Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 17/2016

26 aprile 2016

Birrificio Pontino: un mix esplosivo di passione, sfrontatezza e identità territoriale

Birrificio Pontino: un mix esplosivo di passione, sfrontatezza e identità territoriale


 

Birrificio Pontino è una delle realtà più giovani e interessanti della scena brassicola italiana e Giornale della Birra non poteva mancare una visita ed un’intervista per approfondire la conoscenza delle birre e della produzione. Durante il sopralluogo all’impianto sono riuscito a rubare 5 minuti di conversazione  a Matteo Boni, Umberto Cannizzaro e Egidio Palumbo, approfondendo il loro modo di intendere l’arte di fare la birra.

 

Matteo come nasce l’idea di creare un birrificio tutto vostro?

Nasciamo come gruppo di amici appassionati di birra, la nostra sete ci portava a sedere al bancone di quello che veniva definito come il luogo di riferimento per la nostra amata bevanda luppolata: il “Ma che siete venuti a fa” di via Benedetta nel quartiere di Trastevere a Roma. Iniziammo a conoscere le prime birre di tipo artigianale e così, quasi per gioco, io, Stefano, Davide e Gianni abbiamo provato a farne alcune tutte nostre: i risultati, anche un poco a sorpresa, erano abbastanza buoni, l’unico problema era la breve durata dei fusti ottenuti. Quindi, cercando sempre di migliorare le nostre birre e soprattutto di farne di più, abbiamo deciso di trasferirci in un locale con apparecchiature più adatte per i progetti futuri. Il primo impianto utilizzato era quello venduto da “L’Olmaia” con soli due fermentatori, ai tempi più che un birrificio potevamo definirci come un’ associazione birraia composta da amici uniti tutti dalla stessa passione per la birra. Il nostro apprendistato in Norvegia con un mastro birraio del calibro di Mike Murphy e la possibilità di poter disporre successivamente di un nuovo impianto più grande sono state le chiavi per farci entrare come Birrificio Pontino in una scena brassicola italiana che di lì a breve avrebbe ottenuto consensi e successi sempre più in ascesa.

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Direi un capitolo a parte va dedicato al vostro incontro con Mike Murphy. Come vi siete conosciuti e cosa rappresenta per voi?

Mike è visto come colui che ha portato la birra artigianale in Italia, le sue creazioni di stile americano erano completamente diverse dalle birre presenti nella capitale. La nostra conoscenza è avvenuta durante la crociera “Un mare di birra” per il compleanno del “Ma che siete venuti a fa” c’è stato subito un grande feeling tra noi, lo stesso che ci ha portato a considerare il maestro americano prima di tutto un fratello e poi la guida fondamentale nel nostro percorso. In quel periodo eravamo alle prese ancora con il primo impianto e c’era qualche incertezza nella nostra birra, così Mike, non esitò a invitarci in Norvegia nel birrificio per il quale lavorava “Lervig Aktiebryggeri”, per fare un poco di apprendistato. È stata  proprio quell’esperienza a darci la base solida e la sicurezza necessaria per migliorare la nostra birra.

 

Umberto, vedo che lavori insieme a Matteo alla preparazione delle varie birre. Le vostre birre si caratterizzano per l’uso di un lievito liquido e di molti ingredienti locali, come mai questa scelta?

Intanto parte tutto dal nostro nome Birrificio Pontino. Cerchiamo di mostrare il nostro legame con  il territorio utilizzando durante la produzione delle materie prime tipiche dell’Agro Pontino che danno sicuramente una marcia in più alla birra. Il tutto viene abbinato ad un lievito liquido, la cui gestione è molto difficile ma con la giusta attrezzatura ci da dei sapori e degli aromi che altri non conferiscono. Sicuramente, anche se si usano delle buone attrezzature, il rischio di fare un flop è molto elevato, però i risultati sono ottimi e soprattutto credo che il rischio e la sfrontatezza caratterizzano un poco tutta la storia del nostro birrificio.

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Egidio, ti occupi della parte commerciale, come avete partorito delle etichette così belle e accattivanti? Credi che nel panorama italiano questo sia un lato trascurato da molti birrifici?

Alla base c’è un vero e proprio studio grafico con Ascanio Malgarini che si occupa di comunicazione e ha progettato il layout delle prime etichette, ci è piaciuto perché rappresentava perfettamente il nostro stile e abbiamo deciso di replicarlo sui prodotti successivi. Secondo noi la birra, anche attraverso la grafica, deve trasmettere le emozioni del birraio. Inoltre ci sono anche rimandi alla storia: per esempio, “La Zitella” e la “Alaaf Kolsch” si ispirano entrambe a dei tipici stili tedeschi caratteristici rispettivamente delle città di Dusseldorf e Colonia omaggiandole nel modo più irriverente possibile, fare riferimento a una manifestazione goliardica come il carnevale.  Per quanto riguarda il panorama italiano ultimamente c’è una modernizzazione, ho visto diversi birrifici che hanno cambiato la grafica e il layout dello loro birre. Bisogna ispirarsi agli americani, maestri in questo campo, che si servono della comunicazione  per educare il consumatore alla fruizione di un prodotto artigianale, diverso dalla classica birra bionda industriale.

 

La domanda adesso sorge immediata, la parte grafica di una bottiglia è importante quanto la birra che c’è dentro?

Sicuramente può fungere da volano per i fruitori che si affacciano per la prima volta al mondo della birra artigianale e davanti ad un frigo dove ci sono tante birre quella con gli elementi grafici più accattivanti può senza dubbio avere la possibilità di attrarre dei clienti. Poi una volta diventati conoscitori il prodotto e il marchio diventano sinonimo di qualità e sicurezza.

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Parlando di marchio, che progetti avete per il futuro?

Cerchiamo di sfruttare il forte legame con il territorio per rafforzare ed espandere il nostro marchio, sia tramite le varie collaborazioni con locali della zona sia con la creazione di una taproom nel nostro birrificio, che contiamo di aprire nel giro di pochi mesi, così da dare la possibilità ai fruitori e ai clienti di bere direttamente qui le nostre birre.

 

Matteo sei partito dall’ hombrewing, qualche consiglio per gli homebrewer che sognano di fare proprio come te della loro passione un lavoro?

L’ambiente oggi è molto più competitivo, bisogna innanzitutto avere una solida base formativa da vero e proprio professionista. Uno stage, come in ogni lavoro, assume un importanza fondamentale, avere un birrificio non è fare la birra, ci vuole molta esperienza, passione ma soprattutto assaggiare molte birre al bancone.

Simone Vitti
Info autore

Simone Vitti

Sono un laureando in Scienze della comunicazione alla Sapienza di Roma. La mia passione per le birre artigianali nasce nella mia amata Terracina quando, poco più che diciottenne, nel locale di fiducia arrivano le prime birre “strane”. Tempo di fare due chiacchiere riguardo quelle nuove bottiglie con il gestore del locale, il mitico Mozzarella, e subito la mia curiosità mi porta a provarne qualcuna. Ogni Sabato ormai assaggiavo qualcosa di diverso dalle solite birre, c’erano alcune di importazione belga, altre scozzesi e addirittura alcune di qualche birrificio italiano.
Quando mi trasferisco a Roma per motivi di studio, nel tempo libero, inizio a frequentare diversi beer shop e locali della città potendo così soddisfare la mia curiosità e sete di nuove birre. Mi avvicino sempre più al mondo dell’ artigianale e riesco ad ampliare la mia conoscenza partecipando ai primi festival sempre spalleggiato dal mio prode compagno, già esperto conoscitore della scena brassicola romana, nonché mentore: l’Altone.
Sono anche un grande amante di calcio e basket, che pratico tutt’ora, e in questi anni da studente fuori sede ho maturato una profonda convinzione: sorseggiare una buona birra artigianale mentre si guarda una partita la rende decisamente più bella.
Tra festival, degustazioni e bevute, rigorosamente al bancone, sono riuscito a portare avanti i miei studi e arrivato all’ultimo step universitario decido di coniugare studio e passione: tesi sulla birra artigianale work in progress.