Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 40/2017

4 ottobre 2017

Milano da bere (birra) – Nel segno del 27

Milano da bere (birra) – Nel segno del 27


 

Il 27, preso a sé stante, è semplicemente un numero dispari che segue il 26 e precede il 28. Se però andiamo un pochino a frugare tra le scartoffie della cultura pop, non può non tornarci alla mente la “leggenda” del cosiddetto Club 27.

Stiamo parlando di un’espressione giornalistica coniata per identificare una sorta di “maledizione” che ha coinvolto diversi personaggi, principalmente legati al mondo musicale, colti da morte improvvisa nel fiore dei loro anni (il ventisettesimo anno di età, per l’appunto). Tutto è partito con la scomparsa dello statunitense Robert Johnson , reo di “aver venduto la propria anima al diavolo per il blues”, per poi assumere i contorni della leggenda metropolitana con la dipartita di Jimi Hendrix, Janis Joplin e Jim Morrison (per poi proseguire con altri casi eccellenti ma più recenti, come ad esempio Kurt Cobain o Amy Winehouse). Al di là degli aspetti folkloristici, il Club 27 identifica una cultura musicale dal forte fascino e dall’immaginario fortemente ricco di spunti narrativi. Un fascino che ha travolto anche Andrea Pace, titolare del Beer Shop 27, locale milanese in zona Isola che coniuga una grande passione per le birre artigianali, con questo  mito dal fascino maledetto. Ecco la sua personale visione, raccolta dalla redazione del Giornale della Birra.

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Beer Shop 27, perché?

Onestamente è nata prima l’idea di aprire un locale dedicato alla birra e poi quella di legarlo al numero 27. Sono sempre stato un grande amante delle birre artigianali, specie di quelle italiane ed ho sempre apprezzato i locali dalla dimensione ridotta, dove il clima è familiare, dove inizi a parlare con il tipo del bancone e in breve tempo ti senti a casa. Un contesto di questo tipo ti permette di rilassarti, scherzare e magari gustarti con più attenzione e interesse la birra che hai deciso di bere. Ho quindi scelto di creare un locale dove in primis le persone potessero sentirsi “a casa”, dove si potesse parlare di birra oltre che berla. I posti disponibili non sono molti, ma ho puntato sul confort sia delle sedute che dei tavoli: ci si sta in pochi, ma ci si sta bene. Riprendendo invece il nome del locale, che si rispecchia nella scelta di avere esattamente 27 posti a sedere e di trasmettere principalmente musica legata a personaggi del Club 27, io ho sono rimasto sempre affascinato da questa leggenda e in particolar modo dal personaggio di Jim Morrison (che troverete puntualmente in una foto incorniciata all’interno del locale). Se poi penso al fatto che sono nato il 27 febbraio e che prima di aprire il locale mi ero sognato questo numero, allora non posso non pensare di avere un legame particolare con questa cifra.

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Perché un amante della birra artigianale dovrebbe scegliere di venire a berla proprio nel tuo locale?

Se devo essere sincero ho fatto una scelta precisa e poco politica: birre principalmente ad alta gradazione e tutte italiane. Onestamente non mi sono preoccupato troppo di offrire ogni singolo stile o di venire incontro ai gusti più svariati della clientela. Volevo omaggiare il Club dei 27 con delle birre che non scendessero a compromessi, dal carattere deciso, un po’ come i protagonisti di questa leggenda. Il fatto di scegliere poi prodotti italiani, è frutto della volontà di sostenere il nostro movimento brassicolo, che io ritengo di assoluto livello. Se sei un amante delle belgian strong, delle double ipa/apa, delle ambrate resinose, delle birre invernali, di quelle al miele e ti piace gustarle sulle note di un pezzo rock anni 60/70, magari lanciandoti in una partita di biliardino con i tuoi amici, beh il mio locale è quello che fa per te.

 

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Sostieni con forza la produzione artigianale italiana, ma a tuo avviso il pubblico nostrano è pronto per apprezzarne appieno il potenziale?

Sicuramente negli ultimi anni la cultura in materia di birra del pubblico italiano è cresciuta esponenzialmente e di pari passo l’apprezzamento delle birre artigianali nostrane, la cui evidenza risiede nel fatto che anche le grandi produzioni industriali stiano cercando di scimmiottarne le peculiarità diversificando fortemente i loro prodotti, anche se poi la resa rimane distanti anni luce dalla qualità espressa dal mondo artigianale. Detto ciò, il pubblico italiano è comunque parecchio in ritardo rispetto a quello di altre realtà europee (penso alla Germania, alla Gran Bretagna, ecc…) e internazionali, essendo da sempre principalmente legato alla tradizione vinicola. Ma sono convinto che pian piano ci arriveremo, anche perché sono sempre di più gli eventi sul territorio che stanno facendo conoscere con successo questo mondo al grande pubblico. La qualità del bere verrà apprezzata, fa parte del nostro dna.

Matteo Chiamenti
Info autore

Matteo Chiamenti

Giornalista pubblicista, classe 1984, nel corso degli anni scrive di principalmente di finanza per testate specializzate (Bluerating, Advisor, ProfessioneFinanza), pur dedicandosi parallelamente anche a collaborazioni nell’ambito dello sport, del cinema, dell’economia, della politica e dei videogiochi (Tuttomercatoweb e Milannews, il Cibicida, Tgcom, il Democratico, Ultimate Team Fifa Italia).

Nel tempo libero è polistrumentista (chitarra, tastiera, voce) per il gruppo di musica elettronica Noise Under Dreaming, con il quale si dedica alla composizione di colonne sonore per il cinema e le aziende.

Appassionato da sempre di enogastronomia, si infatua per il mondo delle birre artigianali scoprendole nel corso degli svariati “terzo tempo” fatti con la squadra di rugby dei Babbyons, nella quale gioca come centro.

Iscritto a Unionbirrai, nel 2017 svolge il corso di primo livello di degustazione birra.