Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 34/2017

26 agosto 2017

I Contrabbandieri di Birra: Capitolo 45

I Contrabbandieri di Birra: Capitolo 45


 

I boschi Piemontesi divenivano sempre più fitti.

Le strade, anche quelle bianche, cedettero presto il passo a vie ben più impervie.

Semplici mulattiere, estremamente ripide conducevano il gruppo più in su, lungo i pendii delle montagne.

La vegetazione, fitta ed intrecciata, non lasciava che Giuseppe potesse scrutare l’orizzonte, in modo da capire su quale vetta si stavano dirigendo.

A mano a mano che salivano, perfino le mulattiere scomparvero e, al loro posto, solo scoscesi pendii naturali, specie di terrazzamenti creati da Madre Natura stessa.

Per salire su di essi, le persone che componevano quello sparuto gruppetto dovevano passarsi vicendevolmente le armi da fuoco ed inerpicarsi, appendendosi con entrambe le mani a rami e ad arbusti.

Più volte la madre dei ragazzi scivolò.

Forti del vigore della loro giovinezza, i ragazzi sorressero la donna per tutte le volte.

Lei, lo sapeva, li rallentava.

Gli uomini che Giuseppe aveva salvato, si voltarono ad un certo punto, stizziti dalla cosa.

La sola occhiataccia che i ragazzi gli lanciarono, convinse i partigiani a tollerare quel rallentamento.

La marcia fu lunga ed estenuante.

La vegetazione del sottobosco aveva ormai lacerato e macchiato i vestiti di tutti.

I rovi dalle spine taglienti stavano dilaniando le carni.

«Un… un attimo, per favore!» fu la richiesta della mamma dei giovani che, subito, si fermarono ed aiutarono la donna a sedersi su di un masso piatto.

«Ragazzi, non abbiamo tempo!»

«Cinque minuti, non vedi che nostra madre è stanca?» fu Giuseppe, stanco anche lui, a proteggere gli interessi della donna.

«Lo capisco, anche io non sono riposato… ma i Fascisti ci seguono…»

«E tu credi che siano in grado di vederci attraverso questo fogliame?»

«E’ la guerra, ragazzo mio! Credi che quei porci non abbiano i mezzi per…»

«Cinque minuti, che cosa ti costano?»

«Forse nulla, forse la vita!»

«La stessa vita che IO vi ho salvato. Quindi riposeremo cinque minuti, va bene?» Giuseppe aveva usato l’arma del ricatto morale, questo era vero…

Ma non vi era nessun’altra soluzione non violenta per giungere ad una fine di quella discussione.

«Cinque minuti, non di più. E noi quattro ci disporremo a quadrato, in modo da vigilare in tutte le direzioni. Solo lei riposerà, chiaro?»

«Sta bene!»

I cinque minuti trascorsero.

In silenzio.

Un silenzio quasi tombale.

Un silenzio gonfio di tensione, quasi di ira.

Quasi allo scadere del tempo concordato, Giuseppe, tendendo le orecchie ed acuendo il più possibile il proprio senso dell’udito, percepì dei suoni provenire da lontano.

Dapprima un sospetto.

Pochi istanti…

Poi, tutti furono consci di quello che il giovane aveva percepito per primo.

«Cosa diavolo…» si chiese Pietro.

«Merda… latrati…» esclamò sottovoce il più anziano dei partigiani.

«Lupi in lontananza?» chiese Pietro.

«Peggio… molto peggio!»

«Cosa?»

Fu Giuseppe a rispondere:

«Queste sono le Camice Nere con i cani… quei figli di puttana ci stanno braccando!»

«Com’è possibile che si siano organizzati così in fretta?» chiese Pietro.

«Non conosci i Fascisti e le loro risorse… Diavolo! Avranno portato i cani a casa vostra ed avranno prelevato dei vostri oggetti perché loro potessero seguire il vostro odore!»

«Ma sono ore che camminiamo… come hanno fatto a…»

«Hanno le macchine e le camionette militari! Hanno recuperato tutto il vantaggio che avevamo! Forza!»

«Come faremo a scappare?»

«Forza! In piedi donna! E quanto è vero Gesù Cristo, vedi di mettere le ali ai piedi, perché non mi farò catturare per la tua lentezza!»

«Ehi!»

«Sta zitto, ragazzo! Pensiamo a correre! Se mai ci raggiungessero, fate in modo che non vi catturino vivi! È un consiglio! Meglio la morte delle torture  che quei figli di cagna potrebbero infliggerci!»

«Dove andiamo?»

«Veloci! C’è un fiume a meno di venti minuti di marcia! Lo percorreremo per un tratto e poi lo guaderemo! Faremo perdere le nostre tracce!»

Il gruppo iniziò a correre.

Saltellavano da una zolla di terra all’altra, da un pendio ad un altro, da una pietra ad un masso sporgente con la stessa agilità di uno stambecco.

La paura della morte e delle torture, fece sì che l’adrenalina li rendesse degli abili corridori di montagna.

Tutti stettero al passo, perfino la madre dei giovani.

D’un tratto il rumore dei latrati dei cani, sempre più forti e vicini, venne annichilito da un altro suono, regolare e fragoroso: quello delle acque del fiume di montagna, scivoloso ed abbastanza veloce, nel suo incedere verso valle.

Il gruppo cominciò a correre nel letto del fiume; la stagione della secca non era ancora conclusa e l’acqua arrivava loro alle caviglie o poco più.

Percorsero diverse centinaia di metri, sempre agili come bestie di montagna, guadando gradualmente le acque poco profonde, finchè non furono sull’altra sponda del corso d’acqua.

D’un tratto uno stormo di uccelli passò sopra alle loro teste, il volo quasi radente.

Fu un attimo, solo un attimo e tutti udirono un suono, come una specie di tuono.

«Merda… sparano! Sono più vicini di quanto pensassi! Nella boscaglia, presto!»

I cuori che pompavano sangue in modo esagerato, Pietro credeva di essere sul punto di morire.

Una mano lo prese e lo atterrò.

Era Giuseppe che, afferrandolo, lo aveva portato a terra, in mezzo a dei rovi.

Tutti acquattati, le armi in pugno.

«Ragazzo» disse il partigiano giovane a Pietro «Non possiamo scappare. Ed anche se ci riuscissimo, rischieremmo di condurre i fascisti al nostro covo… dobbiamo sorprenderli! Io e te dovremo ammazzare i cani. Tuo fratello ed il mio socio si occuperanno dei Fasci!»

Giuseppe, senza dire niente a nessuno, lasciò il proprio nascondiglio e, agile come un gatto, si inerpicò su di un albero non molto alto, dalle branche basali grosse e solide che puntavano al cielo. Quella postazione sopraelevata gli avrebbe consentito una mira ed una gittata migliore ed il legno lo avrebbe protetto dai proiettili nemici.

I fascisti giunsero.

Erano dall’altro lato del letto del fiume. Erano visibili.

I cani correvano verso di loro.

La passeggiata in mezzo alle acque, troppo basse, evidentemente, non aveva fatto loro perdere le tracce.

Giuseppe vide sotto di sé Pietro che era irrequieto.

«Stai calmo, fratellino… ancora qualche metro… non sparare ora…» sussurrò tra i denti.

 

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.