Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 41/2017

13 ottobre 2017

Antichi stili di Paesi che furono: le spruce beer

Antichi stili di Paesi che furono: le spruce beer


 

Ottobre è iniziato, ha fatto indossare agli alberi la tipica veste dai colori caldi e in molte borgate d’Italia si sentono i profumi della vendemmia. Ma attenzione, perché anche le birre profumano di autunno.

 

Vorrei iniziare la nuova rubrica di Giornale della Birra “Antichi stili di Paesi che furono”, dedicata alle birre quasi dimenticate, parlandovi delle Spruce Beer. Come si intende dal nome (spruce in inglese= abete) sono birre in cui vengono impiegate le gemme di abete.

Queste birre hanno un’origine piuttosto antica che risale all’epoca delle grandi esplorazioni.

Si hanno testimonianze di produzione in due paesi molto distanti tra di loro: Danzica nel Regno di Prussia e il Nord America.

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Secondo la storia europea, il nome” spruce beer” deriva da un’alterazione della versione in tedesco Sprossen-bier, cioè birra-germoglio, poiché prodotta con aghi o nuove gemme di abete rosso norvegese. La parola Sprossen era, per i britannici (maggiori importatori di questa birra) priva di senso. Per questo motivo entrò nella lingua inglese la parola “spruce” che secondo gli oratori inglesi assomigliava alla pronuncia dell’espressione polacca “z Prus” (dalla Prussia, dove appunto si produceva la birra). Gli Inglesi dovettero aspettare più di un secolo e mezzo prima che la birra venisse chiamata così per il contenuto di gemme d’abete (Picea abies) e non per un’assonanza.  La spruce beer fu menzionata per la prima volta nel 1500 in un poema dal titolo Colyn Blowbolles Testament in cui il protagonista , Colyn, era particolarmente ubriaco e deciso a scrivere le sue volontà. Colyn scrisse una lista di bevande che voleva che fossero servite al suo funerale e tra dozzine di tipi di vini e idromele appare anche la spruce beer.

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In tedesco la Sprossen-bier veniva chiamata anche Danziger bier o Joppenbier.

Il nome Joppenbier deriva da Jopen, parola che sta ad identificare un largo boccale con cui si sorseggiava questa birra. Alla fine del 1500 la Joppenbier compare su un libro che trattava argomenti erboristici (New Book of Herbs) e viene così descritta: “… c’è in un bicchiere di questa birra molta più forza e nutrimento che in una pinta di birra ordinaria”.

Il processo produttivo era lungo e dispendioso. Il mosto doveva bollire per più di 10 ore fino a raggiungere valori altissimi di original gravity (1200-1260).  Dopo la bollitura il mosto veniva raffreddato fino a 12,5 °C e successivamente trasportato in tini di legno dove aveva inizio la fermentazione, intrapresa dalle muffe e da ceppi di lievito presenti nel legno. La decozione di gemme di abete o di coni veniva aggiunta al mosto prima dell’inizio della fermentazione.  Il prodotto finito presentava un colore molto scuro, quasi nero, e una densità degna di uno sciroppo. Il gusto era estremamente ricco e dolce (dovuto in parte dal glucosio non completamente disintegrato), ma presentava un’acidità dall’1% al 2%. Il tenore di alcol poteva oscillare dal 2,5% al 7%.

 

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Anche se la Joppenbier nacque nei territori dell’attuale Polonia, il maggior importatore e consumatore di questa birra fu la Gran Bretagna. Nel 1829 arrivarono 24.950 fusti da Danzica, il 98% di birra prodotta quell’anno venne tutta esportata in Gran Bretagna.

Crebbe così tanto di popolarità che dall’inizio del 1900 alcune aziende britanniche iniziarono la produzione di spruce beer seguendo la ricetta dei territori della Prussia.

Veniva apprezzata perché era ritenuta un toccasana per molti malanni come il raffreddore, la tosse e la febbre. Non bisogna dimenticare che le gemme di abete sono ricche di vitamina C. Per questo, molte pubblicità ritenevano addirittura che fosse utile nello sviluppo dei bambini, poteva essere assunta da sola, con l’aggiunta di zucchero o di acqua calda.

Insomma altro che pappa reale o olio di fegato di merluzzo! (Care mamme homebrewer so che ci siete, fateci un pensierino!)

Dal 20° secolo le aziende britanniche si concentrarono proprio sull’aspetto curativo, e la J.E. Mather and son consigliava di mischiarla con la limonata in modo da creare una nuova bevanda non solo dissetante ma anche curativa.

 

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Il percorso della spruce beer non fu facile e non sempre le sue proprietà curative riuscivano a salvarla dalle ingenti accise a cui era sottoposta. Nel 1931 sull’argomento intervennero addirittura dei membri del Parlamento che riuscirono ad esentarla dalle tasse e quindi a salvare la sua scomparsa. La spruce beer resistette fino al 2012 quando il sistema delle tasse cambiò di nuovo ed essa non risultò più esente dal pagamento dell’accisa. La vendita delle bottiglie diminuì sempre di più finché nel 2013 la produzione cessò del tutto, in quanto anche i compratori più anziani e affezionati non riuscirono ad affrontare l’elevato aumento del prezzo.

 

La storia delle spruce beer ci fa sognare attraverso paesi che furono e attraverso i secoli. Secoli di tradizioni birrarie che vedranno nascere micro birrifici anche all’interno di accampamenti militari. Se volete saperne di più non vi resta che aspettare la seconda parte dell’articolo sulle spruce beer del Nord America.

Alessia Devoli
Info autore

Alessia Devoli

Sono nata e cresciuta nelle campagne piemontesi, precisamente in Val Pellice. Coltivo i miei interessi, le mie gioie e i miei dolori tra Nord e Sud Italia cioè tra Piemonte e Calabria, la Regione che ha dato i natali a mio padre e ad una parte della mia famiglia.
L’amore per la terra e per i suoi frutti mi spingono a frequentare l’Istituto Agrario di Osasco (TO) dove conseguo il diploma di Agrotecnico nel 2013. Dopo un periodo di chiusura totale verso il mondo agricolo, capisco di esserne ancora affascinata e attratta e decido di alzare gli occhi dai miei amati romanzi per posarli su altri libri dal carattere più tecnico. Inizio ad appassionarmi di vino, poi capisco che il mondo della birra, soprattutto quello della birra artigianale, e un terreno inesplorato e scelgo di percorrerlo. A fine 2015 mi iscrivo al corso ITS Mastro Birraio a Torino ed inizio ad intraprendere il corso di studi dedicato interamente alla birra, ai malti, ai luppoli, alle degustazioni e alle analisi. Nel giugno del 2016 viene pubblicato su un quadrimestrale locale di stampo religioso un mio articolo ” La corale valdese di Luserna San Giovanni ieri e oggi:1866-2016″ e capisco che la mia passione per i libri e la scrittura può pian piano uscire allo scoperto. Nello stesso periodo divento socio Green Slow Food.
Acquisirò nel 2017 il Diploma di Tecnico Superiore Mastro Birraio dopo aver effettuato un periodo di stage formativo nel settore.
Con la mia partecipazione al team di Giornale della Birra contribuirò a divulgare la cultura della birra artigianale, ma anche dell’agroalimentare e a suscitare curiosità nel lettore ancora poco interessato o diffidente verso il mondo agricolo e del buon bere