Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 45/2017

7 novembre 2017

Alkimia: i segreti della beer-firm del Sannio

Alkimia: i segreti della beer-firm del Sannio


 

Il Birrificio Alkimia nasce dall’idea di due amici, Roberto Paolo e Pasquale Clemente. Uno appassionato di birre, l’altro di vini; il primo studioso di esoterismo e religioni, l’altro di storia. Entrambi legati alle proprie origini contadine e alla propria terra, il Sannio caudino, hanno voluto creare delle birre profondamente, anzi, magicamente legate all’originalità ed esclusività della terra d’origine.

Giornale della Birra oggi visita, in esclusiva per i propri lettori, questa piccola, ma interessantissima realtà produttiva campana.

 Roberto, Alkimia è non solo una “ragione sociale”, ma soprattutto la vostra filosofia: cosa desiderate trasmettere al consumatore mediante questa concezione comunicativa?

«Il nostro motto è: “La birra è una magia”. Il nome Alkimia nasce proprio da questo. In fondo il processo di produzione delle birre è assimilabile a quello che nell’immaginario medioevale (e non solo) era il rito di streghe e stregoni: la bollitura di ingredienti misteriosi ed erbe segrete. Ma, lungi dall’essere stregonesco, in verità l’arte brassicola ricorda piuttosto il processo alchemico che punta ad ottenere materie nobili partendo da materie prime meno nobili: così, la comunissima acqua si trasforma in una birra più o meno eccellente».

 

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La vostra beer-firm si caratterizza per una ampia gamma di birre, che spaziano tra vari stili attingendo le materie prime anche a livello nazionale? Quale ritenete siano gli elementi fondamentali ai fini di garantire l’alta qualità delle materie prime?

«Malti e luppoli provengono al momento da Germania, Gran Bretagna e, per taluni luppoli, Stati Uniti. Ad alcune birre abbiamo invece dato un’impronta italiana con l’utilizzo di bergamotto e coriandolo (nella nostra Blanche chiamata Stregabianca), o di scorze d’arancia e pepe nero (nella nostra Saison chiamata Artemisia), o ancora di scorze di mandarino della Costiera Amalfitana (per la nostra birra di Natale chiamata Mithra)».

Quali sono le caratteristiche dell’impianto produttivo in vostro uso?

«Noi siamo nati nel 2016 come beer firm, seguendo un po’ gli esempi di nomadismo birraio frequenti nel Nord Europa. Attualmente le nostre ricette sono realizzate grazie alla collaborazione e al continuo scambio di idee con il mastro birraio Fabrizio Fornai. Ma speriamo già nel 2018 di realizzare un nostro impianto nel Sannio, a Montesarchio, ai piedi del Monte Taburno, che è il luogo dove siamo cresciuti. E a quel punto vorremmo anche puntare a produrre le materie prime fondamentali».

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 La volontà di usare materie prime locali è determinata dall’obiettivo di realizzare birre di alta qualità o serve a caratterizzare la vostra produzione?

«Sul mercato si trovano varietà enormi di malti e luppoli di altissima qualità. Sarebbe impossibile produrre le nostre sette diverse ricette senza far uso di questa ricchezza e varietà di prodotti provenienti da tutto il mondo. Però, quello che vorremmo fare, è creare una birra, una sola, o forse due, interamente a chilometro zero. Quindi usando orzo, grano, luppolo coltivati nel Sannio. E magari anche una birra barley wine sannita con l’uso di mosti di aglianico e di falanghina del Taburno»·

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L’esperienza maturata sul campo ti permette di analizzare il settore della birra artigianale italiana da un punto di osservazione privilegiato: come immagini il futuro delle craft-beer made in Campania? Quali consigli daresti a dei giovani con il desiderio di avviare un progetto imprenditoriale simile al vostro?

«In Campania, accanto alle quattro o cinque realtà storiche, create dai pionieri della birra artigianale in questa regione, che si contavano sulle dita di una mano sola, negli ultimi anni si è avuta un’esplosione di microbirrifici, molti sono beer firm come noi, altri già con un proprio impianto anche di dimensioni non proprio ridotte. Mentre i “vecchi” hanno ormai un mercato solido e abbastanza stabile, i nuovi arrivati faticano a posizionarsi. Anche perché sono molto spesso chiusi all’interno del mercato regionale, che quanto a birre artigianali non è al livello del Centro e del Nord Italia. Risultato: già si cominciano a vedere anche dalle nostre parti molti impianti usati in vendita. Dal canto nostro, il primo anno abbiamo cercato di posizionarci come marchio e differenziare i prodotti, in questo secondo anno stiamo cercando di espandere la clientela prima di affrontare la sfida di un impianto tutto nostro. Nel primo anno abbiamo prodotto circa 15mila bottiglie, e la metà del nostro mercato è fuori dalla Campania, al Centro-Nord. Nel secondo anno speriamo di raddoppiare. Quanto ai consigli, io credo che bisogna fare piccoli passi ma in direzioni ben precise: differenziare i propri prodotti da quelli che già sono sul mercato, con ricette molto originali accanto a quelle classiche, avere quindi una certa varietà di ricette, almeno sei, e puntare anche al mercato fuori dalla Campania». 

Maggiori informazioni sul birrificio Alkimia sul sito aziendale www.birrificioalkimia.it e su Facebook, Instagram e Twitter “birrificio alkimia”.

Massimo Prandi
Info autore

Massimo Prandi

Un Albese cresciuto tra i tini di fermentazione di vino, birra e… non solo! Sono enologo e tecnologo alimentare, più per vocazione che per professione. Amo lavorare nelle cantine e nei birrifici, sperimentare nuove possibilità, insegnare (ad oggi sono docente al corso biennale “Mastro birraio” di Torino e docente di area tecnica presso l’IIS Umberto Primo – la celeberrima Scuola Enologica di Alba) e comunicare con passione e rigore scientifico tutto ciò che riguarda il mio lavoro. Grazie ad un po’ di gavetta e qualche delusione nella divulgazione sul web, ma soprattutto alla comune passione e dedizione di tanti amici che amano la birra, ho gettato le basi per far nascere e crescere questo portale. Non posso descrivere quante soddisfazioni mi dona! Ma non solo, sono impegnato nell’avvio di un birrificio agricolo con produzione delle materie prime (cereali e luppoli) e trasformazione completamente a filiera aziendale (maltazione compresa): presto ne sentirete parlare!