Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana
9 gennaio 2016

La morte ha il gusto del luppolo: ottavo capitolo

La morte ha il gusto del luppolo: ottavo capitolo


Alberico scese le scale della taverna con calma.

Sapeva già che cosa chiedere all’oste e come ottenere le informazioni desiderate.

Per sua fortuna, le casse Vaticane gli avevano concesso un lauto prelievo, onde convincere pacificamente il popolo a collaborare.

«Buon John, posso disturbarti ancora un attimo?»

«Ti sei divertito, Alberico?»

«Diciamo che l’incontro ha sortito l’effetto desiderato».

«Ne sono contento. E che cosa posso darti ancora io, che non ti sia già stato donato da Jesse?»

«Parole, informazioni… un nome».

«Tengo molto ai miei clienti, spero che tu mi capisca…»

«Perfettamente» due monete del conio Vaticano tintinnarono sul lurido bancone.

«In vero, Alberico… un conto è darti informazioni su di un morto, un conto è mettere nel letame i miei clienti… tu, prima o dopo te ne andrai, ed allora anche questo piccolo tesoro sarà in breve tempo finito. I clienti resteranno. È grazie a loro se posso vivere e guadagnare. Se venissero mai a sapere che per due monete sono disposto a venderli… potrebbero smettere di frequentare la mia locanda, tu capisci…»

«Sono conscio della tua giustificabile riluttanza… ma non sai neppure quello che ti voglio chiedere».

«Allora, dunque, chiedi. Ma non ti garantisco nessuna risposta».

«Vorrei sapere il nome del tizio che, a detta della bella Jesse, si intratteneva, si ubriacava e litigava spesso con il defunto Frà Malcom».

«Credi che…»

«Non si può escludere».

«Lui, effettivamente, non è un cliente pagante. O meglio, non è un cliente abituale».

«Ah, no? Fai anche credito ai clienti non fissi?»

«Io non faccio credito a nessuno, beninteso! Ma lui non pagava quasi mai. Era sempre Malcom a pagare le consumazioni di tutti e due».

«Capisco. E lo hai ancora rivisto, dopo la dipartita di Frà Malcom?»

«Fammi pensare… no, effettivamente non si è più visto. E veniva una volta alla settimana, in media».

«Il nome?»

«Alberico… te l’ho detto, i miei clienti…»

«John, amico mio… Come hai detto tu, quell’uomo non pagava mai, quindi non si può definire propriamente un tuo cliente abituale, sbaglio? In più… beh, non essendosi più presentato da quando è avvenuto il… il fattaccio, chiamiamolo così, beh… direi che quell’uomo si possa ritenere un sospetto, per ciò che concerne la prematura dipartita di Frà Malcom, non credi? »

«Suppongo di sì. Alberico, dove vuoi arrivare?»

«E’ presto detto: tu sei sicuro di voler rischiare tutto, compresa la tua stessa vita, per non darmi delle informazioni su di un uomo sospettato dell’omicidio di un frate?»

«Io non c’entro nulla, di che cosa mi accusi?»

«Di nulla! Ma se copri un sospetto… Beh, le cose si complicano. Potresti essere considerato un complice da un tribunale. E se io fossi un testimone in tale processo… non potrei esimermi dal dire la verità. Tu capisci, amico mio…»

«Non credo che l’amicizia si basi su minacce».

«Oh, io non ti sto minacciando, amico caro! E non ne avrei neppure il potere! Sono solo un povero pellegrino… molto curioso, in vero, ma nient’altro che un prete che come è venuto se ne andrà.» mentì Alberico.

«In vero, non capisco il perché ti tanta curiosità. Se tanto tra poco te ne andrai, che cosa ti spinge ad indagare sulla morte di Malcom?»

Alberico stava tirando un po’ troppo la corda, se ne rendeva conto.

Stando in giro per Bullhornes Town a fare domande a destra e a manca, stava dando troppo nell’occhio.

L’uomo di cui stavano discorrendo lui e John era un sospettato, questo era fuori da ogni dubbio! Ma, d’altro canto, un sospettato non è necessariamente l’omicida.

Il prelato non poteva rischiare che qualcuno sentisse quei discorsi ed interpretasse il fatto come la realtà; non poteva permettere che la gente cominciasse a vociferare sul Prete Investigatore.

Doveva mentire!

E doveva fare in modo che quella bugia fosse credibile.

In fondo… Il colpevole poteva essere chiunque…

Dall’Oste John alla splendida Baldracca Jesse, ad uno qualsiasi dei clienti in quel momento presenti nella taverna.

«Prometti di mantenere il mio segreto?» chiese sottovoce Alberico a John.

«Croce sul cuore».

Il prete sapeva di non potersi fidare dello scaltro locandiere; alla prima occasione utile o alla prima moneta scucita, egli lo avrebbe tradito, se solo gli fosse convenuto.

La menzogna era la soluzione:

«Malcom ed io eravamo amici. Ci conosciamo da lunga data, da quando ero al servizio del Vescovo Benelli, a Firenze. Lui era venuto in Italia per un pellegrinaggio. Per giungere a Roma, dove esso si sarebbe concluso, fece tappa a Firenze, dove lo conobbi. Aveva i piedi ricoperti di purulente e sanguinanti piaghe ed io, che allora ero ancora un semplice studente presso il Seminario Fiorentino, in quel periodo prestai servizio presso la Foresteria del Vescovado, ove alloggiavano i pellegrini appartenenti al Clero. Lì conobbi Malcom. Mi fece assaggiare la sua birra; già allora beveva un po’ troppo. La teneva in una borraccia in pelle, il tappo di sughero. Ricordo ancora quel sapore; io non avevo mai assaggiato la birra. Gli feci provare il mio vino, i miei genitori erano vignaioli. Gli piacque. Restò un paio di settimane nella foresteria, onde curare le sue piaghe. Conservo ancora il suo ricordo e, come gli promisi allora, sono venuto a fargli visita durante il mio personale pellegrinaggio. Salvo giungere qui e scoprirlo cadavere, vittima di un omicidio!» Alberico esibì un segno della croce, le mani conserte in seguito.

Un’esibizione degna di lode!

«Quindi vorresti vendicare il tuo amico?»

«Oh, no! Signore del cielo! Non potrei mai uccidere un altro essere umano, per quanto lo possa meritare! Vorrei però fare la mia parte, visto che sembra che l’ozio si sia impadronito delle guardie cittadine! Vorrei, qualora mi fosse possibile, metterli sulla giusta strada!»

«E poi, naturalmente, testimoniare al processo».

«Chiaramente. Ecco perché desidero la tua collaborazione! Non vorrei esser costretto a metterti nei pasticci per quel poco di buono!»

«Certo, certo. E come dicevamo… lui non è un assiduo cliente».

«Infatti».

«E potrebbe addirittura essere un omicida…»

«Già».

«Quindi, se non lo si arrestasse al più presto, potrebbe compiere altre malefatte, magari uccidere qualcuno dei miei clienti o addirittura me!»

«Vedo che ci intendiamo!»

«Mi hai convinto!» disse l’oste, non prima di aver allungato la mano per prendere l’argento che era depositato sul bancone.

«Perfetto! Allora, mio buon John, questo nome?»

«Il nome non lo so. Ma posso descriverti il personaggio, se vuoi».

«E’ un buon inizio».

«Dunque: capelli biondo cenere, lunghi fin quasi a metà schiena. Occhi scuri e vacui… ora che ci penso, sembrano veramente gli occhi di un pazzo! Alto, massiccio, un’abbondante pancia da beone. Dagli stracci che indossava e dal luridume che aveva addosso… non credo che sia ricco. Ho notato anche le sue mani: callose e macchiate di nero. Credo che sia un fabbro o un maniscalco. Dalla parlata… beh, non credo che sia di queste parti, no! Penso che sia scozzese, il confine, in fondo, è vicino».

«Perfetto. Altro?»

«Per ora non mi viene in mente nulla».

«Confido che se ti ricordassi altro me lo verrai a dire, giusto?»

«Non mancherò sicuramente!»

«Ancora una cosa: se si facesse vivo da queste parti, potresti trovare il modo di avvisarmi?»

«Ovviamente».

«E’ stato un piacere, John!»

«Torna a trovarmi, Alberico».

I due si salutarono.

Il prete salutò i bambini a cui aveva offerto il pasto che, riconoscenti, lo abbracciarono calorosamente.

Forse, da quando i loro veri genitori erano venuti a mancare, nessuno si era mai più dimostrato così gentile con loro gratuitamente.

Quella spontanea manifestazione di affetto scaldò i cuori di tutti e tre.

Una volta che Alberico si accomiatò dai due, tornò al monastero.

La notte, a lui, non portò né sonno né consiglio.

Studiò ancora una volta tutte le carte in suo possesso, mise nero su bianco i resoconti, i racconti e le descrizioni ottenuti al “Black Horse”, in modo da non dimenticare neppure la più piccola informazione.

Se fosse stato vero, se il colpevole fosse stato realmente il presunto scozzese di cui aveva sentito parlare allora, forse, l’omicidio sarebbe restato irrisolto.

Ed il colpevole sarebbe stato condannato in contumacia.

Per un attimo lo sconforto lo assalì.

Giunse le mani e, dinnanzi al crocefisso di legno appeso al muro di pietra della sua cella, iniziò a recitare una preghiera che, in cuor suo, avrebbe desiderato più consolatrice di quello che fu in realtà.

 

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.