Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana
12 marzo 2016

La morte ha il gusto del luppolo: diciassettesimo capitolo

La morte ha il gusto del luppolo: diciassettesimo capitolo


 

Alberico rientrò di corsa nell’edificio del monastero e, con fare minaccioso si mise a gridare ai sette venti “Abate, dove siete?!” ed anche il suo nome.

Tutti i frati  si scostavano da lui, cedendogli il passo, quasi come se fosse un lebbroso dal quale era meglio, per ovvie ragioni, stare lontano.

La sua spasmodica ricerca ebbe buon esito in poco tempo.

Il prete scovò l’Abate in ginocchio, dinnanzi al crocifisso della cappella, intento a pregare e a tremare come una foglia.

«Eccovi! Ho delle domande! Seguitemi!»

Il frate continuò la sua preghiera ad alta voce, quasi nell’assurdo tentativo di mascherare la frase di Alberico con il suono della propria voce.

«Muovetevi! Non insozzate ulteriormente la casa di Dio!»

L’investigatore Vaticano, con fare risoluto, afferrò il braccio dell’anziano e lo trasse in piedi con un violento strattone.

«Non volevate parlarmi? Beh, per vostra fortuna anche io voglio parlare con voi!»

Trascinò il vecchio che, destatosi come da un incubo, protestò verbalmente:

«Voi non potete trattarmi così! Io sono l’Abate di questo convento e non debbo obbedienza neppure a Voi! Ma… »

«Sapete benissimo che me la dovete! Inutile spiegarvi nuovamente la mia posizione e la vostra».

«Dove… dove mi portate?»

«In un posto speciale! Camminate, forza! O giuro su Dio che vi trascinerò in modo molto violento!»

Atterrito ed incapace di resistere alla forza bruta di un uomo di trentacinque anni più giovane, il vecchio, le mani conserte in preghiera, inizio a camminare, il passo lento di un uomo che va al patibolo e vuole, inconsciamente, prolungare la propria vita di qualche secondo.

I sottoposti dell’abate, tentarono una modesta protesta che si spense non appena Alberico iniziò ad urlare promettendo la forca a chiunque avesse intralciato le indagini.

I frati erano solamente dei pusillanimi, incapaci di ergersi contro chicchessia.

I due giunsero, infine, nella sala personale di Alberico, la cella dove aveva torturato Peter.

L’interrogato era ancora lì.

Era coperto del suo stesso sangue, assiso su di una sedia senza sedile.

Dopo ore in quelle condizioni, il torturato era svenuto, forse per il troppo dolore.

In quella scomoda seduta, Alberico ne era certo, con il passare delle ore le cosce e le natiche dell’uomo si erano piagate ed il legno spigoloso e scheggiato era ormai a contatto con la carne viva dell’uomo.

Una volta entrato nella cella con il suo ospite, il prete intimò all’Abate di sedersi a fianco di Peter, su di una sedia normale.

L’Anziano, sommessamente, obbedì; lo sguardo basso.

Alberico, senza dire una parola, versò dell’acqua da una brocca in un bicchiere; interrogare faceva faticare e bisognava reidratarsi; la brocca era stata portata prima del primo interrogatorio.

Lanciò l’acqua in volto a Peter che, quasi come se stesse annaspando, si destò di soprassalto e tossì rumorosamente.

«Buongiorno, mio caro Peter! Come andiamo? Comodo?»

«Vi prego… vi ho detto tutto quello che sapevo… lasciatemi andare…»

Senza rispondere, Alberico si voltò verso l’Abate:

«Vedete? Quest’uomo è stato  interrogato a fondo. Notate le sue unghie scarnificate, le sue dita spezzate ed il gonfiore innaturale dei suoi arti. Questo è quello che vi attende, se non collaborate».

«Che diavolo volete da me? Perché mi avete trascinato qui? Io sono dalla vostra parte! Per Dio, sono i miei frati che muoiono e voi volete torturare me?»

«Vedete, vi debbo rivelare una cosa: l’uomo che giace esanime nel cortile, mi ha confessato in punto di morte di essere stato assoldato da voi per compiere un omicidio… che deprecabile situazione!» il tono del prete era sarcastico, atto ad intimorire.

«Ora: o collaborate, oppure confesserete in altro modo. Vi assicuro che mi chiederete di morire, pur di porre fine al vostro tormento!»

«Voi… voi torturereste un vecchio?»

«Ammetto che l’idea non mi aggrada, Abate. Ma sapete come si dice? Il fine giustifica i mezzi».

«Vi prego… lasciatemi andare…» era Peter che implorava.

«Peter, Peter… avete sbagliato ancora una volta frase… ora vi userò per dimostrare al nostro comune amico che non scherzo».

Alberico appoggiò il proprio piede su quello martoriato di Peter, dalle unghie strappate e dalle dita martellate le cui ossa erano state frantumate.

Subito non fece alcun peso ma, al contrario, accarezzò con la suola liscia delle sue calzature la carne gonfia e livida.

La sensazione che provò Peter in quel momento, Alberico ne fu certo, fu un misto di brividi e piacere.

Poi, come se niente fosse, all’improvviso, il prete spostò tutto il proprio peso facendo perno proprio su quel piede: settantacinque chili circa si scaricarono in un attimo su quell’arto che era lo spettro di sé stesso.

L’urlo che seguì avrebbe fatto congelare l’inferno.

Ed anche il cuore dell’Abate né fu profondamente scosso!

«Vedete, caro Abate? Questo è solo un assaggio di quello che vi attende!»

Scese dal sanguinolento piedistallo e si diresse verso il contenitore che conteneva la corda di canapa annodata e la afferrò.

«Ti prego… lasciami andare…» la voce di Peter era rotta dal pianto.

«Ancora una volta, mio caro, hai sbagliato supplica. Per questo daremo un’altra dimostrazione all’Abate».

Fece roteare la corda che iniziò a sibilare tagliando l’aria.

Fu un attimo.

Un movimento talmente fulmineo da essere a malapena percepibile.

Poi quel suono.

Un sonoro  “SCIAFF”, come il più vigoroso dei manrovesci.

Peter che perse il fiato, gli occhi fuori dalle orbite e sbarrati, un rigagnolo di  bava che precipitò al suolo dagli angoli della bocca.

Un rantolio.

Un altro.

Un ennesimo ancora più profondo.

E poi l’urlo liberatorio!

Assordante.

L’Abate, inorridito, si mise a piangere.

«Piaciuto lo spettacolo? Pensa che comincerò proprio da questo, con te!»

Senza attendere risposta, Alberico si voltò di scatto e vibrò un altro colpo ai genitali di Peter che sobbalzò sulla sedia.

Un altro colpo.

Un altro ancora!

Con la sola forza della disperazione, Peter riuscì ad urlare delle parole:

«BASTA! BASTA! TI PREGO, UCCIDIMI! UCCIDIMI ORA MA NON CONTINUARE!»

Alberico esibì un sorrisetto di soddisfazione:

«Bravo, Peter! Era questa la supplica che volevo sentire! Ora non servi più per la dimostrazione».

Voltandosi verso l’Abate, la corda ancora ben stretta in mano, gli disse:

«Dimmi perché hai assoldato quel frate per uccidere, ammesso che fosse un frate!»

«Non so di cosa stai parlando!»

«Risposta sbagliata!»

Il nodo di canapa legata si abbatté sulle reni del vecchio che annaspò.

«Sospettavo di Voi già da un po’, in vero. Da quando ho capito che le morti erano legate ai traffici di birra del convento, non me la sono sentita di escludervi dalla lista dei sospetti… il nostro amico comune, quello che si è preso una lancia in corpo, me lo ha confermato. Il vostro successivo comportamento, nella cappella, ha fugato ogni mio dubbio. Raccontatemi tutto. Parlate, oppure comincerò a strapparvi un lembo di carne alla volta!»

La minaccia era reale, un coltello con la punta uncinata venne estratto dalla “borsa degli attrezzi” di Alberico.

«No… No, no, no!»

La lama si avvicinava.

Quando fu a meno di un centimetro dall’occhio del frate, lui iniziò a parlare:

«E’ complicato!»

«Rendetelo semplice».

«Loro…mi uccideranno…»

«Vorrei farvi notare che Peter ha appena implorato di essere ucciso, pur di non essere ulteriormente torturato. Va da sé che ci sono cose peggiori della morte, non credete?»

«Che cosa mi succederà?»

«Preoccupatevi di cosa vi succederà se non parlate».

«Parlerò! Ma mi dovrete concedere una morte rapida».

«Non siete nella condizione di negoziare!»

«Sono un povero vecchio! Lasciate che muoia senza soffrire troppo!»

«Facciamo così: voi parlate e vi assicuro che, finché parlerete, non vi torcerò un capello».

«Sarò condannato a morte?»

«Sarà deciso in fase processuale».

«Andiamo, il giudice sarete voi… saprete già la mia condanna, immagino… e poi… io ho agito solo per il bene di questo convento e per la Gloria della Chiesa!»

«Vi assicuro che verrà tenuto in considerazione. Ora, prima che mi spazientisca, iniziate a parlare… oppure vi farò parlare io».

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.