mq, ma soprattutto sul lato qualitativo.

I consumatori a fronte di un’ offerta sempre più variegata sono alla ricerca di nuove esperienze sensoriali,  Idroluppolo sarà l’innovazione che porterà la filiera a creare prodotti con aromi e sapori unici che renderanno inconfondibile lo stile del mastro birraio. Non meno importante è la possibilità di incrementare le caratteristiche nutraceutiche del prodotto, immaginate una birra che ad ogni sorso aiuti a migliorare il nostro stato di salute o addirittura a prevenire l’insorgere di malattie sfruttando al massimo le proprietà curative del luppolo,  non sarebbe il massimo?

 

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Massimo Prandi
Info autore

Massimo Prandi

Un Albese cresciuto tra i tini di fermentazione di vino, birra e… non solo! Sono enologo e tecnologo alimentare, più per vocazione che per professione. Amo lavorare nelle cantine e nei birrifici, sperimentare nuove possibilità, insegnare (ad oggi sono docente al corso biennale “Mastro birraio” di Torino e docente di area tecnica presso l’IIS Umberto Primo – la celeberrima Scuola Enologica di Alba) e comunicare con passione e rigore scientifico tutto ciò che riguarda il mio lavoro. Grazie ad un po’ di gavetta e qualche delusione nella divulgazione sul web, ma soprattutto alla comune passione e dedizione di tanti amici che amano la birra, ho gettato le basi per far nascere e crescere questo portale. Non posso descrivere quante soddisfazioni mi dona! Ma non solo, sono impegnato nell’avvio di un birrificio agricolo con produzione delle materie prime (cereali e luppoli) e trasformazione completamente a filiera aziendale (maltazione compresa): presto ne sentirete parlare!