Settimanale divulgativo, tecnico e professionale dedicato alla birra italiana
27 febbraio 2016

La morte ha il gusto del luppolo: quindicesimo capitolo

La morte ha il gusto del luppolo: quindicesimo capitolo


Al convento sembrava esserci una processione.

Alberico la guidava, seguito a ruota dal Capitano Fredor e da McOwen.

Sul posto erano già assiepati, come gli eredi al capezzale di un ricco moribondo, tutti i frati.

Il primo dei pellegrini improvvisati era l’Abate con tutti i suoi al seguito disposti in cerchio attorno al cadavere…

Più simili ad avvoltoi curiosi che a uomini di Fede in preghiera.

Tra gli uomini vestiti di saio serpeggiava, in modo tutt’altro che silenzioso, il terrore di essere tutti delle possibili vittime.

Tutti avevano il timore di essere la prossima vittima di quel folle che continuava a mietere vittime indisturbato.

Non appena il trio giunse dinnanzi alla cella ove era riverso l’ennesimo cadavere, tutti gli sguardi si fissarono su Alberico.

L’abate si scostò dalla folla, quasi trasalito.

Con lo sguardo folle di chi ha paura di morire si diresse a grandi falcate, quella che per un vecchio infermo aveva tutta l’aria di essere una corsa a perdifiato, verso l’investigatore Vaticano.

«Per l’amor di Dio! dove eravate? Possibile che quel criminale abbia potuto…»

«Adesso basta!» intimò sibilando Alberico, «Padre, io e lei abbiamo una chiacchierata da fare. Ma non qui e non ora».

Il prete notò lo sguardo perduto dell’Abate che, forse istintivamente, oppure per caso, si spostò dai suoi occhi per tuffarsi in quelli di Fredor e, successivamente, in quelli di McOwen.

Un caso?

Alberico non credeva alle coincidenze.

E quel caso si stava infittendo sempre di più… e per un investigatore credere alle coincidenze non solo era deleterio per le indagini, ma era anche la prova dell’idiozia più estrema!

Il prete fece una panoramica con lo sguardo di tutti i presenti:

«Qualcuno ha toccato il cadavere?»

Nessuna risposta.

«Qualcuno ha toccato questo poveretto?»

Ancora nessuna risposta…

«Santo Cielo! Ho fatto una domanda ed esigo una risposta! Qualcuno ha toccato il cadavere o qualunque cosa fosse in questa stramaledettissima cella?»

Una specie di coro sommesso rispose negativamente.

«Perfetto. Ora ditemi chi è questo poveraccio e poi, rapidamente e silenziosamente, levatevi di torno! Che nessuno lasci il monastero, tranne Lord McOwen ed il Capitano Fredor. Loro sono liberi di andare. Capitano, potreste disporre un paio di soldati all’ingresso del monastero? Che nessuno esca o entri fino ad un mio nuovo ordine».

«Come desiderate» rispose cortesemente il soldato che, si intuiva, non sembrava molto incline a farsi comandare da un prete. Ma, d’altro canto, non poteva esimersi dall’obbedire.

Il capitano abbozzò un inchino e si congedò, accompagnando Lord McOwen fuori da quel luogo denso dell’acre odore della morte.

Una volta che Alberico seppe che il nome del frate riverso a terra era Albert, fece uscire tutti dalla cella.

Solo l’Abate si trattenne sull’uscio:

«Non temete, Abate. Io e lei ci vedremo più tardi nel suo studio. Potete andare».

«Volete squartare un altro dei miei frati? A che scopo? Non mi sembra che con i vostri metodi si sia raggiunto un obiettivo! Avete individuato un colpevole? Avete…»

«A dopo, Abate!»

«Io non tollero che…»

«A DOPO!» urlò Alberico, categorico, terrificante.

L’Abate non potè esimersi dall’obbedire, dileguandosi.

Il prete, solo che fu, si potè concentrare sull’analisi della scena del crimine e del corpo.

Notò subito che vi era stata una colluttazione.

I pochi averi del frate ucciso erano a terra, alcuni erano rotti. Per lo più erano oggetti in terra cotta, bicchieri e piatti. Vi era anche un grande cucchiaio in legno o, per meglio dire, il manico del cucchiaio spezzato a metà.

Esso si era spezzato, con ogni probabilità, durante un urto.

Era un oggetto in legno molto duro che durante la vita del frate era stato usato per rimestare grandi quantità di cibo, viste le sue dimensioni. Era un arnese tipico delle cucine di un convento o di una caserma: un attrezzo grande e resistente che serviva a preparare il cibo per un gran numero di persone.

Alberico, nel tentativo di ricostruire il corso degli eventi, ipotizzò che il povero Albert avesse opposto la propria strenue resistenza proprio con quell’oggetto che, nell’urto con l’aggressore, si era rotto.

Prima di indagare a fondo sulle condizione della cella, Alberico deviò il proprio interesse sul corpo.

Esso non era nella solita posizione, a pancia in giù, come gli altri cadaveri.

Era sdraiato a pancia in su, invece, probabilmente nella posizione in cui era passato a miglior vita.

Notò che sotto al pomo d’Adamo vi era un ematoma che ricordava una “V”.

Con ogni probabilità l’aggressore aveva soffocato il malcapitato con una specie di corda e l’aggressione era avvenuta frontalmente.

La “V” poteva significare che in quel punto si era verificato l’incrocio dei due estremi della corda.

Se l’aggressione fosse avvenuta alle spalle, invece, solamente una striscia violacea si sarebbe palesata sulla gola del morto, poiché gli estremi della corda si sarebbero incrociati alle spalle del malcapitato.

Una morte orribile, un soffocamento ben più lungo e doloroso rispetto a quello con cui erano mancati gli altri.

Al cadavere mancava anche mezza unghia del dito medio della mano destra, probabilmente persa nello scontro.

Dischiuse la bocca del frate ed infilò due dita nella sua gola; quello che ne estrasse lo stupì: non luppolo, bensì brandelli di orzo maltato!

La cosa lo stupì immensamente!

Che quel cambiamento nel modus operandi avesse qualcosa a che fare con il fatto che l’omicida aveva colpito in pieno giorno?

Che la firma dell’assassino, il luppolo cacciato in fondo alla gola, fosse variata in funzione di qualche sua strana turba psichica?

E poi, perché rischiare di non  portare a termine l’omicidio, rischiando il tutto per tutto, colpendo di fronte?

Forse l’assassino aveva fretta?

Forse stava per essere scoperto?

Che le sue indagini stessero veramente portando a dei passi falsi?

Alberico si sedette sul letto del defunto, scioccato più che mai da quella situazione…

Non sapeva più che cosa pensare.

Non aveva neppure un indizio, uno solo che lo potesse condurre a dare un volto ed un nome all’assassino!

Solo due sospetti che, obbiettivamente, non era sicuro di poter incriminare agevolmente!

Ed ora c’era un morto in più!

E le circostanze tutte lasciavano supporre che fosse lo stesso assassino, ma quelle discrepanze…

Che il Reo stesse commettendo degli errori?

Ma perché?

Forse si era avvicinato, a sua stessa insaputa, al reale nome del killer?

E se sì, chi poteva essere?

Alberico ripercorse in silenzio, nella propria mente, tutto ciò che aveva fatto da quando era giunto lì, a Bullhornes Town.

Ma non riuscì, neanche dopo aver riaperto tutti i cassettini della memoria in cui aveva stipato i dati dell’indagine, a trovare un nesso logico con una persona che potesse essersi sentita minacciata più di altre dalle sue azioni!

Era in un vicolo cieco.

Sospirò atterrito e si mise il volto tra le mani, i gomiti appoggiati sulle ginocchia.

Le dita semi dischiuse, lo sguardo che filtrava tra di esse in modo distratto, vagava nella penombra della cella.

Ad un certo punto, non seppe neppure lui il perché, il suo sguardo si fissò sotto alla piccola credenza sulla quale erano, sicuramente, riposti gli oggetti andati in frantumi durante la colluttazione: sotto ad essa, vicino alla gamba di legno del mobile, sporgeva qualcosa di tondeggiante.

Alberico si chinò a raccogliere l’oggetto…

Ecco ciò che cercava!

Ecco ciò che gli serviva!

Sorrise guardando la parte apicale del cucchiaio di legno, grossa come un pugno umano.

Essa era sporca di sangue e, incastrati tra le fibre di legno, vi erano dei filamenti scuri e discretamente lunghi: dei capelli umani che, sicuramente, non appartenevano al morto che li aveva di un biondo cenere.

Due determinazioni: i capelli erano certamente dell’assassino e, visto il sangue, egli aveva una vistosa ferita sulla testa.

Alberico era al settimo cielo o quasi!

Quell’utensile distrutto non era un semplice indizio…

Se avesse trovato al più presto chi si era ferito la testa, esso sarebbe stato la prova schiacciante della sua colpevolezza!

Doveva solamente sperare che al villaggio non vi fosse troppa gente con tagli in testa appena fatti.

Il cerchio si stava chiudendo.

L’assassino aveva i minuti contati.

Alessio Lilliu
Info autore

Alessio Lilliu

Sono nato a Cuneo, ridente capoluogo di provincia piemontese.
Ho sempre amato la Natura e, seguendo questo amore, ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario ed ho proseguito i miei studi conseguendo, nel 2012, la Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie Alimentari a pieni voti.
Ho sempre adorato la cultura in ogni sua forma, ma ho sempre odiato gli stereotipi.
In particolare lo stereotipo che ho sempre rigettato è quello che riguarda la relazione tra “persone studiose” e “persone fisicamente poco attraenti”. Per ovviare a tale bruttissimo stereotipo all’età di 11 anni cominciai a praticare Judo e ad oggi sono cintura nera ed allenatore di questa disciplina marziale.

Dal 2010 gestisco un’attività commerciale, l’Edicola della Stazione Ferroviaria di Cuneo.
Ho ricoperto nel 2011 anche il ruolo di Vice-Responsabile della qualità all’ingresso in un macello del cuneese e, una volta terminato il mio percorso di studi, nel 2012 per l’appunto, ho deciso di rendere il settore alimentare parte ancor più integrante della mia vita. Creai la Kwattzero, azienda di cui sono socio e che si occupa di prodotti disidratati a freddo e di produzione di confetture ipocaloriche, ricavate tramite un processo brevettato di mia invenzione e di mia esclusiva proprietà. Obiettivo finale della ditta è quello di arrivare a produrre i propri prodotti con un consumo energetico pari a zero tramite l’installazione di fonti di energia rinnovabile, per esempio pannelli fotovoltaici.

Per quanto riguarda la mia passione per la scrittura, nacque in tenera età ed in particolare attorno ai sette anni, quando rubavo di nascosto la macchina da scrivere di mio padre, una vecchia Olivetti, per potermi sbizzarrire a sognare e fantasticare su terre lontane e fantastici eroi.

La mia passione per la scrittura venne ricompensata nel 2010 quando pubblicai il mio primo romanzo, “Le cronache dell’Ingaan”. La mia produzione letteraria prosegue a tutt’oggi con nuovi romanzi.

Dal 2012 sono Presidente di Tecno.Food, associazione che riunisce i Laureati e gli Studenti delle Scienze alimentari in seno all’Università degli Studi di Torino.

La nuova ed affascinante sfida che sto cominciando ad affrontare con enciclopediadellabirra.it mi permette di unire due mie grandi passioni: la scrittura e la birra!

Adoro sperimentare sempre nuove cose e nuovi gusti e questa è un’occasione davvero unica.