Numero 41/2020

8 Ottobre 2020

Storia di leggi ed editti sulla birra

Storia di leggi ed editti sulla birra

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A parte quel personaggio scostante che scrive questi Beerpipponi, alzi la mano chi non ha tra le sue amicizie o semplici conoscenze, qualcuno che si produce la birra in casa, oppure che ci abbia provato anche solo una volta nella vita… Ovviamente, i commenti su quell’autoproduzione fatta tra il sottoscala ed il garage, sono sempre tutti positivi; tipo: “Sai la mia birra non era nientemale”.

Perfetto!!! Questo è uno dei facili ed utili motivi che hanno permesso alla nostra bevanda preferita di sviluppare sempre nuove ricette, aumentando costantemente la sua produzione ed il consumo da millenni a questa parte, in ogni parte civilizzata e non, del mondo.

Come succede in ogni cosa, ad un certo punto della sua storia, capitò anche alla Birra, il passaggio da un consumo prettamente casalingo ad uno decisamente più commerciale, inizialmente con baratti e scambi di merci, fino al pagamento vero e proprio in denaro. Nacque così la necessità di qualcosa che legiferasse, o in qualche modo ne disciplinasse la produzione ed il commercio vero e proprio.

Sappiamo per certo che la Birra era fondamentalmente una ricetta tramandata da madre in figlia e prodotta principalmente tra le mura domestiche. Poi, pian piano, si iniziò a venderla anche fuori casa, allargando così la clientela oltre confini della propria casa. “Dio ce ne scampi e liberi”, nel mettere in campo la tipica competizione femminile, su chi fosse la più brava donna a brassare Birra perché, come prevedibile, questa concorrenza tra le agguerrite “Alewife”, era sempre più spietata, cercando in ogni modo di rendere i propri prodotti ancora più accattivanti ed invitanti. Probabilmente, fu proprio questo a dare inizio all’uso di varie sostanze per ottenere una Birra più chiara o più scura, rispetto a: “quell’altra della porta accanto, che oltretutto è anche più brutta di me, e si veste decisamente male”(tanto per rendere l’idea). Oppure ad aromatizzarla con vari e svariati succedanei, come ad esempio: stramonio, ginepro, mirica, prugnola, scorza di quercia, foglie di frassino, assenzio, genziana, achillea, millefoglie, semi di carote, rosmarino silvestre, corteccia di quassia, anice, alloro, giusquiamo. Tutte piante che precedettero l’utilizzo del luppolo.

 

E se le scope fossero le prime insegne dei Pub? Ad esempio in Franconia, per le produzioni di Zoigl (segno), veniva usata la famosa stella a sei punte (simbolo universale dei birrari), per indicare una produzione brassicola. Capitava altresì, di trovare fuori dalle “birrerie pubbliche”, come simboli distintivi, tra una o l’altra famiglia che produceva la propria birra, oggetti di semplice uso quotidiano come una pentola, una pala per l’orzo, ed anche la nostra fantasmagorica scopa. Questo faceva in modo che tutti sapessero della produzione di Birra in quel determinato giorno nella Kommunbrauerei, da parte di quella o quell’altro nucleo familiare, fornaio, combriccola di amici ecc. ecc. Quindi non dobbiamo stupirci se le Alewife, usassero un simbolo a loro molto familiare (vedi foto) per pubblicizzare le loro prime Alehouse.  Ma qui devo fermarmi, per ovvi motivi di spazio, tralasciando l’affascinante storia delle Kommunbrauerei con le loro Zoigl (non parliamo di uno stile birrario), ed ahimè glisserò anche sulle magnificenti favole, di streghe e birre ai confini delle pozioni magiche, ma soprattutto, delle loro “scope” usate sia come insegne (realtà), sia come mezzo di trasporto (fantasia), che ancor oggi nel nostro immaginario collettivo, volano nella notte tra il 5 ed il 6 gennaio, portando di casa in casa, una calza piena di caramelle (o carbone) ad ogni bambino. Un’antica leggenda, narra che qualche uomo coraggioso, abbia chiesto alla propria “Alewife”, di portargli in dono una birra proprio in quella notte. Molto probabilmente, per l’abbinamento poco felice al lessico popolano “Befana”, io consiglierei di non farlo. Perché nonostante la sua storia pagano-religiosa abbia un significato positivo, farei come dicono quelli bravi:“don’ttryat home”.

Tornando alla nostra Birra, dobbiamo innanzitutto capire bene “cosa ecome” veniva usato nel processo produttivo; Perché, ogni pianta o additivo, aveva proprietà più o meno salutari per l’uomo, condizionate soprattutto dal quantitativo usato in brassaggio. Perché come diceva il buon Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus Von Hohenheim, per gli amici Paracelso O’Svizzero: “Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquamexistis. Dosis sola facit, ut venenum non fit”, tradotto: “è la dose che fa il veleno”. Capite bene che, man mano che la birra fosse prodotta per un pubblico sempre più ampio aumentava in correlazione un bisogno atto a regolamentare la tutela del consumatore. D’altronde, ancora oggi assistiamo ad una ricerca spasmodica di quella o quell’altra ricetta birraria, che risolva ogni cosa, che piaccia a chiunque, ma soprattutto “doni la vita eterna”.

 

 

Arrivati ai giorni nostri la legislazione alimentare Europea, e non solo, sostanzialmente parte da quello che “Permette tutto ciò che non è vietato, a quello, che vieta tutto ciò che non è espressamente permesso fare. In questa frase apparentemente goliardica e contorta, si nasconde in verità il più classico dei significati riguardo a qualsiasi regola. Ovvero che una volta promulgati leggi ed editti sulla Birra (e non solo), ci sarà sempre qualcuno, che trova e troverà, il modo di aggirarli. Ma va da sé che: “senza legge, l’inganno non esisterebbe comunque”.

Con l’introduzione della patente a punti…. a no? Non posso? Prima i soliti ed immancabili Sumeri?

Vabbè. Già nel 2500 A.C. la civiltà Sumera fu la prima ad introdurre la scrittura, e per superare un momento di difficoltà economica della città di Babilonia nel XVIII secolo A.C., nacque l’unico testo arrivato ai giorni nostri in versione originale:” Il codice di Hammurabi”, che regolamentava prezzi-unità di misura-sanzioni ovvero tutto quello che poteva servire alla vendita di vari prodotti e, la commercializzazione delle merci, inclusa la produzione e la mescita della birra. Considerate che all’epoca ogni cosa che veniva scritta assumeva una connotazione quasi mistica, cosicché si alimentava la credenza che tutto ciò che era scritto, si sarebbe poi realizzato nella realtà delle cose.

I primi trattati di medicina scritti e tramandati grazie ad Ippocrate, risalgono al 400 A.C. ma, purtroppo, la scrittura e la lettura erano un privilegio riservato a pochi, furono così ad essere le prime religioni, con i loro predicatori, ad influenzare le usanze culinarie ed igieniche delle varie popolazioni.

Nella religione Buddista 600 A.C., poi riconosciuta 350 anni dopo dal Re Aschoka in India, si basava sulla sofferenza di una costante “sete”. Questa particolare cosa ha anche una più ampia correlazione con altre religioni compresa quella Cristiana. Ma, il Buddismo, s’incentrava soprattutto alla rinuncia di sostanze inebrianti, oltre a predicare castità ed onestà.

In Persia, nel 226 A.C., l’insegnamento di Zarathustra lasciava scegliere tra una vita tra la luce, quindi moderazione, oppure una tra le tenebre, lasciandosi travolgere dalle passioni che portano all’eterna insoddisfazione. Dicevano loro.

La religione Cristiana porta ad altre privazioni come la carne di venerdì, oppure al digiuno in periodo di Quaresima ed in molte altre occasioni. Maometto vietava ai musulmani l’uso di alcool fin dal 600 e la carne di maiale, anche se furono prima gli Ebrei a vietarla già da tempo immemore.

Queste prime regole d’igiene e salute, portarono grandi benefici alle persone, tanto più che nei monasteri, dove erano seguite rigorosamente, l’età media era decisamente più alta.

La prima scuola di medicina fu fondata a Salerno nel 900, la Scuola Salernitana, mentre nel 977 fu creata l’enciclopedia Cinese, che conteneva circa 1000 libri ed una conoscenza più evoluta secondo il mondo occidentale di allora.

Quando poi, intorno all’anno 1000, in Europa fu dichiarato l’artigianato una classe sociale, fu ufficialmente riconosciuto il “lavoro conto terzi”, quindi la vendita su prodotti lavorati e non solo più sulle materie prime. Nacque così la reale esigenza di regolamentare il tutto, e nel 1087 Costantino Africano, portò a Salerno la letteratura medica araba tradotta in latino, mentre a Bologna, poco più tardi (1119), fu fondata la prima Università di studi Europea. Nel 1137 a Montpellier aprì una scuola di medicina così che nel 1215 nacquero le prime farmacie in Europa. Già nel 745 esistevano taverne ed osterie, poiché San Bonifacio, monaco Irlandese, (680-755), lamentava al vescovo di Canterbury l’alto livello alcolico della sua diocesi, tanto da far prescrivere l’applicazione del “canone 21” ovvero il divieto per i prelati di bere e di recarsi nelle taverne.

Edoardo il Pacifico, l’arcivescovo di Dunstan, nel 950 usò tutto il suo potere per vietare il cibo e le bevande nelle chiese, perché i fedeli alla vigilia dei Santi passarono, da piccoli pasti durante la veglia notturna, sino ad arrivare alla messa del mattino dopo, con veri e propri baccanali. E se consideriamo la regola del digiuno, probabilmente si era perso anche il fine religioso di penitenza. Inoltre le strutture delle chiese inglesi a quei tempi prevedevano scomparti per le famiglie, e le bevute in compagnia, ovvero le “Scot-Ale” o “Scotallum” erano pratica comune.

Nonostante i divieti gli arcivescovi ebbero il loro ben da fare, per frenare il” malcostume di bere tutti insieme, a sorsi uguali, poiché non è vero che chi può bere di più debba godere di maggior prestigio ed Edmund Rich nel 1236 vietò l’obbligo di bere “imposto da qualcuno”. Oggi il fatto di bere “alla salute” è un atto di gentilezza, mentre all’epoca portava all’eccessivo abuso di alcol, cosicché il malcapitato ricusatore, finiva inevitabilmente al centro di risse, ammutinamenti e a volte omicidi, perché è bene ricordare, che il rifiuto di bere all’invito di qualcuno, era visto come uno sgarbo, e si poteva riparare solo con un duello………

Già il 15 giugno del 1215, con la firma della “Magna Charta”, in Inghilterra si fissò una prima misura per la birra, i cereali e il vino. Mentre nel 1267 Enrico III introdusse le “Accise del pane e della birra”, cosa che permise di legare i prezzi a quelli dei cereali e del malto per circa 300 anni. Anche la Germania dovette iniziare ad agire in qualche modo, per controllare “l’Invito a Bere”. Cosicché il parlamento di Worms nel 1497 limitò questa vecchia usanza. Nel 1515 fu introdotta una multa per gli osti che vendevano bevande destinate ad un “invito a bere”, e, nel contempo, ai preti veniva imposto di insistere su questo divieto, tant’è che se un prelato fosse stato trovato ad invitare qualcuno a bere sarebbe stato inchiodato ad un carro e portato davanti al giudice per mancato buon esempio verso i cittadini.

Fu poi il Wurttemberg a introdurre nel 1521, le prime punizioni per chi “invitava a bere alla salute” con la prigionia ad acqua e pane sino ad arrivare a pene più severe per i recidivi. In seguito (1534) il duca Ulrico portò la sanzione ad un ducato. Oltretutto, già nel XIII secolo, oltre alla bontà del prodotto in Germania, diedero come ulteriore controllo di qualità “La Forza” della birra. Nacque così “la prova della panchina”.

 

Nella foto non avendo ancora capito bene come funzionasse, la birra, l’avevo bevuta tutta(KlosterAndechs 2016).

Mentre gli assaggiatori dell’epoca per stabilire il prezzo di una birra rispetto all’altra, oltre ad assaggiarla in abbondanza, indossavano dei pantaloni di pelle, perché, dopo aver versato del prodotto su di una panca di legno si sedevano sopra per una buona mezz’ora, continuando a bere e conversare. Se al momento di alzarsi la panchina fosse rimasta incollata ai pantaloni, la birra era di buona forza, che gli era data dall’alcol e da un alto contenuto di estratto zuccherino. Veniva deciso così, se una birra aveva corpo o meno, ed in base a quello si stabiliva il prezzo a cui si poteva vendere. Queste birre arrivarono persino da Einbeck a Salerno, alla celebre Scuola di Medicina, la quale sentenziò una perizia molto favorevole per la buonissima bevanda venuta da oltralpe, chiamandola peraltro “vino”.In verità il primo riferimento storico, è del 1156 quando nella città di Augusta, per mano dell’Imperatore Federico I detto Barbarossa, fu emanato il più antico diritto civico tedesco “Justitia Civitatis Augustensis”, dove si parlava di alcune multe o punizioni su chi avesse prodotto birra di scarsa qualità sino ad arrivare al sequestro della licenza di birrificazione.

Intorno al 1493 si costituì il “sindacato dei Birrai”, ed iniziarono subito a scontrarsi su cosa usare per la produzione delle “Beer”, e cosa per le “Ale”, poiché nei paesi scandinavi e in Inghilterra per le “Ale” non veniva usato il luppolo mentre nel resto dell’Europa continentale il luppolo era già usato nel brassaggio di molte “Beer”. Ci terrei a puntualizzare, che il divieto del 1530 voluto da Enrico VIIId’Inghilterra, sull’utilizzo del luppolo; in verità stabiliva,che solo nelle “pure Ale inglesi” non fosse permesso l’uso del luppolo, mentre per le birre di provenienza Franco-Fiamminga, essendo considerate birre impure (William Shakespeare docet), potessero avere quel gusto amarognolo, dovuto dall’uso luppolo nelle loro produzioni di “Beer”.

Questa diatriba, in verità, ebbe inizio in tempi antichi, perché il primo riferimento storico, si avrebbe intorno al 1156 nella città di Augusta, quando per mano dell’Imperatore Federico I detto Barbarossa, fu emanato il più antico diritto civico tedesco “Justitia Civitatis Augustensis”, dove si parlava di alcune multe o punizioni su chi avesse prodotto birra di scarsa qualità sino ad arrivare al sequestro della licenza dibirrificazione.

Nel 1434, nella città di Runneburg nel Weissensee (Turingia), esisteva un regolamento dove si stabiliva che la birra dovesse essere prodotta con acqua, orzo e luppolo. Questa scoperta fu fatta nel 1998 in una taverna locale, “StatutaThaberna” dove nell’articolo 12 era specificato tutto quello che serviva per avere una birra fatta bene. Successivamente, a Ratisbona nel 1447, il medico cittadino fu incaricato dalla popolazione locale di controllare regolarmente la qualità della birra e degli ingredienti utilizzati. Dopo varie esperienze negative, fu pubblicato l’ordinamento birraio nel 1453.

 

Nel frattempo in Baviera

Già dal 1363 anche gli abitanti di Monaco si preoccupavano della qualità della birra. Affidarono a dodici membri del consiglio cittadino il compito di sorvegliarne la produzione. Nel 1447 pretesero espressamente che i produttori di birra utilizzassero solo orzo, luppolo e acqua “…qualunque aggiunta o sottrazione è da considerarsi errata”.

Il 30 novembre del 1487, duca Alberto IV confermò la richiesta del consiglio cittadino di Monaco, egli aveva notato che il mercato della birra nel nord della Germania fioriva, soprattutto perché le corporazioni si preoccupavano che fosse prodotta solo birra di qualità.

Poco più tardi, nel 1493, succedette suo cugino, il duca Giorgio, detto il Ricco.Egli emanò questa disposizione per tutto il ducato di Baviera-Landshut, ovvero la regione centrale dell’antica Baviera: “I produttori di birra e non solo, devono usare esclusivamente malto, luppolo e acqua. Sia gli stessi produttori, sia coloro che la vendono e non solo, non devono aggiungerci nulla se non vogliono rischiare la vita e i loro beni”. L’osservanza di tutte queste disposizioni era controllata dagli ispettori preposti, facevano regolarmente visita ai produttori per controllare e provare la Birra. Anche loro stessi sottostavano a norme ferree e dovevano effettuare al massimo sei esami al giorno. Inoltre, durante i giorni delle ispezioni, non dovevano mangiare pietanze che potessero inibire le papille gustative, né bere vino e fumare (a qualcuno ricorda qualcosa?). Le disposizioni ed i controlli servirono a migliorare costantemente la qualità della Birra. Questo sviluppo positivo è anche da ricondurre al 23 aprile 1516 quando, a Ingolstadt, nel consiglio degli stati provinciali, al consesso di nobili locali e cavalieri, il duca Guglielmo IV emanò la legge sulla “genuinità della birra” a cui dovevano attenersi tutti i produttori bavaresi. Se, fino ad allora, erano stati i tedeschi del nord ad essere i migliori, in virtù del loro rigido statuto corporativo e della qualità della loro Birra, ora non era più così. La Baviera recuperò velocemente il primato del diritto in materia di Birra e di produzione della Germania meridionale. Bisogna dire che in questo periodo la Birra in Germania era regolata da due diversi ordinamenti giuridici:

Nel nord durante il medioevo, la Birra era considerata come “bevanda dei cittadini” ed era regolata dal diritto civico che si sviluppò nelle città e che con successo difese i cittadini contro i nobili e il clero. Per questo motivo in quest’area la Birra, e le relative disposizioni, erano innanzitutto questioni che riguardavano l’amministrazione cittadina e delle corporazioni. Nel sud, invece, i signori esercitarono un’influenza diretta su tutte le disposizioni che riguardavano la Birra. Questo ebbe un effetto particolarmente positivo nel caso della legge sulla genuinità della birra, poiché entrò in vigore immediatamente e interessò tutta la Baviera. Quest’ordinanza non tenne conto delle questioni fiscali. Un’imposta sulla Birra locale sarà introdotta molto tempo più tardi, precisamente nel 1572. Questa dura legge fissò invece, standard qualitativi vincolanti in tutta la Baviera e da quel momento in poi, mise un freno alla contraffazione e alla tendenza ad annacquare la Birra. La legge bavarese sulla genuinità della birra fu pian piano accolta con favore e applicata in tutta la Germania, nonostante non fosse facile da adottare. Nonostante tutti fossero d’accordo con la legge bavarese, per svariati motivi, non la si seguiva dappertutto in maniera così puntuale.

La “legge di purezza” sulla birra, in realtà, era solo una parte di un documento sulla salute di circa 90 pagine, ovvero il “Landesordnung” (ordinamento del paese), dove al suo interno esistevano regole che avrebbero dovuto essere seguite e rispettate in tutta la Baviera (es: non eccedere nelle bevute), fondamentalmente era una sorta di leggi odierne per la tutela ed il comportamento del consumatore. Sicuramente il Reinheitsgebot, è certamente l’editto sulla birra più famoso e citato al mondo, e nonostante non fosse stato il primo come molti pensano, cercheremo di fare alcune considerazioni sul perché, quello emanato da Guglielmo IV, ebbe ed ha tutt’oggi, una così ampia rilevanza, tanto da farlo arrivare (non a livello legislativo), ai giorni nostri. Perché a parte l’indiscussa importanza storica del personaggio, ci sono da fare alcune osservazioni tecniche e politiche, che cambiarono le abitudini Bavaresi, e non solo, sul consumo della Birra.

 

L’editto quando parla di orzo, si riferisce sicuramente a quello maltato, mentre non menziona il frumento (maltato), ed inoltre in esso veniva considerato un lasso temporale per lo STOP della produzione di Birra che andava da San Giorgio (23 aprile) a San Michele (29 settembre). Questi due principi, apparentemente di bassa rilevanza, in verità contenevano al loro interno i veri motivi, del perché l’editto fu seguito ed applicato anche dai regnanti Bavaresi successivi a Guglielmo IV. All’epoca in baviera era già diffusa la birra a bassa fermentazione (menzionata in un documento ufficiale nel 1420), in cui la Birra veniva prodotta con l’utilizzo del solo orzo maltato, e necessitava di basse temperature invernali (Carl Linde arrivò solo nel 1871), ed aveva un costo superiore. Ma altresì, si produceva una Birra ad alta fermentazione, fatta con il fumento maltato(Weisse-bianca, importata dalla Boemia nel 1480) prodotta tutto l’anno, e di costo decisamente inferiore per la popolazione. Tutto ciò portò a due cose: una fu quella di migliorare la qualità delle birre e di conseguenza della salute pubblica, mentre la seconda favorì notevolmente gli interessi economici del Duca, visto che la produzione delle birre di frumento era concessa a pochi birrai, e dal 1602 solamente alla corte reale.

— I Duchi di Wittelsbach furono nominati nel 1180, feudatari della Baviera dal “Sacro Romano Imperatore Federico I Barbarossa”. Nel 1511 rimasto orfano Guglielmo IV fu insignito del titolo Ducale, mentre il fratello Enrico X, seguì una vita più artistica (la sua residenza di Landshut, è chiaramente ispirata all’architettura Italiana, e fu il primo esempio in Germania di palazzo rinascimentale). Ma, i due fratelli, furono aiutati da Leonhard von Eck, un giureconsulto formatosi all’università di Bologna e Siena, che oltre a riuscire nell’intento, di respingere le teorie di Martin Lutero e far rimanere la Baviera alla Chiesa di Roma; fu anche fautore delle basi che portarono i futuri successori della dinastia di Wittelsbach fino al 1918 —

 

Fu il feudatario Hans IV von Degenberg, ricco proprietario di varie fabbriche ad ottenere per primo da Guglielmo IV, la concessione di produrre in esclusiva le birre di frumento per la Baviera nord-orientale. Alla morte dell’ultimo erede dei Von Degenberg, tale diritto fu rivendicato dal duca Massimiliano I di Wittelsbach (1603), assicurandosi così sempre maggiori guadagni con quelle birre che solo lui poteva far produrre e che non erano soggette ad inacidimento nei mesi più caldi dell’anno. Tale diritto si espanse in Baviera e nelle sue Hofbrauhaus (birreria di corte), fino a quando nel 1798, Napoleone mise fine a tali privilegi per la casa reale. Infine Re Ludovico II nel 1860 decise di convertire in Lager la produzione delle sue Hofbrauhaus e cedette la sua licenza al proprio mastro birraio, un certo Georg Schneider, con l’unico obbligo di produrre la weissbier altrove.

La storia della legge di purezza in Baviera e nella stessa Germania, non fu sempre rigorosamente applicata, nel 1616 fu ammesso per un periodo l’utilizzo del ginepro, cumino e sale, e così via. D’altronde la parola Reinheitsgebot venne usata principalmente per pubblicizzare un certo modo di fare birra e come segno d’appartenenza, poiché la parola stessa comparve per la prima volta in maniera ufficiale solo il 4 marzo del 1918, in un verbale del Parlamento Bavarese. Come detto per quanto riguarda il Nord della Germania, tradizionalmente un po’ anti-bavarese, la legge sulla purezza venne applicata solo dal 1906 su birre a bassa fermentazione, ma non per quelle esportate oltre confine. Un esempio singolare in tutto questo fu sicuramente, quello della Grecia dove, durante il breve regno di Ottone di Wittelsbach insediatosi ad Atene dopo il “Trattato di Costantinopoli (1832)”, il bavarese Karl Fuchs fondò una fabbrica di birra che, ovviamente, avrebbe seguito rigorosamente il Reinheitsgebot tanto da farlo inserire nella legislazione Greca. Purtroppo questo imbrigliamento legislativo portò ad importare nel paese Ellenico, qualsiasi prodotto con qualsiasi succedaneo o additivo proibito nel resto d’Europa, fino al 12 marzo 1987 quando la Corte Europea stabilì nuove direttive per la salute pubblica.

Nel 1992 con la “Costituzione Europea” l’editto cessò di avere quella valenza portata avanti per ben 476 anni, poiché con l’unificazione vennero sanciti nuovi principi per l’Import/Export dei prodotti birrai.

 

 

Alcuni Editti Italiani

Nel 1835 il Duca di Lucca, Carlo Lodovico di Borbone, stabilì un Gabella (Diritto tributario francese sul consumo e scambio di merci), che accordava al “sig. Felice Francesconi la privativa, pere anni dodici, della fabbricazione della birra in tutta l’estensione del nostro Ducato” inoltre stabiliva che tale produzione doveva essere supervisionata da un Mastro Birraio proveniente dalla Germania, e che il sig. Francesconi avrebbe dovuto provvedere al suo vitto, al suo alloggio e alle relative spese di viaggio.

Successivamente nel 1843 l’Imperial Regio Governo di Milano, emise una circolare che per ottenere la licenza per la fabbricazione della birra, dove le due condizioni essenziali erano che:

  1. Indicare la persona cui il ricorrente intenderà affidare la direzione del divisato stabilimento, quando questi non sia lo stesso proprietario. Il Direttore sì nell’uno che nell’altro caso dovrà essere fornite delle necessarie cognizioni teorico-pratiche, al quale effetto verranno da lui presentati i certificati degli studi fatti, e della pratica esercitata presso altra fabbrica di birra della Monarchia, sia all’estero.
  2. Dovranno essere nell’istanza precisate le sostanze delle quali il ricorrente intenderà valersi per la composizione della Birra, con l’indicazione pur anco delle dosi di esse sostanze che entreranno per la fabbricazione di un quintale metrico della Birra medesima, e del metodo che s’intenderà di seguire tanto nella preparazione delle sostanze, cioè sino al momento di essere posta in vendita ad uso di bevanda.

Altre direttive di allora davano precise indicazioni del tipo che era, “proibito mettere in vendita birra torbida, e quella specialmente che non abbia avuto il tempo di fare il necessario deposito o sedimento, questo intervallo non potrà mai essere minore di dieci giorni dal momento in cui la birra sarà levata dal tino di fermentazione”.

Dopo l’unità d’Italia, la prima legge sulla birra è del 3 giugno 1864, che fissava la gradazione minima a 10° gradi saccarometrici e 16° come massimo. Da lì in poi si susseguirono diversi leggi emanate dai vari governi sino al 7 luglio 1999 quando, nella dichiarazione degli “industriali italiani di Birra e Malto”, si specificava la purezza sia per la Birra, sia per i suoi ingredienti, in modo da tutelare sempre il consumatore finale.

Per la gioia di tutti, mi fermerò al 2000, poiché negli ultimi vent’anni le norme si sono moltiplicate, insieme all’aumentare dei birrifici artigianali. Fortunatamente, anche a livello Europeo, si è pensato ad un cambiamento della legislazione e della tassazione, in merito alla produzione di Birra.

Comunque per tornare sulla patente a punti, in Belgio se ti fermano con 0,8……

 

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Andrea Ceretti
Info autore

Andrea Ceretti

Sono nato a Biella il primo giorno di primavera, del 1971 (anche se negli anni settanta era ancora l’ultimo d’inverno).
Probabilmente da piccolo (e già qui), in un giorno qualsiasi durante il catechismo, nel momento stesso in cui il prete raccontava di quando Gesù Cristo, seduto accanto al pozzo di Giacobbe, all’ora sesta, appena vide la donna di Samaria gli disse:” Dammi da bere”, lì per lì restai sicuramente colpito da quella citazione, poiché, fin da metà degli anni novanta iniziai a portarla in giro con me per il mondo, modificandola con un bel “Please, give me a Beer”; perché, a meno che voi non siate il nuovo messia, iniziare gentilmente una frase, funziona anche nel più sperduto e malfamato bar di Caracas.
Appassionato di Birra,cavalli, musica ed un’altra cosa che ora mi sfugge, ma capita a volte di averla proprio sulla punta della lingua. Mi piacerebbe poter pensare ad un giorno in cui,questo piccolo “Pianeta Birra”,fosse sempre più libero da mercanti di pillole per la sete, e con più rose felici e contente di farne parte, senza troppi protagonismi o inutili dispute su chi sia la più bella o la più buona.
Inoltre,in questi anni, ho maturato la convinzione che solo una buona cultura birraria, potrà permettere a quel “Piccolo Principe” che c’è in ognuno di noi, di poter realizzare almeno in parte, il proprio sogno. Tutto in quel semplice e fugace battito di ciglia, mentre abbassando gli occhi, ci portiamo alla bocca un buon bicchiere di Birra, riconciliandoci l’anima….Qualsiasi essa sia.

Con il mutare dei tempi, è cambiato anche il modo di “bere” la Birra.
Si va così affermando la tendenza alla degustazione, più che al consumo.
Dal primo libro, su cui inizia a studiare. Michael Jackson Beer – 8 ottobre1998