Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana
2 gennaio 2016

La morte ha il gusto del luppolo: settimo capitolo

La morte ha il gusto del luppolo: settimo capitolo


La stanza in cui lo aveva mandato John era più lurida di un letamaio.

Pareti dall’intonaco ammuffito e scrostato, pavimento in legno da cui spuntavano più schegge che granelli di sabbia nel deserto, e polvere, polvere in ogni dove.

Ragnatele grosse come finestre campeggiavano penzoloni dal soffitto e poi… il letto!

Un ammasso di paglia coperto da lenzuola talmente incrostate da qualsiasi fluido corporeo da risultare osceno come giaciglio perfino ad un maiale!

Ma non vi era nessun altro posto dove accomodarsi e, con riluttanza estrema, Alberico si sedette, la schiena appoggiata al muro e le gambe distese su di esso.

Attese qualche minuto, guardandosi intorno poi, ricordando che la donna che di lì a poco sarebbe entrata era una bellissima meretrice, chiuse gli occhi e pregò il Signore di dargli la forza di resistere alla tentazione della carne.

Lui era lì per svolgere un’indagine, non per abbandonarsi alla lussuria!

Dopo altri, interminabili minuti, la porta di legno marcio cigolò, segno evidente che qualcuno la stava schiudendo lentamente.

Lei era….

Divina!

Alberico, d’istinto deglutì, stregato dalla visione.

Incapace di proferire parola, non fece nulla se non restare imbambolato mentre lei, con un solo e rapido gesto, si denudava.

Nel sollevarsi la veste, esibì un movimento sbarazzino, quasi innocente e fanciullesco, che rispecchiava la sua giovane età: sicuramente quella giovane, che già era la più amata di tutta Bullhornes Town, non aveva ancora compiuto vent’anni.

Un fiore, un bocciolo di incredibile beltà che era stato colto forse troppo presto, ma che, ad ogni buon conto, era evidentemente ben lungi dallo sfiorire.

I seni, i più grossi, tondi, delicati e perfetti che Alberico avesse mai avuto il privilegio o la sfortuna di vedere, rimbalzarono mentre lei, con scatto felino, si sfilava la veste.

A bocca aperta.

L’integerrimo investigatore Pontificio non poté fare a meno di restare basito dinnanzi a tale perfezione: la pelle chiara, spruzzata di piccole lentiggini qua e là; la fulva chioma che sembrava più la fulgida criniera di una fiera indomabile e selvaggia; i fianchi snelli anche se non troppo fini, le cosce sode e marmoree, non un pelo su di esse. Solo un accenno di dorato boschetto celava agli occhi la perla incastonata in quel gioiello di fresca gioventù.

«Beh, che te ne pare?»

Ancora nessun segno da parte di Alberico.

«Ehi, puoi parlare ehh! Mica ti mangio! Ti mordicchio solo un po’, se vuoi!»

Il prete scacciò dalla propria mente i pensieri impuri che lo stavano dominando, ripromettendosi di flagellarsi onde espiarli, ricomponendosi.

«Jesse, dico bene?»

«Sì! E tu sei un prete, dico bene? Adoro farlo con gli uomini di Chiesa! Mi piace punirvi per i vostri… peccatucci…» lei, essendo evidentemente esperta nelle arti amatorie, sapeva come stuzzicare chiunque, perfino un uomo di chiesa.

Si morse il labbro inferiore, mentre le sue dita affusolate accarezzarono il proprio corpo, dirigendosi verso gli anfratti più misteriosi e desiderati.

Alberico si destò nuovamente da quella specie di stregoneria che lo asserviva e, con fare deciso, si alzo in piedi di scatto:

«Ti prego, fermati. Noi non dobbiamo…»

«Ah, volete redimermi, Padre? Volete forse vergarmi?» la giovane parlava in modo sboccato, volgare, quasi come se sapesse esattamente il cliché desiderato dai prelati.

Alberico la afferrò per le spalle, il corpo solido e lo sguardo deciso:

«Jesse, rivestiti! Non sono qui per fare sesso con te!»

«Padre, dite tutti così e…»

«ORA BASTA!» tuonò lui, imperioso.

La bella capì che quel prete, veramente, non voleva conoscerla carnalmente.

Lentamente, imbarazzata come mai era stata dinnanzi a un uomo, raccolse i suoi stracci da terra e con essi si coprì:

«Allora, mi spieghi che cosa vuoi da me, se non vuoi me?»

«Voglio parlare».

«Non hai un confessore, un Padre spirituale come tutti i preti?»

«No, non è di me che voglio parlare. Ma di un frate recentemente scomparso: Frà Malcom».

«Io non so nulla… si è fatto tardi. Devo andare!»

«No, ti prego. Aspetta. Voglio solo sapere che cosa ti diceva durante i vostri incontri… nessuno ti giudicherà, te lo prometto!»

«Io so come funziona… mi metterai al gabbio e poi…»

«Ascoltami: voglio solo sapere se con te approfittava solo dei piaceri della carne o se, in preda all’ebbrezza e al piacere, ti confidava anche cose sue…»

«Non voglio parlarne! Io non voglio avere nulla a che fare con questa storia!»

Alberico estrasse una moneta d’argento e la fece rimbalzare più volte sulla mano.

Lo sguardo di lei era fisso su quel piccolo tesoro.

«Senti, facciamo così: se rispondi a qualche mia domanda, te ne andrai con questo lauto compenso. Se non rispondi ti faccio arrestare per aver tentato di adescare un prete. Potrei anche accusarti di essere un Diavolo tentatore al servizio di Satana. Bruciare al rogo è molto doloroso e… definitivo, non so se mi spiego…»

«E se ti parlo, avrò la moneta e la promessa di non essere arrestata?»

«Hai la mia parola».

«Chiedi, dunque… ma fai in fretta… sono a disagio…»

«Dunque, con Frà Malcom, era solo fisicità?»

«Dal canto mio sì, non era diverso da qualunque altro cliente. Per lui… beh, credo che si fosse invaghito di me…»

«Capisco… e quindi parlavate anche, durante i vostri incontri?»

«A volte… mentre si riposava tra una tornata e l’altra, mi parlava del suo lavoro, di come produceva le birre e di come riusciva a guadagnare in barba al Convento».

La giovane raccontò dei traffici e delle differenze che il frate esercitava sul prezzo pattuito con i mercanti e con gli osti e quello che corrispondeva realmente al monastero.

“Ecco spiegato come aveva tanti denari a disposizione senza insospettire l’Abate” pensò Alberico.

«Bene! Che tu sappia, Fra Malcom aveva dei nemici?»

«In che senso?»

«C’era qualcuno che potesse avercela con lui per qualche motivo? Qualche altro cliente della Taverna con cui litigava, magari sovente?»

«Non… non ricordo…»

«Fai uno sforzo, ti prego Jesse!» un’altra moneta d’argento scivolò dalla scarsella.

«Un…un momento… ricordo che c’era un uomo con cui litigava spesso».

«Brava, cara! Chi era?»

«Il nome non lo so… non è di Bullhornes Town, o per lo meno non abita in città… so solo che si incontravano qui, alla Taverna. Parlavano con un tono normale, sedevano al tavolo che hanno occupato i marmocchi che sono entrati con te. Tutto sembrava normale, una birra tra amici di vecchia data».

«Fino a quando?»

«Fino a quando l’alcol non si impadroniva di tutti e due!»

«Cosa succedeva?»

«Litigavano violentemente, soprattutto nell’ultimo periodo. Il tizio accusava Malcom di avergli rubato qualcosa, una ricetta, una formula… non so… io, quelle sere, cercavo di stare il più lontano possibile da quel tavolo… non so se mi spiego».

«Certo… continua».

«Nulla. A volte finiva a cazzotti, ma niente di più. Ma chiedi a John, lui sicuramente ne saprà di più!»

«Sei stata preziosa, Jesse. Grazie di tutto!»

«Se non mi arresti, ringrazio io te! E per questo piccolo tesoro… potrei offrirti un po’ di svago, tutto compreso nelle due monete, beninteso!»

«Grazie, come se avessi accettato».

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.