Numero 05/2022

1 Febbraio 2022

Da Carpiano i luppoli, i malti e soprattutto le birre dell’Azienda Agricola La Bruciata!

Da Carpiano i luppoli, i malti e soprattutto le birre dell’Azienda Agricola La Bruciata!

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‘Tutti i nostri prodotti sono coltivati da noi sui nostri terreni seguendo il naturale andamento delle stagioni’. Questa scritta che appare sulla pagina Facebook dell’azienda agricola ben riassume lo spirito che guida Giordano, Daniele e Raffaele, i tre soci dell’agribirrificio La Bruciata. Il birrificio infatti punta tutto su materie prime realizzate ‘in casa’ e su una produzione ancora artigianale.
Produzione a cui a breve verrà affiancata anche una parte di somministrazione per offrire ai clienti non solo la birra, ma anche tutti gli altri prodotti realizzati nell’azienda agricola in un contesto, quello del Parco Agricolo Sud, che fa dimenticare il ‘caos’ della vicinissima Milano.
Giordano Manzoni, uno dei tre soci, ci ha accolti a Carpiano e intervistato da il ‘Giornale della Birra’ ci ha raccontato i primi passi del birrificio, le birre in produzione e i progetti futuri, tra cui spiccano l’apertura di una tap room nella cascina e, non appena le stagioni lo consentiranno, la cena nel luppoleto, evento che lo scorso settembre ha raccolto un successo straordinario.
Quando siete nati?
“L’Azienda Agricola La Bruciata in realtà nasce totalmente separata dall’idea delle birre. Ho comprato questa cascina perché la mia è una famiglia di agricoltori e abbiamo fatto questo investimento per passare da agricoltura intensiva ad un lato un po’ più agrituristico. Quindi, per diversificare l’investimento”.
Come è nata l’idea del birrificio?
“Con Daniele e Raffaele, due amici e compagni di rugby, abbiamo avuto l’idea di aprire un birrificio. L’idea in realtà è stata più loro che mia. Loro infatti avevano già in mente di aprirne uno, ma non avevano trovato lo stabile adeguato. Quando ci siamo trovati qua ci siamo subito resi conto che gli spazi potevano andare bene e abbiamo buttato giù l’idea”.
Come sono stati i primi passi della vostra attività?
“Quando ho comprato la cascina in realtà era un rudere; quindi era impossibile partire subito con il birrificio. Abbiamo fatto una serie di ristrutturazioni e la prima cosa che abbiamo fatto, senza avere ancora il birrificio, è stata un luppoleto. Daniele e Raffaele infatti durante un’edizione di Beer Attraction hanno conosciuto un vivaista e hanno fatto un ordine di 200 piante e nel frattempo abbiamo iniziato a mettere in piedi il birrificio. In realtà siamo partiti zoppi. Abbiamo iniziato infatti nel 2020 e abbiamo avuto la licenza delle dogane a metà dicembre. Abbiamo fatto la prima produzione e dopo poco è tornato il lockdown”.
Qual è stata la vostra prima birra?
Siamo partiti con la ‘Lamberale’, un’ambrata. Si tratta di un’alta fermentazione. Il nome è un tributo alla valle del Lambro, che è quella che caratterizza il paesaggio delle nostre zone”.
Dopo ‘Lamberale’ cosa avete prodotto?
“Dopo la ‘Lamberale’ abbiamo lanciato la ‘Balorda’, che è una Belgian Strong Ale da 8,5 gradi. E’ stata chiamata così perché sembra una Pils, ma poi i gradi si sentono tutti. In realtà è una birra decisamente beverina. Questa infatti è la nostra filosofia. L’abbiamo quindi chiamata Balorda perché è ingannevole. Avevamo poche aspettative su questa birra invece si è rivelata un successo. Essendo una birra ‘dolciastra’, se vogliamo dirlo volgarmente, è quella più accessibile a tutti perché la gente fa sempre un po’ fatica a ‘bere l’amaro’. Grazie ad un tenore alcolico ben nascosto siamo riusciti ad ottenere un buon prodotto. Resta, comunque, una birra ‘balorda’. Abbiamo avuto mille peripezie….insomma, tutta una serie di cose che hanno trovato conferma nel nome”.
Avete anche una Pils?
“Sì, dopo la ‘Balorda’ abbiamo prodotto una Pils, che è una German Pils da 5,2 gradi, molto beverina e molto buona. L’abbiamo chiamata ‘Fiena’ perché il suo colore paglierino ci ricordava il fieno. E’ stata la birra che quest’estate ci ha fatto fare i volumi più alti di vendita. Anche questa viene fatta con quasi interamente i nostri malti”.
Ormai per un birrificio è quasi un obbligo avere una Ipa in produzione. Voi l’avete?
“Sì, a settembre siamo usciti con una Ipa, che è una India Pale Ale un po’ anomala, secondo gli standard odierni, ma mantiene sempre uno stile beverino. Ha una luppolatura non eccessiva. Si fa bere volentieri e ha un bellissimo colore anche questa. E’ fatta con i nostri malti e con i nostri luppoli, anche se non interamente. Si chiama AmanIpa. L’idea era richiamare il fungo Amanita Falloide, che è il fungo famoso per le sua tossicità”.
Qual è stata la vostra ultima birra?
“L’ultima nata è la Stout, che si chiama ‘Twist’N’Stout’ perchè nel 2019 siamo stati colpiti da una tromba d’aria che ha demolito il tetto della stalla e ha colpito la casa, causando 400 mila euro di danni. Allora, per rievocare anche in maniera scaramantica quanto accaduto, abbiamo deciso di chiamarla così. E’ una dry stout con ovviamente delle note di liquirizia, caffè. E’ una birra molto beverina. Anche qui siamo alla prima cotta, ma del gusto siamo più che soddisfatti”.
Avete altre birre in cantiere?
“Adesso abbiamo in progetto una Golden Ale o comunque un’alta fermentazione chiara da poter mettere in bottiglia e ci piacerebbe fare una bitter. L’abbiamo in cantiere, ma non so quanto i nostri clienti sono pronti ad accoglierla. A noi piace molto, soprattutto a me e a Raffaele. Amiamo infatti gli stili inglesi”.
In cosa vi differenziate rispetto agli altri birrifici?
“La nostra peculiarità è che siamo un agribirrificio. Abbiamo tutto a chilometro zero: i nostri malti, che sono Pils e Pale Ale; i nostri luppoli che sono Cascade e Comet e infine la nostra acqua, che prendiamo dal pozzo. Ovviamente è tutta sotto analisi e super controllata. Abbiamo un impianto di osmosi che ci permettere di dedicare una linea di acqua per ogni tipo di birra. Facciamo tutto noi, dall’inizio alla fine, compreso l’imbottigliamento…tappiamo a mano, etichettiamo a mano. Siamo artigianali in tutto”.
Volete rimanere così o puntate ad ingrandirvi?
“Spero che riusciremo a fare un investimento e a meccanizzare queste ultime fasi perché sono pesanti. Piano piano quindi cresceremo. Abbiamo un impianto piccolo da 500 litri con dei fermentatori da mille, quindi lavoriamo sempre in doppia cotta. Abbiamo una cantina da 4.000 litri, che possiamo ampliare fino almeno a 8.000. Pero’ faremo tutto un passo per volta. Per ora in ogni caso lavoriamo così e va bene in questo modo”.
Quali altri progetti avete per il futuro?
 “Sicuramente faremo una tap room a breve. In estate cercheremo anche di fare somministrazione sul posto e ovviamente punteremo su qualche evento in più. Quest’anno abbiamo fatto solo un evento: la cena in luppoleto. E’ stata la prima ed è stata un successo esagerato. Sicuramente l’anno prossimo la riproporremo per più tempo e nei prossimi due anni cercheremo di aprire una parte ristorativa dove poter abbinare le birre agli altri prodotti che produciamo. Vorrei, comunque, puntare su qualcosa di ‘ruspante’…sicuramente fatta bene, ma non di certo un bistrot o un qualcosa troppo sofisticato”.

 

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Redazione Giornale della Birra
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