Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 05/2018

1 febbraio 2018

Voglio una birra….ma anche un bambino

Voglio una birra….ma anche un bambino

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Eh già, per le donne è dura conciliare lavoro e famiglia. Lo diciamo sempre. Se poi di mestiere fai la giornalista nel settore della birra artigianale, addetta stampa per birrifici, conduttrice di eventi e biersommelière diventa proprio impossibile. Specie se decidi che, alla “tenera” età di 32 anni, ormai è ora di mettere su famiglia. Eh già, perché te lo ricorda il logo su tutte, dicasi tutte, le bottiglie: una bella sagoma di donna con il pancione e il bicchiere in mano, e un bel divieto sopra. Se poi la gravidanza arriva a sorpresa, tanto peggio: hai già pianificato tutti gli eventi, fiere, degustazioni, eccetera, da allora ai nove mesi successivi. Che faccio, disdico? E se disdicono i committenti, perché avere una donna col pancione che conduce il loro evento sarebbe un danno d’immagine? Il pane in tavola lo devo pur mettere, d’altronde lo dice sempre la nonna che in gravidanza bisogna mangiare per due…E poi, cribbio, nelle prime settimane in cui non sapevo ancora di essere incinta ho tenuto 5 degustazioni, giudicato a un concorso con 40 birre in lizza, e bevuto pure qualcosa per piacere mio, se l’esserino è sopravvissuto a questo sopravviverà a tutto, no?

 

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Se poi provi a chiedere opinioni in giro, apriti cielo. Una rapida ricerca su internet pronostica le peggiori sciagure a mamma e feto in caso di assunzione di alcool. La nonna ultranovantenne, invece, garantisce: io un bicchiere di vino ogni tanto l’ho sempre bevuto, il vino fa sangue, ho fatto dieci figli sanissimi, e zappato i campi fino alla settimana prima del parto. Alè. Però, si sa, non ci sono più le donne di una volta, io i campi non li avrei zappati manco prima della gravidanza, figuriamoci adesso. Poi provi a sentire le birraie che hanno figli: loro come hanno fatto, mica avranno messo in commercio la loro birra senza averla assaggiata, giusto? E anche loro garantiscono: un assaggio a cotta l’hanno fatto, tutti figli sanissimi. Aggiungiamoci poi il fatto che “la birra fa latte” – per alcuni una leggenda metropolitana, per altri dogma di fede – e di dubbi non ce ne sono più. Naturalmente la cosa più sensata, ossia chiedere al medico, la fai per ultima: «Mah, sì, se è un sorso ogni tanto, forse…sa com’è, la letteratura scientifica non è concorde sugli effetti delle piccole dosi…». Ok, grazie, arrivederci.

 

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Insomma, alla fin fine, meglio trovare un equilibrio da sé. Per fortuna nessun committente disdice gli impegni presi, e hai pure la fortuna di non avere tanta pancia: nascondi un po’ con vestiti larghi, appoggi appena appena le labbra, bevi quel sorso che basta per descrivere la birra in questione…e poi pazienza, lasci lì, anche se buttare via la birra è sacrilegio e la tua religione te lo impedisce. Oppure, se sei in un locale, la passi al marito: il quale, poverino, da un lato rischia ogni volta la sbronza, dall’altro è ben felice – almeno per qualche mese – di non doversi limitare perché quella che deve bere per lavoro sei tu, e quindi poi deve guidare lui. Almeno per queste volte guidi tu, e prosit. Poi, figuriamoci, quando la pancia comincia a vedersi tutti diventano prodighi di complimenti e frasi affettuose, per cui tutte le paranoie sul “danno d’immagine” passano in secondo piano. Intanto tutti quei piccoli sorsi, accidenti a loro, hanno soltanto l’effetto di aumentare la voglia di una bella pinta: tanto che hai già messo in chiaro che dopo il parto vuoi “non fiori ma opere di bere”, e preparato, insieme alla valigia per l’ospedale, anche la serie di bottiglie che stapperai – condividendo, perché comunque quando allatti devi fare attenzione….ma vabbè. Sperando, naturalmente, che tuo marito non se le beva prima.

Ok, naturalmente si scherza: la realtà è che i danni dell’alcool in gravidanza sono provati e sono una cosa seria, solo che mancano – nell’impossibilità di prendere un gruppo statisticamente significativo di donne in gravidanza e farle bere in quantità diverse per vedere che cosa accade – dati affidabili su quale sia, se c’è, una dose massima tollerabile. Per cui, nel dubbio, si preferisce evitare in toto. Io intanto mi sono barcamenata al meglio tra lavoro e dolce attesa, giunta ormai quasi al termine; e attendo davvero di godermi una bella pinta intera appena possibile…

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Chiara Andreola
Info autore

Chiara Andreola

Veneta di nascita e friulana d’adozione, dopo la scuola di giornalismo a Milano ho lavorato a Roma – dove nel 2009 ho conseguito il titolo di giornalista professionista – e a Bruxelles al DG Comunicazione della Commissione Europea. Lì sono iniziati i miei primi timidi approcci con la birra, tra cui la storica Bush de Noel che ha finito per mettere il sigillo definitivo alla storia d’amore tra me e il mio futuro marito – e già da lì si era capito che una storia d’amore era nata anche tra me e la birra. Approdata a Udine per seguire appunto il marito, qui ho iniziato ad approfondire la mia passione per la birra artigianale grazie al rapporto in prima persona con i birrai – sia della regione che più al largo – e i corsi di degustazione tenuti dal prof. Buiatti all’Università di Udine; così dal 2013 il mio blog è interamente dedicato a questo tema con recensioni delle birre e resoconti delle miei visite a birrifici, partecipazioni ad eventi e degustazioni. Le mie collaborazioni con pubblicazioni di settore come Il Mondo della Birra e Nonsolobirra.net, con eventi come la Fiera della Birra Artigianale di Santa Lucia di Piave e il Cucinare di Pordenone, e la conduzione di degustazioni mi hanno portata a girare l’Italia, la Repubblica Ceca, il Belgio e la Svezia. Ora sono approdata anche al Giornale della Birra, un altro passo in questo mio continuare a coltivare la mia passione per il settore e la volontà di darvi il mio contributo tramite la mia professione.