Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 32/2018

8 agosto 2018

Non devi temere di scrivere sull’acqua

Non devi temere di scrivere sull’acqua

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Per me ogni anno andare a Ferrara in aprile è diventato un immancabile quanto piacevole pellegrinaggio.

“Fràra” è una città con un grande patrimonio culturale e storico.

Gli studiosi del Rinascimento la definiscono “la prima città moderna d’Europa”.

Forse è grazie a uno spirito di modernità e cultura che è nato il festival di Acido Acida organizzato da Davide Franchini e il suo gruppo di collaboratori.

Potrei definirli gli Este della brassicultura.

“Acido Acida” ha conquistato a pieno titolo un posto tutto suo nel panorama degli eventi birrari nazionali.

Ora, scusate il ritardo, due parole sull’ultima edizione dove, nello stile de “Il Molo”, la maggioranza dei birrifici sono volutamente britannici.

Quest’anno gli stili proposti sono stati non totalmente sour, una scelta dal mio punto di vista azzeccata perchè in questo modo si è offerta la possibilità di approfondire la completezza professionale dei birrifici inglesi.

Non poteva non esserci una piccola rappresentanza di birrifici stranieri e due italiani di straordinaria rilevanza internazionale ovvero BioNoc e Antica Contea.

A completare la geografia della Birra ci hanno pensato i beershop presenti che offrivano in bottiglia una vasta gamma di birre acide di varie nazionalità

In questa edizione ha esordito anche Paolo Montanari per la prima volta organizzatore del concorso homebrewer che ha riscontrato un buon successo.

Risultato una grande affluenza di pubblico più che raddoppiata rispetto al 2017.

Ribadisco… tutto ottenuto dal duro lavoro di Davide Franchini e dall’odisseo Staff che lo segue nelle sue avventure.

Purtroppo sono passati già un paio di mesi e tutto questo ormai fa parte, visto i tempi, di un lontanissimo passato.

Le date del Festival 2019 sono già state fissate… però andatevele a cercare, non posso dirvi tutto io.

Ma facciamo due domande a “Frank”…

 

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Posso dire di aver visto crescere Acido Acida; dalle primissime edizioni nella culla che è stata “Il Molo”, ai primi passi fatti l’anno scorso nel Chiostro di San Paolo fino a quest’anno nel Chiostro di Santa Maria della Consolazione dove l’ho sentita pronunciare la parola “papà”.

Tante soddisfazioni e tanto lavoro.

Come nasce e si sviluppa un evento come questo?

L’idea di base è nata nel gennaio del 2014 a Newcastle.
Ogni anno mi piace migliorare, apportare novità al festival e questo comporta iniziare ad organizzarlo almeno 8/10 mesi prima.
Essendo un festival rivolto esclusivamente al mondo brassicolo della Gran Bretagna, bisogna tenersi quotidianamente aggiornati su tutto quello che accade nelle terre di oltremanica.
Monitorare costantemente siti e riviste on-line che trattano nello specifico queste regioni. Diciamo che divido l’organizzazione in diversi periodi temporali nei quali sviluppare il lavoro e dare forma alle idee.
Normalmente coincidono con gli incontri britannici più importanti.
Ad organizzare la 6° edizione inizieremo sin dai primi di agosto 2018 in concomitanza con due festival, il  “London Craft Beer” e il  “Great British Beer London”, cogliendo così anche l’occasione per far visita ad un paio di Brewery che saranno a Ferrara ad Aprile 2019.

 

Che rischi si corrono?

Tantissimi…
Il principale, quasi costante, è quello di perdere tempo ed energie con un birrificio che alla fine, rinuncia all’ultimo momento. Per fare un esempio lo scorso anno a novembre siamo stati a visitare la bottaia di un Brewery. Quando gli abbiamo spiegato il progetto sembravano entusiasti, tanto che ci siamo dati appuntamento a gennaio per scegliere le birre. Tornati da loro, c’era tutto lo staff ad attenderci. Abbiamo aperto, per la prima volta, due barrique da 325 litri per capire se il prodotto era pronto per il festival più altre novità. Tutto pronto, prenotati voli, hotel…
Poi 15 giorni prima del festival mando un messaggio pro forma per sapere se era tutto a posto e mi dicono di non aver spedito ancora i fusti, ma che l’avrebbero fatto a breve. A sette giorni dal festival mi scrivono per disdire l’hotel senza mandare la birra. Un comportamento che potrei definirlo in qualsiasi modo, ma certo non professionale.

 

Cosa si deve fare per non scivolare nella banalità?

Banalità il rischio più pericoloso. E’ quello che non vorrei da un festival e che cerco di evitare a costo di spendere tutte le mie forze. Cerco di immedesimarmi in chi verrà al festival. Chi viene deve poter provare quello che normalmente non trova, ma soprattutto deve rimanere sorpreso. Personalmente di edizione in edizione ho sempre aggiunto qualcosa di nuovo ed importato cose che ho scoperto in giro nei festival della Gran Bretagna.

 

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Mi hai detto che sei solo all’inizio di un percorso, in quale direzione stai proseguendo?

Più che un percorso un traghettamento. Dopo l’edizione del 2017 ho maturato l’idea che lavorare solo con prodotti “sour” della Gran Bretagna è riduttivo sia per noi che organizziamo che per il bacino di utenza.
Il mio obiettivo è di trasformare Acido Acida in un British Beer Festival a tutto tondo.
Questo gradualmente, spero in due anni.

Il primo passo è stato fatto nel 2018 con una riduzione delle “sour” a favore di stili più “normali”, ma sempre di produzioni limitate e la creazione di sezioni tematiche. Nel 2019 ci sarà il secondo passo per poi arrivare al 2020 ad un unico grande British Beer Festival in Europa.

 

Quest’anno avevi proposto due nuove sezioni, il “Wood Project Beer” e la curiosa “Ice Cream Beer” (brassate con materie prime dolciarie).

Come ti è venuta l’idea e quanto interesse hanno suscitato?

Il “Wood Project” è nato dopo Extravaganza a Londra a settembre 2017 (… mi viene da piangere pensando a cos’è appena accaduto a Beavertown!).
L’idea era di riunire in uno spazio tematico tutte le birre lavorate in botte.
“Ice Cream” invece è sostanzialmente una copia rivisitata di quello che il festival Indyman fece a Manchester ad ottobre 2017. Devo dire che queste sezioni sono molto piaciute e hanno destato curiosità.
Tra l’altro durante l’organizzazione l’interesse da parte dei birrifici per il Festival è aumentato e col passare del tempo si sono incrementate le richieste per partecipare.
Abbiamo dovuto sforare il numero prefissato di Birrifici dalla Gran Bretagna che da 30 è passato a 43 e quindi abbiamo aumentato le spine anche per queste due sezioni.

 

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Perchè hai scelto come ospiti con i loro birrai “The Wild Weather”e “Anspach & Hobday”?

Con Anspach & Hobday è un discorso di continuità dopo Acido Acida del 2017.
Siamo stati da loro per ben tre volte nel corso di quest’anno fino al punto di pensare di fare una birra in collaborazione con il Molo e abbiamo anche seguito il processo produttivo di alcune loro birre dando alcuni consigli riguardo la progettazione di una IGA.
Inoltre ad ottobre abbiamo realizzato una serata Oktoberfest con birre di A&H create appositamente per l’evento.

L’invito al festival non è stato un dovere, ma un matrimonio a coronamento di un grande rapporto.
Con The Wild Weather Ale’s è stato un po’ differente e curioso. Siamo stati cercati per importare in Italia le loro birre, cosa non fattibile perché non siamo ne importatori ne distributori. Il birrificio però ci incuriosiva perché da poco si era affacciato sulla scena brassicola Inglese.
Gli abbiamo parlato del festival e fatto alcune ricerche, “after that we stand-by”, abbiamo aspettato.
Durante la permanenza a Leeds per visitare alcuni birrifici, ricevemmo una telefonata da loro durante la quale ci dicevano di essere interessati a partecipare ad Acido Acida. Da qui è iniziato tutto!

 

Tutte le birre a disposizione per l’assaggio sin dal primo giorno.

Una sostanziosa quantità di prodotti da reperire e sopratutto da conservare per mantenerne la qualità. Quanto è importante la catena del freddo?
Questo è un punto molto importante a cui tengo tantissimo.
Secondo il mio punto di vista chi viene ad un festival deve avere la possibilità di assaggiare tutto quello che è in tap-list dal primo all’ultimo giorno, o quantomeno la quasi totalità dell’offerta.
Non mi sembra corretto ne rispettoso per chi decide di venire all’evento dopo chilometri di viaggio non trovare quello che avevano programmato di degustare.
Questa è una delusione che provo in prima persona e mi lascia sempre perplesso. Avendo un’attività solitamente mi reco ai festival l’ultimo giorno e matematicamente è rimasto pochissimo della tap-list iniziale.
Organizzando un festival di produzioni “one shot” bisogna calibrare bene il tiro e centrare da subito il fattore produzione,  trasporto e conservazione…
Inizialmente parlo con il birrificio e percorro due strade: creare un prodotto unico per il festival oppure far preparare qualcosa che hanno già in produzione a serie limitata. Per non avere problematiche col  trasporto anticipo i tempi. Voglio avere la materia prima in casa max 8/10 giorni prima della data di inizio.
Questo comporta una massima cura per il mantenimento del prodotto e considerando che a dicembre inizia ad arrivarmi le prime birre utilizzo due celle, una a Ferrara e una Bologna.

 

 

Un lungo lavoro di ricerca in terra britannica a visitare i birrifici inglesi; quali sono i pregi e i difetti del loro mondo sour?

Devo confessarti che questa cosa di visitare i birrifici mi piace tantissimo ed è difficilissimo.
Gli appuntamenti li prendi sempre on-line, i posti sono piccoli, difficili da trovare e da raggiungere.
In più delle volte quando arrivi davanti al birrificio li trovi “sprangati” nonostante tu abbia fissato un’appuntamento.
Però questo mondo imperfetto” mi affascina. Sono cresciuto con le sottoculture Britanniche. In passato non c’era internet ed era difficilissimo reperire informazioni tipo sui gruppi musicali, l’uscita dei dischi, l’abbigliamento e sono vaccinato a queste difficoltà che ora riscontro nel mondo della birra UK.
Considera che mediamente ogni anno vedo una ventina di birrifici dal nord al sud della Gran Bretagna e per ogni visita ho un aneddoto.
A settembre 2017 sono andato a visitare “Nelson Brewery” nel Medway tra Chatham e Gillingham
Li ho contattati e mi hanno detto “no problem”, nessun problema!
Purtroppo hanno omesso di dirmi che il birrificio è all’interno del “The Historic Dockyard”, accessibile solo con un biglietto d’ingresso al Museo, costosissimo!
Arrivato mi dicono che non hanno tempo da dedicarmi e mi danno una bottiglia da bere fuori.
La ricerca in molti casi è impegnativissima come puoi ben capire.
Per quanto riguarda pregi e difetti del loro mondo sour…
Difficile dare una risposta precisa. Potrei dire che ora come ora le sour sono un po’ troppo omologate, è diventata una moda, le fanno tutti e non con i risultati sperati. Serve molta attenzione perchè a volte alcuni birrifici di stampo “Nerd” fanno birre strane solo per finire su Ratebeer o Untapped.
Chiaro che se vuoi bere acido, la tradizione Belga è un’altra cosa.

 

 

Hai partecipato anche ai loro festival. Ci sono differenze di stile organizzativo rispetto agli eventi italiani e quali sono quelli più interessanti?

La differenza di base è che oltremanica si parte già da un livello abbastanza alto.
Prendi per esempio Extravaganza che alla prima edizione, aveva una potenza di fuoco impressionante.
Ci sono birrifici “blasonati” che instaurano collaborazioni con partner del nord Europa o Stati Uniti e se decidono di fare un festival la conseguenza è che partecipano subito tutti, anche i birrifici amici e così via.
In Italia di Festival importanti ce ne sono, ma si contano sulle dita di una mano.
Il più delle volte gli organizzatori in Italia sono associazioni o locali.
Questi si espongono personalmente, magari hanno piccoli contributi insufficienti perchè le spese sono colossali purtroppo.
Il network di birrifici che si crea solitamente è frutto di ricerche personali, viaggi o passaparola di addetti ai lavori.
Quello che in Italia manca sono più appuntamenti annuali di grande partecipazione organizzati da Birrifici con un’immagine di livello nazionale.
Solo grandi “anniversari” tra amici, per il resto si cade nel banale e nello scontato con centinaia di micro festival generici.

 

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Il mondo brassicolo inglese sta accusando gli effetti della Brexit?

A sfavore della Brexit si sono espresse diverse associazioni di categoria, descrivendo scenari catastrofici.
Gli effetti dall’estero ancora non si notano.
Posso dire che nessuno ne parla, quasi un’omertà dovuta alla paura o forse altro.
Io penso che intorno a questo cambiamento ci sia molta confusione alla quale nessuno vuol mettere mano.

Per le mie esperienze personali in Inghilterra la “Brexit” è vista come una cosa di cui vergognarsi.
Molti Craft Brewery inglesi in questi ultimi cinque anni si sono espansi molto sul mercato internazionale, grazie anche a tante collaborazioni. I birrifici sono sempre in cerca di contatti con l’estero.

Mi dispiacerebbe se questa voglia di crescita venisse penalizzata.
In questi giorni parlavo con amici di Ferrara che vivono a Reading, a mezz’ora di treno a ovest di Londra, proprio di questo momento di transizione.
Sembra che non esista un piano per cercare una soluzione.

La dead line è a marzo 2019, ma nessuno sa come andrà a finire.
In questi giorni ci sono state le dimissioni dei ministri Davis e Johnson, non certo benauguranti.
Speriamo non peggiori la situazione odierna.

Vorrei mettere in evidenza i fatti recenti e dolorosi avvenuti in Inghilterra ovvero le acquisizioni prima di Beavertown da parte Hineken e ora di Fourpure da Leon.
Io preferisco e difenderò sempre l’indipendenza.
Le multinazionali come sai hanno un consiglio di amministrazione che valuta solo i numeri.
Devono far crescere la quota di mercato pena tagli o decapitazione immediata.
Sono inutili e discutibili i comunicati stampa che vengono pubblicati per tranquillizzare i “fidati consumatori”.
E’ inevitabile che il modo di pensare di un birrificio artigianale, anche se in regime di  “semilibertà”, non venga condizionato se non addirittura stravolto e portato ad iniziare a ragionare in termini esclusivamente commerciali.

La colorata libertà e credibilità viene ingrigita se non addirittura cancellata.

 

Un addetto ai lavori mi ha detto che sei un po’ pioniere. Grazie a questo lui ha scoperto nuove realtà, persone da contattare e che “Acido Acida” è un festival “equilibrato”.

Secondo te cosa intendeva con quell’aggettivo? Ne vuoi aggiungere altri?

Sicuramente per la mia città e il ferrarese medio sono un “pioniere”, ma questo lo è stato fin da subito, dall’apertura del locale in centro.
Equilibrato e forse “omogeneo” può essere un riferimento ai prezzi e ai prodotti.
La selezione la faccio io ed ho per scelta come riferimento una regione geografica ben precisa.

La mia attenzione è ben focalizzata e attenta.
Non volevo un Festival e nemmeno un Pub facile all’ ”italiana”, da piccola città di provincia.
Niente compromessi e anche tanta onestà!
Le mie decisioni mi possono far sembrare “strano”, ma la stranezza spesso dovrebbe stuzzicare la curiosità o addirittura diventare normalità.

 

 

Organizzando piccoli incontri ho riscontrato personalmente ancora scetticismo nel considerare importante promuovere la “Cultura” brassicola.
Ancora non si comprende il suo immenso potenziale che può offrire e quante altre passioni si possano fondere con essa. Cosa ne pensi?

Sono perfettamente d’accordo con te sul fatto che c’è un “immenso potenziale”.
Quando si parla di “Cultura Brassicola” si parla di storia che si fonde con le tradizioni di precise regioni e il loro vivere.
La difficoltà è data dal fatto che è difficilissimo intercettare in un locale una persona che può più o meno essere interessata a questo. La gente va nei locali per svagarsi, vedersi con gli amici e del “grado plato” non gli frega niente.

Dobbiamo essere noi a fare un passo in più.
Il nostro compito deve essere quello di creare contenitori distaccati dai locali, dove progettare eventi o situazioni in cui sia possibile divulgare l’interesse su questo argomento.
Grazie a ciò ho visto in prima persona gente appassionarsi dal nulla.
Serve insegnare, non in maniera troppo accademica, ma soprattutto avere la voglia di raccontare.
Io ad esempio, per la maggior parte dei prodotti ho visitato il birrificio, visto la città di origine, imparato tradizioni, mangiato qualcosa di particolare, visto una partita allo stadio, un concerto o un beer festival.
Dietro ad ogni birra ci sarebbe una storia affascinante e con legami a passioni di altro genere.

Chi si prende l’impegno di creare cultura deve saper aggiungere sempre qualcosa in più e anche un pò di se stesso.
Se non si fa tanto vale consigliare l’acquisto di un manuale.

 

 

Grazie Frank per averci mostrato con sentimento e passione una traccia da seguire

 

Un Festival è un’occasione per rivedere vecchi amici e incontrare nuovi complici.

E’ una Babele di modi di interpretare la vita e di esperienze da condividere.

Dovrebbe essere l’esempio di come le diversità si possano trasformare in un brodo primordiale mai uguale.

Un luogo dove la goliardia possa sposarsi con la serietà, l’eccesso con la  moderazione, la follia col buon senso e la felicità con la malinconia.

Dove non si distribuiscano premi, ma vinca solo la passione e l’impegno.

 

 

“Scrivere sull’acqua”

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“LA RISATA” è l’essenza della VITALITA’ – Umberto Boccioni – Mostra “Stati d’animo” FERRARA 2018

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Piero Garoia
Info autore

Piero Garoia

Sono nato nel lontano millenovecentosess… il secolo scorso, a Forlimpopoli, paese natale di Pellegrino Artusi padre della cucina italiana.
Appassionato di musica, cinema, grafica e amante della fotografia.
La passione per la Birra Artigianale nasce tra gli scaffali di una libreria sfogliando un piccolo manuale per fare la birra in casa.
I disastrosi tentativi di produrla mi hanno fatto capire che diventare homebrewer non era proprio la mia strada.
Ho scelto allora di gustare la birra con gli amici, tutti appassionati, “credenti” che artigianale sia significato di unicità e qualità.
Non sono un docente, nemmeno un esperto, ma ho un obiettivo, mantenere vivo un piccolo mondo romantico dove la cultura della birra sia sinonimo di valori, socializzazione e condivisione di esperienze.
Coltivo le mie conoscenze partecipando a eventi, degustazioni, incontri e collaboro con l’Unper100 un’associazione di homebrewer forlivesi.
Mi affascina il passato delle persone, ascoltare le loro storie e capire come vivono le loro passioni.
Gestisco anche un mio blog semiserio www.etilio.it e mi piace pensare che questo possa contribuire a “convertire” più persone possibili al pensiero che “artigianale è meglio”.
Ho ancora tanti sogni nel cassetto e altrettanta voglia di concretizzarli.
Far parte del “Giornale della Birra” cosa significa? Vuol dire avere l’opportunità di comunicare a molte più persone quello che penso e mi appassiona.