Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana

Numero 17/2016

27 aprile 2016

Chakalow: la birra africana a rischio di estinzione!

Chakalow: la birra africana a rischio di estinzione!


 

In Burkina Faso e in svariati paesi del Sahel, nell’Africa Sub‐Sahariana viene prodotta una birra artigianale a base di miglio fermentato, chiamata chakalow, tchapalo, kojo o dolo a seconda dei dialetti locali.

L’impiego del miglio trova giustificazione nel fatto che questa specie vegetale è particolarmente resistente alla siccità e s​i presta, quindi, per la coltivazione in aree aride o semidesertiche e su suoli poveri.

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miglio

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La semina si effettua a partire dalla primavera avanzata e nell’arco di 3 – 4 mesi le cariossidi sono pronte per la raccolta. Grazie a queste sue peculiarità, la coltivazione del miglio  rappresenta la coltura principale di alcune ​ regioni dell’Asia e dell’Africa e garantisce il sostentamento a milioni di persone. Oltre alla preparazione di impasti e pani, la granella è alla base della produzione del  chakalow. La bevanda richiede alcuni giorni di lavorazione ed è tradizionalmente preparato dalle donne.

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chakalow1

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Per prima cosa si immerge il miglio in acqua per un periodo che va dalle sette alle dieci ore e viene lasciato germogliare, coperto con foglie di manioca o taro per mantenerlo umido. Successivamente viene lasciato asciugare al sole per tre giorni, quasi a simulare il processo di maltatura industriale.

Una volta asciutto il miglio viene macinato, riposto in una pentola  (chiamata canari) con acqua e cotto per sei, otto ore.

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tchapalo2

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Il liquido filtrato ottenuto è chiamato “tossé”. Al liquido si aggiunge del lievito e si lascia fermentare durante la notte.

Il risultato è il chakalow, una bevanda alcolica semi-fermentata che con il tempo continua a fermentare, aumentando quindi il tasso alcolico.

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tchapalo1

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Poiché non si conserva a lungo, il chakalow è venduto solo a livello locale e deve essere consumato poco dopo la sua produzione. Questa ragione e la concorrenza con birre importate rendono difficile la sopravvivenza della tradizione, poiché le persone tendono a consumare prodotti di più lunga durata.

Una birra da conoscere e da salvare!

Massimo Prandi
Info autore

Massimo Prandi

Un Albese cresciuto tra i tini di fermentazione di vino, birra e… non solo! Sono enologo e tecnologo alimentare, più per vocazione che per professione. Amo lavorare nelle cantine e nei birrifici, sperimentare nuove possibilità, insegnare (ad oggi sono docente al corso biennale “Mastro birraio” di Torino e docente di area tecnica presso l’IIS Umberto Primo – la celeberrima Scuola Enologica di Alba) e comunicare con passione e rigore scientifico tutto ciò che riguarda il mio lavoro. Grazie ad un po’ di gavetta e qualche delusione nella divulgazione sul web, ma soprattutto alla comune passione e dedizione di tanti amici che amano la birra, ho gettato le basi per far nascere e crescere questo portale. Non posso descrivere quante soddisfazioni mi dona! Ma non solo, sono impegnato nell’avvio di un birrificio agricolo con produzione delle materie prime (cereali e luppoli) e trasformazione completamente a filiera aziendale (maltazione compresa): presto ne sentirete parlare!