Numero 37/2023

12 Settembre 2023

Brassofilia viatoria: The London Beer Mile

Brassofilia viatoria: The London Beer Mile

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La straordinaria offerta turistica della capitale inglese da qualche anno a questa parte può vantare una nuova intrigante attrazione, quanto meno per i più accaniti brassofili. Chiunque nutra un qualche interesse per la birra e si trovi a Londra, dovrà infatti necessariamente trovare il tempo per mettere alla prova la crescente fama del London Beer Mile. Il quartiere di Bermondsey (per questo il miglio è anche detto Bermondsey Beer Mile), a sud-est della grande ansa del Tamigi, già da tempo ha cominciato ad attrarre un’eterogena e colorata congerie di piccole ed originali iniziative commerciali. In linea con il consueto irresistibile dinamismo londinese, dove ogni spazio vacante o appena sottoutilizzato viene rapidamente messo al servizio del famelico mercato immobiliare locale, questa area ha attratto e concentrato spontaneamente un numero crescente di taproom riferibili ad altrettanti microbirrifici locali.

 

Ciascuna attività occupa, secondo i casi, uno o più dei numerosi archi che sorreggono la più antica linea ferroviaria sospesa del mondo (la allora London-Greenwich Railway del 1836), quella che da London Bridge Station riaffiora in superficie nel quartiere di Southwark. Un modo decisamente creativo – quanto spontaneo – per valorizzare un quartiere prima alquanto anonimo del panorama cittadino. Una forma di rigenerazione urbana davvero interessante, partita dal basso, dalle piccole aziende brassicole (ma anche altre con interessi merceologici differenti) alla ricerca di uno spazio di vendita diretta al consumatore finale, quella che promette maggiori margini al produttore, abbattendo drasticamente ogni costosa intermediazione.

 

Tutto è iniziato poco distante, nel lontano 1997, in quella che oggi è una delle grandi attrazioni londinesi, Borough Market. Il vecchio mercato ortofrutticolo, già da tempo attraversava una crisi apparentemente irreversibile, quando la Monmouth Coffee e la Neal’s Yard Dairy decisero di affittare degli spazi nel mercato per installarci le rispettive produzioni. I passanti cominciarono a chiedere di acquistare il caffè, costringendo l’azienda alla graduale trasformazione in rivendita diretta. Man mano che altre iniziative food & drink si concentravano nel market, contribuendo a costruire l’incredibile fenomeno socio-economico odierno, i prezzi del paraggio cominciarono ad aumentare sensibilmente, per cui nuovi e più abbordabili spazi – ben situati, cool ed economici – furono individuati in Druid Street, poco lontano. Uno dei dipendenti della Neal’s Yard Dairy, durante un lungo viaggio d’affari a New York sviluppò uno spiccato interesse per la birra e l’homebrewing, passione che continuò a coltivare una volta tornato a Londra. Al momento di convertire la produzione brassicola in un progetto professionale, il numero 98 di Druid Street sembrò la scelta migliore. Nasceva così, nel 2009, The Kernel, l’antesignano di un trend che avrebbe cambiato il volto del quartiere. Infatti, gli archi si aprivano dall’altro lato su Maltby Street, offrendo interessanti prospettive, prima informali poi regolamentate, di vendita diretta. Così Bermonsday, offrendo varie strade oltre quelle citate, da oscuro quartiere residenziale senza troppe pretese, si apprestava a diventare una delle maggiori attrazioni brassicole della capitale inglese, proprio grazie alla grande e sottovalutata risorsa costituita dagli archi della ferrovia. Non ci è voluto molto che gli archi diventassero il catalizzatore di svariate ulteriori iniziative produttive e commerciali a tema brassicolo e non.

 

 

Il giorno della settimana più adatto per sperimentare l’intrigante pellegrinaggio brassicolo lungo l’odierno London Beer Mile è senz’altro il sabato, ma ormai anche in altri giorni della settimana è possibile godere di questa inusuale concentrazione brassicola. Nondimeno il sabato, già nella tarda mattinata, è possibile iniziare a sorseggiare le produzioni di numerosi microbirrifici che animano il panorama craft della capitale inglese. Il dilemma del viaggiatore brassicolo è semmai quanto tempo dedicare al beer mile, in una città come Londra dove le attrazioni, anche brassicole, certo non mancano. D’altro canto bisogna essere consapevoli che è fisiologicamente impossibile sperimentare ogni singola produzione disponibile lungo il beer mile in un’unica, per quanto intensa, sessione. Quello che è invece possibile, e che noi ci siamo impegnati strenuamente a fare, nell’ambito di un’intera giornata completamente dedicata, è percorrere gran parte del mile, assaggiare un congruo numero di birre (e sidri) in base ai nostri gusti personali ed al feeling del momento.

 

È certamente difficile costruire una graduatoria, per quanto soggettiva, senza aver provato personalmente tutto o almeno gran parte del disponibile. Nondimeno, le taproom che hanno lasciato complessivamente (quindi comprendendo non soltanto varietà e qualità delle birre, ma anche originalità dell’allestimento, atmosfera del locale, gentilezza e disponibilità del personale, etc.) un segno più profondo nel mio ricordo della giornata miliare, ritengo siano The Kernel e The Barrel Project. Il primo birrificio, oltre ad avere il merito di aver tenuto a battesimo il mile, si presenta come un attendibile custode della grande eredità brassicola inglese, affiancando all’apprezzata ortodossia una contestuale capacità di rinnovare ed aggiornare la tradizione. Il secondo, ha nell’allestimento dominato dalle potenti rastrelliere cariche di foeders, un punto di forza imbattibile, capace da solo di creare un’atmosfera parecchio suggestiva. Le sbalorditive sour fanno il resto. Al lato opposto di questa ipotetica, incompleta e personalissima classifica, troviamo senz’altro The Hive, alla cui scortesia del personale addetto alla mescita va aggiunta la sciatteria del locale ed un indubbio potenziale brassicolo irreversibilmente contaminato, quando non addirittura invaso, dalla stucchevole presenza del miele. Peccato che la Old Ale di Moor non fosse disponibile draft ma solo in lattina. Insomma, a ben guardare non è che manchino alcune criticità. E a proposito di sciatteria, anche a costo di apparire un po’ snob, va sottolineato che, abituati agli standard sanitari ed agli allestimenti italiani, risulta difficile credere che diversi di questi antri brassicoli avrebbero passato l’ispezione di una qualsiasi ASL italiana. Insomma, se è normale che non ci si aspetti eccessivi comfort, nessuno immagini di trovare straordinarie dimostrazioni di ordine e bellezza in queste taproom che, il più delle volte, sembrano veramente piuttosto raffazzonate. Forse, parte del fascino di questi archi risiede proprio in questa diffusa architettura spontanea vagamente post-industriale, il resto del successo è evidentemente affidato alla mescita.

 

Se ancora non sembra granché frequentato dal turismo di massa, il beer mile, come era certamente prevedibile, vanta un pubblico prevalentemente maschile. In gruppi da due a dieci, il pubblico maschile si sposta da una taproom all’altra, in una sorta di nomadismo brassicolo, che non di rado si conclude in quella terra di nessuno tra goliardia ed esagerazione. Le ragazze sono generalmente poche ed in gruppi misti generalmente più stanziali dei gruppi esclusivamente maschili. Pochi i gruppi di sole donne. Un elemento che forse si è andato stemperando nel tempo, da qualche parte lungo la decennale transizione da fenomeno di nicchia a grande attrattore locale, è l’interazione consumatore-produzione. Mentre in Italia la birra artigianale stenta a decollare seriamente anche per un evidente problema di ignoranza del consumatore, e quindi necessita di essere continuamente ed attivamente promossa dal publican, lungo il mile appare abbastanza evidente come agli avventori inglesi risultino familiari «per tradizione» gran parte degli stili disponibili. L’interazione tra clienti e addetti alle taproom quindi, complici anche le file che spesso si formano alle casse, si limitano all’ordinazione, alla spillatura ed al pagamento (rigorosamente contactless per accelerare i tempi). Se vi aspettate quindi di chiacchierare amabilmente con il birraio o di acquisire qualche informazione tecnica sugli stili serviti, le probabilità sono davvero poche. Una simpatica possibilità è invece la proposta di Mash Paddle Brewery, la quale offre ai clienti l’opportunità di brassare, anche senza alcuna precedente esperienza, la propria birra (50 lattine) per l’abbordabile cifra di 195 sterline. Bella idea, sebbene ovviamente destinata solo agli estimatori brassicoli locali.

 

Insomma, volevo vedere con i miei occhi. E ho visto. E mentre sorseggiavo la mia impareggiabile Double Dry Hopped Sour Saison MFS Kohatu (la nr. 8 di The Barrel Project) ho provato ad osservare col necessario distacco questo singolare esperimento socio-industrial-commerciale in terra di Albione, e non ho potuto fare a meno di chiedermi se il movimento italiano della birra artigianale potesse imparare qualcosa da questa esperienza inglese. Capacità di fare squadra (se non proprio di aggregazione), grande varietà di stili e loro interpretazioni, personalità spiccata delle produzioni ed infine… territorio, territorio e territorio. In un mondo di strenui individualisti, questi birrifici, pur preservando una propria riconoscibile identità, hanno trovato utile aggregarsi nel medesimo luogo, offrendo al visitatore ben più della semplice somma dei singoli esercizi. Quello che sembra emergere da questo coacervo di attività brassicole è infatti un nuovo consapevole mood verso la craft beer. Ed è proprio qui, tra questi archi coperti dalla patina del tempo, che si registra forse il più autentico e clamoroso successo mai conseguito dalla rivoluzione CAMRA, il mitico movimento Campaign for Real Ale, che ormai dagli anni ’70 del secolo scorso, opera instancabilmente per promuovere la produzione brassicola più autenticamente britannica. E quanti intendessero approfondire la conoscenza del panorama brassicolo londinese, Beer Mile incluso ovviamente, non potrà fare a meno di consultare la London’s Best Beer, Pubs & Bars di Des De Moor, giunta ormai alla terza edizione. La guida al turismo brassicolo per antonomasia in quanto a qualità, quantità e razionale organizzazione delle informazioni testuali e grafiche (fotografie, mappe, etc.) fornite. Uno standard al quale chiunque intendesse avventurarsi nella scrittura di un volume sul turismo birrario farebbe bene ad ispirarsi.

 

Attraversando le strade di Londra a più riprese nel corso degli anni si può comprendere quanto difficile possa essere formulare delle pur timide previsioni sul futuro della capitale inglese e dei suoi vari distretti. Imprevedibilità a parte, c’è comunque da scommettere che il London Beer Mile, come in parte si sta già verificando, sia destinato ad andare incontro all’ennesima trasformazione, per diventare un compiuto fenomeno di costume, capace di intercettare non solo l’apprezzamento di un pubblico di appassionati, ma anche aprirsi a nuove e più vaste utenze, andando così ad addizionarsi stabilmente (questo termine, trattandosi di Londra, va sempre usato con parsimonia!) alle numerose attrazioni che fanno di Londra una meta privilegiata del turismo mondiale. E quando puoi contare su un pubblico potenziale di circa 11 milioni di residenti, ai quali annualmente si aggiungono circa 21 milioni di turisti, è evidente che possa sempre accadere di tutto, forse perfino che queste spartane arcate ferroviarie, investendoci il necessario, siano trasformate in locali più accoglienti, arredati con gusto e capaci di creare l’atmosfera più idonea a godere delle migliori produzioni brassicole craft Made in UK. Cheers!

 

 

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Giuseppe Caruso
Info autore

Giuseppe Caruso

Docente di Botanica Forestale presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria, nonché insegnante di Scienze Naturali e Biotecnologie Agrarie presso l’Istituto Tecnico Agrario “Vittorio Emanuele II” di Catanzaro, botanico (consulente scientifico per enti pubblici, privati, professionisti), disegnatore botanico, beerlover, beer sommelier.
Diploma di Perito Agrario presso l’Istituto Tecnico Agrario “Vittorio Emanuele II” di Catanzaro, Laurea in Scienze Agrarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, Dottorato di Ricerca in Botanica Ambientale ed Applicata presso l’Università Politecnica delle Marche di Ancona.
Membro di diverse associazioni scientifiche: Organization for Phyto-Taxonomic Investigation of the Mediterranean Area, Società Botanica Italiana, Società Italiana di Scienze della Vegetazione, Società Italiana di Biogeografia, Society for Economic Botany, International Biogeography Society.
Pubblicate numerose ricerche scientifiche sulla flora dell’Italia Meridionale nei campi della tassonomia vegetale, floristica, vegetazione, conservazione, museologia, didattica e divulgazione scientifica. Principali interessi scientifici: ricerca botanica (tassonomia vegetale, floristica, vegetazione), analisi fitogeografico-vegetazionale (metodo fitosociologico e geosinfitosociologico dinamico-catenale), ecologia vegetale, conservazione e valorizzazione delle risorse naturali, recupero aree degradate e gestione verde urbano, sentieristica naturalistica, analisi/planning dei processi formativi, outdoor environmental education.
Libri pubblicati: Guida al riconoscimento di alberi, arbusti, cespugli e liane del PN della Sila (PN Sila, 2011), Andar per piante tra terra e mare – Escursioni botaniche sulle coste della Calabria (Koeltz Scientific Books, 2015). Nell’ultimo libro, La Botanica della Birra (Slow Food Editore, 2019), frutto di un lunghissimo lavoro di documentazione, unisce due grandi passioni, la botanica e la birra, raccontando con rigore scientifico le proprietà brassicole di oltre 500 specie vegetali impiegate nel brassaggio. Lo stesso libro è stato tradotto in inglese e pubblicato nel 2022 come The Botany of Beer dalla Columbia University Press (New York, US).