Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 17/2016

30 aprile 2016

La morte ha il gusto del luppolo: ultimo capitolo

La morte ha il gusto del luppolo: ultimo capitolo


 

 

La piazza centrale di Bullhornes Town era stata ripulita da tutte le sozzure che la adornavano fino a due giorni addietro.

Non vi erano più escrementi di animali o di esseri umani, le galline e le altre bestie da coorte erano state rinchiuse nelle gabbie dai loro padroni e neppure i bambini schiamazzavano e giocavano.

Operosi addetti stavano finendo di pulire gli sconnessi e rudimentali sampietrini con scope di saggina ed abbondante acqua.

Altri industriosi uomini, appartenenti alla guardia cittadina, stavano finendo di montare il palco in legno e ferro.

Il palco…

Non quello delle grandi occasioni di festa, bensì un patibolo.

La costruzione sopraelevata aveva un buco quadrato al centro della larghezza di tre metri quadrati circa.

In centro a questo pertugio costruito appositamente per l’occasione vi era un palo di legno, di circa venti centimetri di raggio ed un piedistallo piantato su di esso a circa due metri e mezzo dal suolo.

Altri soldati stavano disponendo legna a strati alla base del pilastro sacrificale: strati di fronde secche alternati a strati di ceppi e ciocchi più grossi.

Una volta che ebbero terminato, colarono sull’ultimo strato un liquido vischioso e nerastro: un misto tra pece ed olio.

Sopra al patibolo, invece, venne disposto un grosso ceppo di legno, di quelli usati come base per tagliare la legna per il camino.

Un uomo corpulento stava menando affondi su quel ceppo con una grossa ascia, onde testarne la resistenza.

Nella villa di McOwen, il Signore Locale, l’Arcivescovo, l’Abate e il Conte di New Castle ricevettero padre Alberico.

«Padre Alberico, che piacere vedervi!»

«Vi assicuro,nuovamente, che il piacere è tutto vostro, McOwen!»

«Suvvia, non è il caso di essere così scontrosi! Avete conservato la vostra vita e presto sarete di ritorno a Roma con l’ennesimo successo collezionato sul campo! In terra straniera, per giunta!»

«A quale prezzo?»

«La vita di un ribaldo e di un sicario che, comunque, sono già morti, e non per mano vostra!»

«E Peter? Lui sarà giustiziato per mano mia, invece… »

«Lui solamente un avido corrotto e, essendo un membro del clero, sarebbe stato condannato comunque a morte, dico bene?» fu l’Abate a controbattere.

«Lui avrebbe dovuto pagare per i suoi crimini, invece pagherà anche per i vostri».

«Aveva amici meno influenti, caro Padre!» fu l’Arcivescovo a rispondere, questa volta.

«Proprio voi, Eccellenza, parlate? Voi che vi siete venduto a chi ha ucciso il vostro nipote adorato? Colui che è stato per voi fonte di somma ispirazione, nell’intraprendere la vita ecclesiastica? »

«Proprio voi che siete un uomo di mondo, cadete per beffa delle leggende popolari?»

«Come?»

«La chiesa è un mezzo, mio caro. Un mezzo per ottenere potere. Voi, meglio di molti altri, dovreste saperlo! Quello che è stato ucciso era mio nipote, vero. Ma è altrettanto vero che il Signore non lo ha mai strappato alla morte ed è altrettanto vero che la mia vocazione, se così si può chiamare, venne dal mio defunto padre ».

«Cioè?»

«Nel frattempo, caro Alberico, godete anche voi di questa superba birra. Non è avvelenata, non vi preoccupate. Se non vi fidate, versatene una coppa per me ed una per voi» invitò l’alto prelato «Mio buon Alberico, sono il settimo figlio di secondo letto di mio padre. Cosa credete che se ne facesse un uomo, per quanto benestante di un ennesimo figlio? Io, come molti altri miei fratelli e sorelle, siamo stati destinati fin da infanti a prendere i voti! E quel mio nipote, così barbaramente ucciso, era soltanto l’ennesimo figlio di qualche uomo che si è sposato una mia parente!forse l’ho visto una o due volte nella mia vita, quel ragazzo!»

«E allora… perché inscenare tutto ciò? La vostra menzogna va avanti da anni, da decenni! Che senso aveva?» Alberico bevve la fresca birra.

«Vi ricordate che cosa vi ho detto poc’anzi? La Chiesa è solo uno strumento per ottenere il potere. Il popolo è il mezzo, su cui far leva con lo strumento, per poter raggiungere il fine del potere. Cominciate a seguirmi?»

«Forse…»

«Scusate, Alberico, avete intenzione di finire tutto quel meraviglioso nettare? Non siate scortese, versatene una coppa a tutti noi!» lo esortò interrompendolo McOwen; un gesto di scherno assoluto.

Alberico obbedì: prese delle coppe dal tavolino e versò da bere ai suoi aguzzini, dando loro le spalle, forse in risposta allo scherno.

«Bene, continuiamo, Alberico! Non vi sarà difficile, quindi, ipotizzare che la benedizione Divina da mio nipote ottenuta sia stata una piccola bugia per ottenere, fin dai tempi in cui ero un semplice prete, l’adorazione ed il favore della plebe, in modo da assumere il ruolo che oggi ricopro, vero?»

«Affatto…»

«Bene. Quindi siamo pronti per procedere con la sentenza? Sapete com’è, il popolo vuole un bello spettacolo, quando si tratta di giustiziare un uomo che ha osato assassinare dei membri del Clero».

«Certamente…»

Alberico si odiava per quell’atto brutale che stava per compiere ma, umanamente, doveva pensare a salvarsi la vita.

Ed anche se quel giorno la vera Giustizia non avesse fatto il proprio corso, presto quella Divina, più inflessibile ed incorruttibile, avrebbe fatto pagare il dazio a quei quattro.

Nessuno può sfuggire alla Giustizia Divina; quella era l’unica consolazione di Alberico.

Le campane della Cappelletta suonarono.

In pochi minuti la sgraziata piazza si riempì di popolani.

I membri della guardia cittadina si disposero in modo da creare un corridoio sicuro attraverso cui Alberico, i morti e Peter avrebbero potuto raggiungere il patibolo.

E così avvenne.

Qualche mela marcia, qualche testa d’insalata putrida e del fango finirono addosso a Peter, mentre camminava scortato al luogo della propria esecuzione, ma nessun incidente particolarmente rilevante o tentativi di sfondamento del cordone di sicurezza formato dalla Guardia.

Peter non proferì parola, mesto com’era, ancora livido dalle torture ed incatenato mani e piedi.

Giunti sul palco, Peter venne legato con altre catene al palo, i piedi sul piedistallo.

Fu denudato.

I cadaveri dei Frank e del sicario furono posti col la testa ed una parte del busto sul ceppo.

Alberico prese la parola:

«Popolo di Bullhornes Town! Come ormai avrete capito, non sono un semplice pellegrino, bensì un investigatore inviato dal Sommo Pontefice in Persona proprio qui, in questa splendida cittadina, per indagare i colpevoli dell’omicidio di Frà Malcom. Mentre indagavo, ahimè, altri due servi di Dio sono periti, uccisi da mani demoniache! Quelle mani sono ora dinnanzi a voi! Si tratta di un tale di nome Frank, un forestiero che spesso veniva qui in città a gestire dei loschi affari con un blasfemo uomo, un Frate! Un cane che aveva l’ardire di professarsi tale! Vi è poi un sicario, inviato da quei due per uccidere la mia persona! Giacciono esanimi qua, dinnanzi a voi, grazie all’eroismo della Guardia Cittadina, Frank ed il Sicario, tale Hack. In vita, dopo aver confessato i propri crimini e quelli dei propri compagni, vi è ancora l’eretico, il traditore della Fede! Quello che un tempo chiamavate con rispetto Frà Peter!»

Un coro di insulti e schiamazzi risposero ad Alberico.

Con un gesto delle mani, lui, placò la folla:

«Miei buoni cittadini, quest’uomo, in quanto Reo confesso di omicidio, spergiuro, strozzinaggio è condannato a morte per decapitazione!»

Solo una serie di mugolii uscirono dalla bocca di Peter, lo sguardo di terrore fisso su Alberico.

Il Prete sapeva che cosa volevano dire quei mugolii sommessi, volevano sicuramente rimproverarlo… Alberico immaginava le parole: “Mi avevate promesso un processo equo, in cambio del mio aiuto! Avevate promesso di risparmiarmi la vita!” ed ancora “io non ho ucciso nessuno, brutto bastardo! Mi hai incastrato! Chi ti ha pagato? Figlio di un cane!”

Ma Alberico sapeva che quel poveretto non le avrebbe mai potute pronunciare, quelle parole.

Per assicurarsi che il frate non si mettesse ad inveire su pubblica piazza, rivelando i segreti del Conte, dell’Arcivescovo, dell’Abate e di Lord McOwen, oltre alla palese corruzione di Alberico, venne deciso di mozzargli la lingua.

Il compito fu portato a termine, manco a dirlo, dallo stesso Alberico che, questa volta, nella solitudine della sala delle torture, pianse lacrime amare.

«Ma visto e considerato che quest’uomo, questo vile e spregevole essere, era inoltre investito di Funzioni Sacre, in quanto appartenente al Clero» continuò Alberico, «Tale condanna è doverosamente commutata!»

Un’ondata di fischi accolse quella dichiarazione; il popolo credeva in una specie di grazia, o uno sconto della pena… magari i lavori forzati a vita.

Ma non era così.

«Popolo di Bullhornes Town! Silenzio, ti prego! La condanna non è ridotta! Lui ha tradito voi, ma ha tradito anche la Santa Madre Chiesa ed il Nostro stesso Signore Gesù Cristo, insudiciando di sangue i sacri abiti che indossava, la funzione che rivestiva e tutti i riti Sacri che ha officiato! Dichiaro fin da ora che essi, nel nome di Dio nostro Padre sono da considerarsi validi, non potendo voi sapere delle gesta infingarde di quest’uomo! Ma egli, per ciò, merita una condanna esemplare!»

Un nuovo boato, questa volta di gioia mista ad ira.

«Boia, che osservi mentre mozzi le teste dei suoi complici, mentre le issi su delle picche. Che sia consapevole che lo stesso destina spetterà a lui, dopo che lo avrai evirato, avrà visto le sue parti intime issate su di una picca. In nome di Dio e della Santa Madre Chiesa, condanno poi, Peter, dopo essere stato mutilato, ad ardere vivo, come si conviene per gli eretici! In seguito, la sua testa sarà posta sulla medesima picca ove saranno infilzate le sue gonadi e le tre picche campeggeranno su questo palco per dieci giorni e dieci notti, come monito per chiunque osi infangare Dio stesso con i propri atti! Peter, hai delle ultime parole da pronunciare?»

A parte qualche mugolio, nulla uscì dalla bocca del condannato, del capro espiatorio.

Ma questo, Alberico lo sapeva già.

La condanna venne eseguita.

Le urla, quelle sì, di Peter, furono udite da tutti i presenti, sia mentre fu evirato con un coltellaccio poco tagliente, onde aumentare il dolore, sia, soprattutto, quando le fiamme lambirono il suo corpo, creando ustioni e vesciche.

Per ben cinque minuti da quando il boia diede fuoco al cumulo sottostante il condannato, Peter soffrì ed urlo, con le carni lambite dal caldo abbraccio della morte.

Poi, finalmente, le urla cessarono.

Tutto era finito.

Giustizia era stata fatta.

O quasi…

Alberico abbandonò il palco, mentre le fiamme divoravano ciò che ancora restava del capro espiatorio.

Partì subito a cavallo, veloce come il vento. Si sarebbe imbarcato sulla prima nave che avrebbe trovato, fosse stata diretta anche in Norvegia!

Doveva abbandonare l’Inghilterra prima di essere ucciso.

In teoria una scorta assegnatagli da McOwen avrebbe dovuto accompagnarlo al porto di Londra.

Sapeva che non sarebbe mai giunto a destinazione, se si fosse fidato di quegli individui.

Scappò.

Giunse al porto dopo una cavalcata di tre giorni e tre notti.

La bestia stremata e lui, forse, di più!

Cedette l’animale per un passaggio a bordo della prima nave che salpava per il Continente.

Salì a bordo di un mercantile diretto in Spagna.

Quando il porto di Londra fu lontano, trasse il più profondo sospiro di sollievo che avesse mai tratto nella sua intera esistenza.

Mise una mano in tasca, nella stessa tasca dove conservava gli stiletti per autodifesa: estrasse un sacchettino di cuoio e lo aprì.

Una polverina biancastra sulla sua mano.

Ripose con cura la polvere nel suo contenitore ed il contenitore nella tasca, ripensando a che cosa era successo pochi minuti prima dell’esecuzione:

 

“ Quando fu ricevuto dai quattro corruttori, nel palazzo di McOwen, fu invitato a bere della birra.

Alberico sapeva che quei quattro l’avrebbero fatta franca. E lui, non lo avrebbe permesso, a qualunque costo! La sua non era vendetta… era giustizia, la più pura del mondo! Già avrebbe dovuto torturare, di nuovo ed inutilmente sul patibolo il povero Peter, avrebbe fatto di tutto per restituirgli almeno un po’ di giustizia… a lui ed ai tre morti… avrebbe reso il loro riposo eterno… pacifico, consci che la giustizia avrebbe colpito tutti i colpevoli, per quanto fossero importanti!

E così prese una decisione che non avrebbe mai creduto ideabile dalla sua mente: avrebbe avvelenato quei quattro boriosi!

Sì, era una scelta poco onorevole ed il loro nome sarebbe restato intonso nei secoli… ma non sarebbero sfuggiti alla giustizia divina per anni ed anni, come prospettavano i quattro.

Alberico aveva notato nei loro precedenti incontri, la superbia di quegli uomini che si credevano intoccabili. Già altre volte, mentre gli ordinavano come avrebbe dovuto procedere la giornata dell’esecuzione di Peter, gli avevano offerto delle leccornie, salvo farsele servire, proprio per umiliarlo! Ma la superbia è un peccato capitale; nessun uomo può peccare mortalmente senza pagarne lo scotto!

Ed il Prete approfittò della situazione, di quella loro debolezza: nel suo kit aveva in dotazione un potente veleno proveniente da Oriente. I mercanti di Venezia lo vendevano ad un prezzo esorbitante, ma i clienti giusti avevano in mano quello che veniva chiamato il “Sale della Morte”. Era una specie di sale, appunto, inodore ed insapore, che poteva esser sciolto in qualunque fluido. Non dava nessun sintomo particolare, se non al terzo giorno dall’assunzione. Una tremenda emorragia squarciava le viscere di chi lo aveva assunto ed uccideva il malcapitato dopo ore ed ore di tremenda agonia. Non vi era nessun tipo di cura. Neppure il latte di papavero riusciva a lenire il dolore. Una tortura atroce come l’inferno!

Approfittando della superbia di quegli uomini, che magari ipotizzavano che lui non fosse in grado di uccidere in quel modo, visto che era un prete, aveva versato il veleno nella brocca di birra quando, per scherno, McOwen gli aveva ordinato di servirla a tutti. Aveva anche rabboccato il calice dell’Arcivescovo, per essere certo che la morte giungesse per tutti loro. E tutti bevvero avidamente quella superba bevanda”.

Guardando il blu del mare, nella rossa luce del tramonto, il Prete sorrise:

«Così dolce, così buona e così pericolosa… sarà per questo che i Pagani considerano la birra la bevanda preferita dagli stessi Dei? »

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.