Numero 52/2019

24 Dicembre 2019

Il filo infinito, viaggio alle radici d’Europa e la birra dei Monaci

Il filo infinito, viaggio alle radici d’Europa e la birra dei Monaci

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Il Natale è alle porte ed è tempo di pensare che cosa regalare ai nostri cari, se siete ancora indecisi e non sapete cosa mettere sotto l’albero di amici e parenti, perché non scegliere di regalare una bel libro e una buona birra trappista?

Il libro che vi consiglio per le festività è “Il filo infinito, viaggio alle radici d’Europa”, di Paolo Rumiz edito da Feltrinelli. Il libro racconta l’opera dei monaci, discepoli di Benedetto da Norcia e la nascita dei monasteri e le abazie sparse in tutta l’Europa. LIBRO ACQUISTABILE SU AMAZON AL SEGUENTE LINK. Mentre lo si legge, si viene subito rapiti dalle atmosfere narrate con uno stile personale, ricco di riflessioni intime, sentimentali e poetiche.

 

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L’autore ci accompagna in un viaggio nella storia, tra passato e presente, nelle vite di questi uomini santi e dei loro monasteri che grazie alla forza della loro fede e l’efficacia del loro motto “ora et labora”, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono e alle brutalità. Essi edificarono abazie che divennero dei formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione, alle invasioni, alle guerre e riuscirono a salvare una cultura millenaria che senza di essi sarebbe andata perduta.

 

“Il cristianesimo conquistò il mondo anche col vino, e naturalmente con la birra. La quale non è affatto cosa del Nord. La storia è tutta diversa. La ricetta sbarca in Europa attraverso la Calabria grazie ai monaci copti d’Egitto, risale la Penisola dall’abbazia di San Francesco di Paola che ne aveva codificato la ricetta, segue la dorsale appenninica, inonda la Padania lasciando tracce di schiuma sui baffoni dei Longobardi, per poi valicare le Alpi e dissetare le masse carolingie a est e a ovest del Reno, diventare Oktoberfest tra i tedeschi, dar vita in Germania – guarda un po’ – al marchio Franziskaner e Paulaner, e dilagare verso il Belgio, dove raggiungerà il top nel mondo cistercense e in quello trappista, nati per gemmazione dalla pianta benedettina. Cammino leggendario di enzimi e di fede, dal Nilo ai mari del Nord”.

Le birre trappiste e i processi con cui vengono brassate sono mutati notevolmente dall’inizio del ventesimo secolo, ma la filosofia produttiva dei monaci è ancora la stessa dei tempi di san Benedetto.

A Westvleteren ha sede l’international Trappist Association che riunisce attualmente venti abbazie di monaci e monache dell’ordine cistercense della stretta osservanza.

Il logo che trovate in etichetta con la scritta Authentic Trappist product è concesso dalla stessa associazione e certifica che la produzione avviene all’interno di un monastero trappista, sotto la supervisione dei monaci e gli utili sono destinati al sostentamento della comunità monastica e alla beneficenza.

 

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“La vedi solo all’ultimo momento l’abbazia di Orval, appartata nel folto della foresta delle Ardenne. È una cittadella murata, da cui spuntano tetti a scandole argentate e camini che sfiatano fumo bianco, profumato di birra. Un mondo chiuso dove ronza, come in un alveare, la vita operosa dei trappisti, noti come cistercensi di stretta osservanza. Come dire dei super-super-benedettini”. Manca poco alla cena e facciamo appena in tempo a mollare i bagagli che già la manona del “frère hôtelier” ci spinge energicamente verso il resto del gregge. Una cinquantina di persone – tantissime rispetto ai monasteri visitati finora – sono già radunate in una sala con quattro lunghi tavoli fratini apparecchiati e aspettano l’ordine di sedersi mentre un altoparlante diffonde musica rinascimentale inglese. Pellegrini belgi, francesi, tedeschi. Facce antiche, da “matrimonio di contadini” di Pieter Bruegel. Davanti a ogni piatto, una bottiglia da un terzo di fresca birra ambrata fabbricata dai monaci, col caratteristico, robusto bicchiere a coppa deposto con cura eucaristica. Il menu fisso, frugale e in rigorosa salsa trappista, si consuma in silenzio, in un acciottolio sommesso di stoviglie. La mensa di Orval pare una caserma. Il convivio dovrebbe essere la quintessenza dell’allegria, invece i commensali sono tutti tremendamente seri. Mi sforzo di sorridere, ma mi accorgo di dare nell’occhio. Gli ospiti di fronte mi guardano con severità. Mi sento un po’ a disagio, la Regola benedettina dovrebbe imporre la letizia e lo zelo buono. Ma il pubblico non capisce. Il nostro mondo del frastuono non riesce a coniugare silenzio e allegria.

 

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Non vi voglio svelare altro e vi saluto con una ricetta che ho brassato ad agosto e che stapperò per cena la notte di natale. È una tripel, moderna birra trappista, e la ricetta è per 23 litri: Mash a 65° per 60’, 5kg di malto pilsner del Belgio, 1,2 di zucchero candito chiaro, luppolo Saaz 50gr 60’/ 30gr 30’/ 10gr 10’ 10gr 5’ 10gr 0’, lievito Wyeast 3787, inoculate a 20° e lasciate fermentare per 15 giorni circa, poi 10° per 7 giorni circa, imbottigliate e fate rifermentate a 20° per 15 giorni e infine conservate la birra a 10° per circa due settimane prima di servirla. Servite ad una temperatura intorno ai 6°/ 8° e abbinatela ad un bel piatto di spaghetti alle vongole.

 

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Info autore

Cristiano Chighini

Sono nato a Sassari il 23/07/1984 e risiedo a Sorso in Sardegna. Sono laureato in filosofia e scienze dell’educazione.
Nel 2018 ho frequentato la scuola Assoapi e ho ottenuto il diploma di tecnico birraio.
Sono un homebrewer e la birra e la letteratura sono le mie grandi passioni, amo abbinarle insieme per apprezzarne di più la storia e la cultura.